di NIELS KADRITZKE
[da il manifesto di oggi]
Il cielo resta diviso sull'isola, dopo il no dei greci del sud all'unione con i turchi del nord. Storia lunga e storia breve si fanno complici nell'epilogo di un paese che entra con un piede (greco) nella comunità europea, e resta con l'altro (turco) nella terra di nessuno
NICOSIA
Qualche anno fa la casupola senza finestre è stata abbattuta. Si trovava presso la porta di Paphos, al centro della capitale Nicosia. Il suo significato storico si poteva dedurre dal cartello affisso sul muro che la definiva «toilette pubblica» - in greco e in turco. Era l'ultimo monumento architettonico della prima repubblica cipriota indivisa. Nessuno ha preso atto di quella perdita. Alla fine degli anni `90 la maggior parte dei greco-ciprioti considerava ormai siglata la divisione dell'isola. E il nord per loro era irraggiungibile. Come simbolo della separazione, sopra la toilette, sui bastioni delle mura veneziane, sventolavano due bandiere: quella rossa e bianca dei separatisti nord ciprioti (Rtcn) e la bandiera rossa della Turchia, che ha dislocato nel suo protettorato 35000 soldati. La prospettiva che a Cipro tornino a esserci un giorno toilette greco-turche è andata in frantumi il 24 aprile, nel referendum. Non ci sarà in tempi brevi quella nuova «Repubblica unita di Cipro» che prevedeva il piano presentato dal segretario generale dell'Onu Annan.
I greco-ciprioti hanno respinto il piano dell'Onu con una maggioranza di tre quarti. In questo modo dal primo maggio 2004 solo la parte meridionale di Cipro apparterrà all'Unione europea. E i turco-ciprioti, che hanno votato al 65 percento per la riunificazione, sono stati condannati dai loro compatrioti greci a continuare a vivere in una terra di nessuno del diritto internazionale e sotto la sorveglianza dei 35000 soldati turchi.
Dal plebiscito del 24 aprile emerge un dato paradossale. Da trent'anni il governo del sud, greco-cipriota, ha sollecitato presso la comunità internazionale la riunificazione dell'isola. Il grande impedimento era l'atteggiamento di rifiuto dei turco-ciprioti, fermi sulla posizione del loro presidente Rauf Denktasch che da buon nazionalista persegue la politica militarista turca, per la quale il problema cipriota è risolto già dal 1974 con la divisione avvenuta in seguito all'invasione turca. Solo quando i turco-ciprioti si rifiutarono di seguire il loro veterano nazionalista e anche il governo di Ankara abbandonò la politica separatista dell'esercito turco per non compromettere la prospettiva dell'adesione turca alla Ue, la soluzione di una federazione bi-zonale si fece tangibile. Ma nel momento in cui quella possibilità giunse sul tavolo delle trattative, furono i greco-ciprioti a dichiarare il «no tonante» richiesto loro dal presidente Tassos Papadopoulos.
I ricchi e i poveri
Una delle ragioni va cercata sul piano economico. Dal 1974 il sud ha realizzato un «miracolo economico» grazie al quale i greco-ciprioti si sono potuti qualificare comodamente per l'entrata nella Ue. La maggioranza non vuole mettere in pericolo il benessere raggiunto, e tanto meno vuole condividerlo con i turco-ciprioti. La disparità economica diventa immediatamente chiara se ci si arrampica sui bastioni imbandierati nella parte turca di Nicosia, e si guarda dall'altra parte. Di là si vede sfrecciare il traffico giù alla porta di Paphos, e dietro il profilo dei grattacieli e delle grandi banche; di qua l'idillio sonnolento della città vecchia turca ricorda - anche per via dell'onnipresenza dei soldati turchi - una piccola città dell'Anatolia. Il contrasto fra il sud ricco e il nord povero si nota anche negli edifici amministrativi. Il ministero dell'economia della Repubblica cipriota con la sua architettura trionfale potrebbe stare nella nuova Berlino oppure a Bruxelles; il palazzo presidenziale turco-cipriota dove risiede Rauf Denktasch è una semplice costruzione in arenaria di epoca coloniale che qualunque funzionario di provincia in Spagna o in Italia considererebbe indegna.
