Rete di Economia Solidale
6 aprile 2004
E gli strumenti per la sua riappropriazione
- studio sul sistema monetario internazionale -
LE FONTI DELLA RICCHEZZA
Quali sono le fonti principali della ricchezza dei popoli?
L’uomo ha sempre attinto alla natura, quale fonte primaria per soddisfare i suoi bisogni.
All’inizio ha preso i beni della natura semplicemente come questa glieli offriva. Poi ha imparato a manipolare e trasformare le sostanze della natura per ottenere un’infinità di beni atti a soddisfare sempre più e sempre meglio bisogni vecchi e nuovi.
Ha inoltre trovato metodi e mezzi sempre più efficienti e facili, per produrre i beni basilari. Riferendoci, in particolare, alle popolazioni più progredite nello sviluppo tecnico, si può dire che la ricchezza dell’uomo è aumentata sempre più. Inoltre negli ultimi secoli l’uomo ha scoperto le sostanze e le tecniche che gli forniscono energia apparentemente infinita e a basso costo per ogni possibile uso e in grado di sostituire in gran parte l’energia umana per la produzione di beni e per gli spostamenti di persone e cose. Tecniche sempre più potenti e sofisticate (elettronica, robotica, informatica, telematica, ecc.) sono in grado di compiere autentici miracoli in ogni settore dell’attività umana.
Oltre a quanto gli uomini producono nel presente, un’altra grande fonte di ricchezza è anche quanto essi ricevono in dono dalle generazioni precedenti: sono case, strade, ferrovie, acquedotti, costruzioni di ogni genere, fabbriche e macchinari di ogni genere e infinite conoscenze scientifiche e tecniche avanzatissime. Se, per esempio, guardiamo nel piccolo alle singole famiglie, i genitori possono lasciare ai figli case, fabbriche, terreni, denaro e quant’altro. Chi riceve una casa non ha bisogno di “fare i sacrifici” per costruirne una nuova. E dal punto di vista produttivo sociale, non c’è bisogno di ricreare dal nulla fabbriche di beni, perché sono già presenti, né di sviluppare conoscenze già acquisite.
Sembrerebbe che l’umanità debba essere enormemente ricca e vivere nel benessere pieno. E infatti molti studiosi di economia hanno previsto uno scenario in cui lo sviluppo tecnico avanzato porti addirittura alla “fine del lavoro”, poiché produrre grandi masse di beni è diventato sempre più facile e spesso si incorre nella “sovrapproduzione”.
Eppure, nonostante tutta questa enorme potenzialità di benessere per tutti, le difficoltà economiche per l’umanità nel suo complesso sembra che stiano aumentando sempre più, in quest’ultimo periodo. Cosa sta succedendo? Dove va a finire l’enorme ricchezza prodotta dall’umanità e cosa impedisce di produrre quella potenzialmente producibile, adottando tecniche e tecnologie non distruttive dell’ambiente? La natura ci mostra di essere capace di farci vivere nell’abbondanza dei suoi doni. Perché non siamo capaci di accogliere in modo giusto la sua ricchezza?
LA MISERIA DEI POPOLI
E perché in molta parte del mondo ci sono miseria, fame, sofferenza e ingenti debiti da saldare? Perché l’80% della popolazione mondiale vive ancora in condizioni di sottosviluppo e al 40% della popolazione mondiale non sono garantiti i beni essenziali? Perché, anche nel cosiddetto mondo sviluppato, le difficoltà aumentano invece di diminuire?
La cosa sembra avere dell’inverosimile, eppure è la realtà in cui viviamo.
Dovrebbe essere possibile avere molto più tempo libero che in passato, potersi dedicare non solo al lavoro produttivo, ma anche all’arte, alla conoscenza, ai rapporti, ai viaggi, all’evoluzione della coscienza individuale e collettiva. Dovrebbe essere possibile impiegare energie di lavoro per il miglioramento dell’ambiente naturale, invece che per la sua distruzione, e migliorare anche gli ambienti di lavoro, di abitazione , di convivenza sociale (villaggi, città, ecc.).
