03.06.05

Quando lo sberleffo diventa arte

di GINO CASTALDO
[da la Repubblica di Domenica 29 Maggio 2005]

L´ironia e il sarcasmo esprimono al meglio la creatività degli autori. E poi i tempi della comicità e della musica sono gli stessi
Arbore fa il pieno di ascolti del sabato sera. E l´esordiente Simone Cristicchi stupisce con "Vorrei cantare come Biagio". Torna così alla ribalta un genere antico che da Petrolini a Elio e le Storie Tese, dalle "macchiette" al rock demenziale, passando per Jannacci, Fo e Gaber, ha raccontato il Paese meglio di tanti saggi. Segnando spesso i salti evolutivi della nostra tradizione canora

La sapete l´ultima? La canzone fa ridere, anzi ha sempre fatto ridere. È un intreccio malizioso, un debordante calembour, un´aggressione destabilizzante che non ha risparmiato re e principi, santi ed eroi, vizi e manie del nostro vissuto. Renzo Arbore ne ha appena offerto una rigogliosa antologia televisiva nella notte del sabato. Ma è solo il testimone più recente. Anche i giovani non perdono occasione. È di questi giorni il successo montante di un esordiente di nome Simone Cristicchi che sta inflazionando le radio con un titolo che non lascia dubbi: Vorrei cantare come Biagio, e si tratta ovviamente di Biagio Antonacci. Dice il cantautore: «Fin da piccolo il mio mito era Jim Morrison, con Rambo e Rocky» ma poi capitola: «Adesso è solo Biagio Antonacci». Provate ad ascoltarla. Non si può fare a meno di ridere.

Valanghe di comici incidono dischi, non perdono occasione per lanciare sberleffi e graffi satirici attraverso la canzone. È un amore antico, mai decaduto. Dallo sfrontato viveur Gastone di Petrolini alla Terra de cachi di Elio e le Storie Tese è tutta una risata, di quelle capaci di seppellire monumenti, ipocrisie e certezze acquisite. Si ride per buonumore, per liberarsi, si ride perché, come dice Daniele Luttazzi, i tempi (intesi come ritmi) della comicità assomigliano molto a quelli della musica, si ride infine perché anche cantando non si può non ridere. Ridendo ridendo c´è di mezzo l´intera storia del costume del nostro paese: le boutade antidepressive di Carosone e Buscaglione nel conformismo anni Cinquanta, le acide e corrosive sparate del rock demenziale nel ´77 bolognese, l´iconoclasta cabaret milanese del boom economico. Forse, come vedremo, c´è anche qualcosa in più.

C´è anche chi ha riso tanto per ridere. Un secolo fa un signore di nome Gerardo Cantalamessa, contrastando il suo impegnativo cognome, inventò una canzone che si chiamava semplicemente: ´A risata. Il contenuto? Null´altro che una risata, contagiosa, irrefrenabile, che nel giro di due minuti travolgeva la platea in una liberatoria convulsione collettiva. Erano i tempi delle "macchiette" quando Maldacea e Gill, tra gli altri, ai margini della nobilissima canzone napoletana, inventavano esilaranti caricature, parodie sociali che anche ascoltate oggi farebbero la loro dignitosissima figura.

Era un trucco vecchissimo. I cantastorie di ogni latitudine l´hanno utilizzato per millenni, ma quei geniali caricaturisti napoletani stavano costruendo quella che allora, pur essendo in dialetto, era l´unica canzone "nazionale" che fossimo in grado di vantare. Gli stessi autori classici, non disdegnavano di tanto in tanto la canzone comica. Cioffi sapeva alternare ´Na sera e maggio a Ciccio formaggio e Dove sta Zazà, senza alcun sobbalzo.

La canzone comica è spesso il risvolto di quella "seria". L´alternanza è tipica, talvolta nel mondo di uno stesso autore. Pensiamo a Jannacci che ha scritto anche canzoni di intensa drammaticità, una per tutte Vincenzina e la fabbrica, a Modugno, a Giorgio Gaber che sapeva far ridere e piangere con la stessa efficacia. Perfino Guccini, almeno una volta, non ha resistito alla tentazione incidendo la sua Opera buffa.

Queste ricorrenze inducono a riflessioni insolite. E se la canzone comica fosse qualcosa di più di un semplice divertissement?
Se ci disponiamo a notare le coincidenze significative, ci accorgiamo che ogni volta che la canzone italiana ha compiuto un balzo evolutivo c´è di mezzo una risata. Delle "macchiette" abbiamo già detto, ma continuando la traccia dell´epoca, mentre il ventennio fascista congelava le melodie in inni di propaganda, in "faccette nere" e sproloqui retorici sulla "giovinezza", a tenere alto il tasso creativo ci pensavano i debosciati artisti del cafè chantant, i libertini e maliziosi cantori dei doppisensi. In quell´epoca, per ovvi motivi, il doppiosenso divenne un´arte a sé stante.