Poiché da oltre un anno la frontiera interna è aperta nelle due direzioni, la disparità economica comporta anche altre conseguenze, che si possono osservare ogni giorno lavorativo al checkpoint di Nicosia. A partire dalle sei del mattino migliaia di turco-ciprioti attraversano a piedi la terra di nessuno. Appena al di là del posto di controllo della polizia cipriota sono attesi dai loro datori di lavoro che li portano poi su un cantiere o in una fabbrica del sud. Quasi diecimila «lavoratori ospiti» del nord oggi si guadagnano da vivere nel sud dell'isola. Le lire cipriote che si portano a casa fluiscono nella circolazione del denaro del nord, dove la moneta del sud è diventata tacitamente la valuta principale. Non è certo una situazione che aiuti le due parti a trovare un modo nuovo per convivere.
L'entrata nella Ue di una federazione cipriota avrebbe superato passo passo, grazie a un sostegno mirato al nord sottosviluppato, la discrepanza economica che riproduce la differenza anche a frontiere aperte. Questa soluzione durevole e prettamente «europea» del problema cipriota è ora fallita e con essa è fallito il tentativo di introdurre un modello capace di dimostrare che un gruppo etnico di maggioranza musulmana non rappresenta un elemento di «impurità» per l'Europa ma un arricchimento. Che Cipro fa parte dell'Europa riescono a capirlo persino i più rozzi organizzatori culturali del turismo vacanziero. Sulla terza più grande isola del mediterraneo si trovano monumenti dell'antichità greca e romana, chiese bizantine, cattedrali gotiche dell'epoca delle crociate, fortificazioni veneziane. E ovunque si vedono ancora le impronte del potere coloniale inglese, dalle abitudini nel bere (brandy) fino alla circolazione a sinistra. Se includiamo anche il potere ottomano (1571-1878) nella storia europea, Cipro può vantare 3000 anni di ininterrotta appartenenza all'Europa.
Perché la maggioranza greco-cipriota ha deciso di negare al nord l'appartenenza alla Ue? Si arriva a una risposta solo considerando la storia più recente. La maggioranza della popolazione del sud dell'isola si è rassegnata alla divisione, almeno un terzo dice molto apertamente che questa è la soluzione migliore. Non vogliono più avere a che fare con i turco-ciprioti che considerano sgradevoli concorrenti più che compatrioti. Un altro terzo ha paura del futuro e dei rischi che una nuova repubblica greco-turca può comportare. Invece di affrontare l'azzardo di un nuovo inizio - azzardo che comunque sarebbe stato mitigato dall'entrata nell'Unione europea - scelgono la sicurezza dello status quo. E il loro atteggiamento è anche infiorettato dagli slogan patriottici che l'educazione nazionalista e i 30 anni di zelante folclore politico hanno trasmesso loro. Una tastiera ideologica sulla quale il presidente Tassos Papadopoulos ha suonato con virtuosismo nei demagogici discorsi per il no prima del referendum.
Questa visione patriottica delle cose si basa su un quadro storico della divisione di Cipro che di fatto è una caricatura degli eventi effettivi. La maggioranza dei greco-ciprioti - in particolare la giovane generazione - fa risalire la divisione al 1974. A partire dal colpo di stato dei colonnelli greci contro il governo del vescovo ortodosso Makarios, che causò l'invasione dell'esercito turco con la conquista del 37 per cento del territorio dell'isola e la cacciata di 160mila cittadini greci nel sud. La linea di armistizio sorvegliata dai caschi blu dell'Onu fu da quel momento in poi più impenetrabile di quanto il muro di Berlino non sia mai stato. La classe politica dirigente degli isolani greci, che persino in epoca ottomana costituivano almeno il 75 per cento della popolazione, pensava e agiva fino alla fine degli anni sessanta nel segno del nazionalismo greco. Essa considerava la comunità ortodossa come parte della nazione greca, il cui destino naturale è la riunificazione con la lontana madre patria. Fu dunque con l'obiettivo della riunificazione - «Enosis» - che iniziò nel 1955 anche la lotta contro la potenza coloniale inglese. Questo doveva provocare da parte della minoranza turca una reazione di rifiuto che si esprimeva nella spinta separatista alla divisione («taksim») e alla richiesta di un territorio autonomo.