Invece nei paesi più sviluppati ci troviamo in una situazione di attivismo stressante e di tenore di vita che non solo non aumenta, come sarebbe da aspettarsi, ma va diminuendo. In molti altri paesi poi abbiamo una situazione di povertà, emarginazione e sofferenze di ogni genere. E ovunque abbiamo la distruzione dell’ambiente, invece che la sua cura, quasi dimenticando che esso è la nostra principale ricchezza, che non possiamo dissipare.
Vediamo solo un esempio di dati sintetici, senza dilungarci oltre su questo aspetto, perché i documenti e le denunce di queste situazioni sono ormai molteplici:
«La povertà assoluta è una condizione di vita al limite della sopravvivenza. Chi vive nella povertà assoluta non ha una casa degna di questo nome, non ha vestiti di ricambio, non ha scarpe, non ha sapone per lavarsi, non ha garanzia di un piatto di minestra tutti i giorni. Gli economisti tracciano i confini della povertà assoluta calcolando il reddito necessario per soddisfare i bisogni fondamentali. Il limite di demarcazione della povertà assoluta è stato fissato a 365 dollari all’anno. Ma la povertà assoluta è molto di più di una condizione economica. Gli orrori della povertà assoluta si estendono a tutti gli aspetti della vita personale: suscettibilità alle malattie, analfabetismo, sottomissione e totale insicurezza di fronte ai cambiamenti.
In Africa il 30% della popolazione è in condizioni di povertà assoluta, in Asia il 27% e in America Latina il 22%. Se si comprendono anche coloro che sono poco al di sopra della linea di demarcazione si può affermare che il 70% della popolazione del Sud del mondo vive in condizioni di povertà estrema.» (tratto da Nord Sud – Predatoti, predati e opportunisti- del Centro Nuovo Modello di Sviluppo EMI Edizioni)
Ora per avvicinarci alla soluzione dell’ enigma della presenza di povertà al posto della ricchezza, cominciamo col leggere un brano di Marco Polo tratto dal suo famoso libro “Il milione”, in cui racconta le sue esperienze di viaggi fatti in Asia e, in particolare, la sua permanenza nel regno del Gran Kan Kublai. Siamo negli anni a cavallo del 1300 avanti Cristo.
IL GRAN KAN FA SPENDERE CARTA INVECE DI MONETA
«Sappiate che in questa città di Cambaluc è la zecca del Gran Signore: ed è organizzata in tal modo che si può dire come il Gran Kan sia davvero un perfetto alchimista. Mi spiego. Egli fa fabbricare la seguente moneta: fa prendere scorza d’albero o per meglio dire corteccia di gelso, l’albero di cui mangiano le foglie i bachi da seta; e fa togliere la pellicola sottile che è tra la corteccia e il fusto; quelle pellicole sono tutte nere: le frantumano, le pestano e poi le impastano con la colla in modo che ne risulti una specie di carta bambagina, sottile come quella dei papiri. Quando la carta è pronta la fa tagliare in parti grandi o piccole, foglietti in forma quadrata o più lunghi che larghi. Il foglietto piccolo vale la metà di un tornesello; il primo corrisponde a un mezzo grosso d’argento, il secondo a un grosso e intendo un grosso d’argento di Venezia; poi ve ne sono da due grossi, da cinque, da dieci e quelli che valgono un bisonte, o due o tre, fino a dieci. Ogni foglietto porta il sigillo del Gran Signore. E questa moneta è fatta con tanta autorità e solennità come se fosse d’oro o d’argento: in ciascuna moneta alcuni ufficiali preposti a questo lavoro scrivono il loro nome e il loro segno e, quando l’hanno fatto, il capo degli ufficiali nominato dal Signore sparge del cinabro su una bolla che gli è stata concessa e vi passa sopra la moneta, così che la forma della bolla tinta di cinabro rimane impressa sulla moneta e l’autentica. E se qualcuno osasse falsificarla sarebbe punito con la morte; e questi foglietti il Gran Kan li fa fabbricare in tale numero che potrebbe pagare con essi tutta la moneta del mondo.
Fabbricata così la moneta, il Signore fa fare con essa ogni pagamento e la fa spendere per tutte le province dove egli tiene signoria: e nessuno osa rifiutare per paura di perdere la vita. Ma è vero anche che tutte le genti e le razze di uomini, sudditi del Gran Kan, prendono volentieri queste carte in pagamento perché alla loro volta le danno in pagamento per mercanzia, come perle, pietre preziose, oro e argento: Si può così comprare tutto ciò che si vuole e pagare con la moneta di carta; e pensate che una carta del valore di 10 bisonti non arriva a pesare quanto un bisonte.