Sesso e politica, tabù dell´epoca, circolavano liberamente nei teatri, mascherati con metafore ardite, e spesso di irresistibile comicità. Il fascismo da par suo produceva comicità involontaria costringendo i cantanti affascinati dallo swing americano a ribattezzare pezzi come St. Louis blues in Le malinconie di San Luigi, ma lo swing, pur mascherato, e chiamato italicamente "ritmo moderno" fu un seme potente, un ciclone sprovincializzante, un antidoto allo "strapaese" melodico, da noi coniugato quasi immancabilmente in chiave ironica. Natalino Otto, Ernesto Bonino, Alberto Rabagliati, hanno cantato alcune tra le canzoni più divertenti e surreali della nostra storia.

Ma soprattutto portarono fuori dalla palude retorica la nostra obsoleta cultura musicale. Non a caso di recente gli Articolo 31, in vena di scherzi, hanno ripreso con gaudio Mamma voglio anch´io la fidanzata, e prima ancora Freakantoni, con lo pseudonimo di Peppe Starnazza aveva rivisto quell´epopea in chiave rock´n´roll.

In Italia le canzoni hanno sempre riso. Mentre trionfavano soporifere "edere" e altri fiori profumati, Renato Carosone scovò un batterista di nome Gegè di Giacomo, da poco scomparso, che era un comico naturale. Era lui che intonava «canta Napoli...» all´inizio delle canzoni, ogni volta declinando a tema: Napoli petrolifera, Napoli farmaceutica, e via dicendo. Buscaglione aveva inventato un mondo fantastico di duri di cartapesta. Van Wood si giocava i numeri al lotto, e l´Italia rideva, grata. Così com´era grata alla magnifica bonomia del Quartetto Cetra.

E rideva anche quando la canzone moderna fece il suo apparire al nord d´Italia. Tra i grandi innovatori, i genovesi erano per la verità poco inclini allo scherzo. Tenco, Paoli, Bindi, erano schivi e tormentati, ma a scuotere il mondo della musica con l´arte, quantomai arguta e spesso politicizzata, della risata ci pensarono i milanesi, forti di un legame di ferro col cabaret. I Gufi scelsero tute nere e argomenti macabri, sfidando il più resistente dei tabù italiani: la superstizione.

Io vado in banca, stipendio fisso, cantavano per deridere la piccola borghesia, ma questo era niente al confronto delle storie di becchini e sesso al cimitero che suonavano a ritmo dixieland. Jannacci e Fo giganteggiavano cantando un´Italia di derelitti, comici sì ma allo stesso tempo inguaribilmente teneri, talvolta goffi, perfino tragici, che facessero il palo per una banda di sfigati criminali o il sesso in piedi per poche lire. Era un´Italia che allora nessun altro aveva il coraggio di cantare.

Ci pensò la canzone comica. Che una volta, sempre grazie a Jannacci, ebbe anche la fortuna di arrivare prima in classifica. Correva un anno fatidico, il 1968, e l´Italia si ritrovò a cantare unanime Vengo anch´io. No tu no (scritta con Dario Fo e Fiorenzo Fiorentini). Significava molto. Tutti la fischiettavano, tutti rispondevano a tormentone «no tu no» a qualsiasi domanda, ma dietro c´era molto di più, il protagonista era un tipico figlio della vena di Jannacci, un paria, uno dei tanti abbonati all´emarginazione.

Quando c´è di mezzo il ridere la fantasia non manca. Se altrove imperano i cliché delle rime sempiterne, il tono comico ha giustificato un costante fuoco d´artificio di invenzioni. Roberto Benigni ha scritto L´inno del corpo sciolto celebrando le mille varianti della defecazione, Alberto Sordi ha osato fare dell´ironia su una candida Nonnetta, Renzo Arbore ha cantato allegramente e maliziosamente di clarinetti e materassi, gli Skiantos hanno inventato un blues sui carabinieri, Elio e le Storie Tese hanno scritto una intera saga di canti bulgari, eroi della pornografia, icone religiose, extracomunitari, servi della gleba, cani e padroni di cani. Sembra quasi che quando le cose ristagnano, quando il linguaggio si fa trito e prevedibile, debba essere una risata a muovere le acque.

Da anni del resto, da Bisio a Davide Riondino, da Fabio De Luigi a Paola Cortellesi, i comici usano abitualmente la musica, ci giocano, ne fanno una parte considerevole del loro lavoro. Sarà perché i tempi comici e i tempi della canzone si assomigliano, sarà perché un bravo comico deve avere una sua naturale musicalità, ma la risata è sempre dietro l´angolo. Forse nessun paese al mondo ha prodotto e produce tanta canzone comica, e almeno in questo gli italiani sono davvero originali.