Entrambe le classi dirigenti si rifiutavano di rinunciare a queste posizioni massimaliste, quando nel 1960 fu concordata la prima repubblica cipriota - come compromesso tra la potenza coloniale inglese e i governi di Atene e di Ankara. La cosiddetta «reluctant republic» (come la definì un intelligente osservatore britannico riferendosi ai politici delle due parti) fu distrutta nella guerra civile del 1963/64. Già allora era cominciata la separazione dei due gruppi etnici, che fu poi completata nel 1974 dall'esercito turco con la violenza delle armi. I protagonisti di quella guerra civile erano figure che ancora oggi giocano un ruolo funesto. Rauf Denktasch era a capo dei separatisti turchi, Tassos Papadopoulos era uno dei giovani dirigenti dell'organizzazione illegale che con i suoi attacchi ai turco-ciprioti iniziò un conflitto che doveva riportare con forza in primo piano il tema della Enosis.
Oggi Papadopulos è presidente della Repubblica di Cipro e Denktasch è presidente di una «repubblica turca nord cipriota» che per il diritto internazionale non esiste. Questi due veterani nazionalisti hanno consigliato ai loro seguaci di votare contro il piano Annan: Yok in turco, Ochi in greco. Entrambi hanno così soltanto dimostrato la propria incapacità di pensare secondo categorie europee. Denktasch con la sua propaganda nel Nord è riuscito comunque a mobilitare circa un terzo dei coloni turchi e i «Lupi grigi» importati dalla Turchia, pur se la grande maggioranza dei turco-ciprioti gli ha negato il sostegno decidendo con coraggio per un futuro europeo. Per loro la Ue è l'unica prospettiva per sottrarsi alla trappola del nazionalismo turco, che non gli ha procurato altro che una sconsolante situazione economica che costringe soprattutto i giovani all'emigrazione.
Il ricordo di Einosis
Così ci troviamo di fronte al fatto sorprendente che gli europei convinti oggi a Cipro si trovano soprattutto a nord. E questo non perché i turchi isolani possano aspettarsi più denaro dalle casse della Ue, come sostengono molti greci ciprioti, ma perché solo essendo un paese membro della Ue possono conservare la propria identità di turco-ciprioti, un'identità di cui sono divenuti sempre più consapevoli grazie al confronto con i coloni dell'Anatolia e per il controllo esercitato dagli arroganti Paschas turchi.
I greco-ciprioti invece sono rimasti invischiati nel proprio nazionalismo, e il fatto che il 75 per cento abbia seguito gli slogan demagogici della dirigenza non è un buon segnale per il futuro. Di contro alla «coscienza europea» dei giovani turco-ciprioti, la gioventù a sud ha dimostrato che dietro la Ue vede solo uno dei fattori della «congiura internazionale» contro la piccola Cipro. Se gli studenti che in tutta Cipro prima del 24 aprile hanno definito il piano Annan un «vendersi alla Turchia» e insultato i responsabili del piano come «traditori», rappresentano il futuro, i greco-ciprioti avranno bisogno ancora di molto tempo per arrivare in Europa.
La frammentazione nella vita delle giovani generazioni è l'aspetto più tetro nel tetro quadro che offre questa Cipro divisa al momento dell'entrata nell'Ue. Questo quadro non lascia quasi speranze per il futuro. Non c'è da aspettarsi tanto presto una seconda iniziativa congiunta di Onu e Ue, e se per il prossimo referendum si dovranno aspettare altri anni, a nord abiteranno probabilmente ancora meno turco-ciprioti perché molti giovani, con l'aiuto di un passaporto della repubblica di Cipro, che individualmente gli spetta, saranno emigrati nel resto della Ue. E nel sud sarà cresciuta a quel punto una generazione che non vorrà comunque più saperne dell'unificazione.
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il vocaBLOGario - Su questo argomento si segnala anche un interessante intervento di Alessio dal titolo "L'ora delle scelte".