Più volte all’anno arrivano a Cambaluc i mercanti: arrivano a gruppi e portano perle, gemme, oro, argento e altre merci ricche come tessuti d’oro e di seta; offrono la mercanzia al Gran Signore ed egli fa chiamare dodici uomini esperti che hanno la direzione di queste cose e ordina loro di esaminare la merce e di pagare quello che ritengono giusto. I dodici esaminano con molta cura e stimano secondo coscienza, e subito fanno pagare gli acquisti con i foglietti che ho detto. I mercanti li prendono molto volentieri perché se ne serviranno poi per altri acquisti all’interno delle terre del Gran Kan; se poi devono comprare in paesi dove non si accettano i foglietti comprano altra merce e la scambiano. E vi assicuro che le cose portate a più riprese dai mercanti durante l’anno ammontano ad un valore di ben quattrocentomila bisonti: Il Gran Signore paga sempre in foglietti. Si aggiunga che durante l’anno va per la città un bando che impone a tutti quelli che hanno oro e argento e pietre preziose e perle di portarle alla zecca. I sudditi obbediscono e ricevono pagamento in carta. Portano infiniti oggetti preziosi e anche questi sono pagati in carta. In questo modo il Signore possiede tutto l’oro, l’argento e le perle che si trovano sulle sue terre.
Vale la pena di raccontarvi un’altra cosa. Quando per l’eccessivo passaggio di mano i foglietti si rompono o si sciupano, si portano alla zecca e si prendono in cambio biglietti freschi e nuovi lasciandone però tre per ogni cento. E c’è anche un altro fatto importante da ricordare. Perché, se qualcuno vuole acquistare oro o argento per il suo vasellame, per le sue cinture o per altre cose, va alla zecca, porta con sé i foglietti e prende in cambio l’oro e l’argento che gli serve.
Adesso vi ho raccontato il modo usato dal Gran Signore per possedere il maggior tesoro che un uomo abbia mai posseduto; e certo tutti i principi del mondo riuniti insieme non raggiungono l’immensa ricchezza che il Gran Kan ha da solo.»
Dunque il Gran Kan, come ben ci racconta Marco Polo era un perfetto alchimista e per mezzo di pezzetti di carta senza valore prendeva per sé tutti i beni di maggior valore del suo regno. Oltre a ciò aveva anche un sofisticato sistema di tassazione. C’è anche da osservare che, con questa enorme ricchezza, il Gran Kan era in grado di pagare e di organizzare un potente esercito in difesa del suo impero e per la sua estensione. Dunque il potere del Gran Kan si può riassumere in questi tre elementi: emissione della moneta ed appropriazione per sé dei valori su di essa stampati, imposizione delle tasse ed esercito per reprimere chi non fosse d’accordo.
Certamente il Gran Kan Kublai avrà cercato di usare il potere del denaro anche per organizzare bene il suo impero e per alzare il livello di “civiltà” dei suoi popoli e di quelli sottomessi. Ma un impero finisce sempre per dover impiegare un’ enormità di energie al fine di difendere con la forza le sue conquiste e per tenere assoggettati i popoli, che hanno sempre un’inestinguibile anelito alla libertà, alla indipendenza e all’accordo basato sulla libertà di scelta.
ALLA RICERCA DEI GRAN KAN DELL’EPOCA ODIERNA
Sorge ora la domanda se ci siano anche oggi dei perfetti alchimisti che, con dei pezzetti di carta senza valore, confiscano enormi ricchezze e il frutto del lavoro altrui, sotto gli occhi di tutti, senza che quasi nessuno ci faccia caso o protesti. Questo incomincerebbe a dare una parte della spiegazione alla altrimenti inspiegabile povertà dei popoli di oggi, di cui abbiamo già detto.
Ci domanderemo anche se ci siano degli altri meccanismi di concentrazione della ricchezza in mano a pochi, a fronte della miseria per molti. Cercheremo anche di scoprire quali possono essere i Gran Kan di oggi e se anche loro abbiano un potente esercito con cui difendere ed estendere i loro privilegi, reprimere chi non è d’accordo e cercare di assoggettare tutto il mondo al loro “ordine mondiale”.
Infine ci domanderemo se anche oggi, come in tutti gli imperi, si voglia giustificare il dominio con il compito di portare forzatamente “la civiltà” ai popoli “incivili” e se anche oggi questo compito non costi grandi energie di repressione dei popoli ribelli al dominio.
IL POTERE DI SIGNORAGGIO IN ITALIA E IN EUROPA
Poste tutte queste domande ci inoltriamo nella ricerca da profani e cerchiamo per primo di vedere se esiste oggi questo meccanismo di confisca della ricchezza dei popoli analogo a quello attuato dal Gran Kan Kublai attraverso l’emissione di carta moneta.
Per prima cosa dobbiamo scoprire chi emette la moneta e chi prende il valore che viene scritto sopra di essa. Questa possibilità di emettere moneta e di prendere il valore scritto sopra di essa viene chiamato, dagli economisti moderni, “potere di signoraggio”, perché anticamente erano dei potenti signori, dotati di eserciti repressivi, che potevano imporre una loro moneta. Dunque: chi ha oggi il potere di signoraggio?
Di primo acchito su questo punto sembra che ci sia poco da scoprire. Si sa che la moneta è emessa dallo Stato: non c’è forse la Zecca dello Stato? Perciò il valore scritto sopra le banconote viene preso dallo Stato ed è lo Stato che ha il potere di signoraggio.
Ma qui abbiamo una sorpresa: non è lo Stato che emette moneta e ne prende il valore, ma la Banca d’Italia.
Subito però ci si tranquillizza pensando che la Banca d’Italia si chiama così perché è dello Stato.
E qui c’è la seconda sorpresa per i non addetti ai lavori: la Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico con quote di capitale sociale in mano a banche e istituti finanziari privati e, oltre a scopi istituzionali ha anche scopi di lucro come una normale società per azioni.
E’ però vero che la maggior parte degli utili, derivanti dall’emissione della moneta, vanno allo Stato Italiano, anche se non prima di aver ricompensato lautamente i “partecipanti” (dividendo fino al 6% del capitale + eventuale integrazione del dividendo fino al 4% del capitale + una somma che può raggiungere fino al 4% dell’importo delle riserve della banca ed essendo queste riserve molto più elevate del capitale sociale questa somma potrebbe essere superiore a quella dei dividendi). Inoltre la Banca d’Italia, avendo il potere di emettere moneta, non si preoccupa dei propri costi come una normale azienda sul mercato ed ha certamente “costi produttivi” molto elevati per i servizi che fornisce alla collettività. In ogni caso l’appropriazione del valore della moneta da parte di privati o dei “burocrati” della banca è solo parziale.
Però oggi non c’è più la Lira ma l’euro. Come sono le cose con l’Euro? Cosa rappresenta la nascita dell’euro nel contesto del potere di signoraggio? L’emissione della moneta viene lasciata in mano alle Banche centrali degli stati partecipanti. Sarebbe interessante indagare come funziona il potere di signoraggio negli altri stati del mondo, ma sarebbe troppo impegnativo per questo tipo di ricerca.
Intanto possiamo annotare che abbiamo visto una prima fonte di furto della ricchezza prodotta. Essa è quantificabile nei seguenti elementi:
1. accantonamento del 20% degli utili, che pertanto vengono sottratti alla collettività a cui spetterebbero
2. parte degli utili della stampa della moneta assegnata a banche private, cosa che non dovrebbe avvenire
3. costo eccessivo della struttura
A dire il vero, questo “furto” è ancora molto limitato per poterci far comprendere gli eventi attuali, perciò procediamo oltre.
LA BILANCIA INTERNAZIONALE DEI PAGAMENTI
La più grossa fetta del commercio ha oggi una dimensione internazionale. Questo fatto pone due problemi:
1. L’equilibrio nella bilancia internazionale dei pagamenti
2. il sistema di cambi fra le valute dei vari paesi (euro, yen, dollaro, ecc.)
Su entrambe queste problematiche è possibile imbastire grandiosi affari. E certamente non mancherà chi si dà da fare in settori così lucrosi.
Per i non esperti vediamo che cos’è la bilancia internazionale dei pagamenti.
Se una ditta italiana esporta pasta in Giappone e la ditta importatrice paga in Yen, la ditta italiana dovrà consegnare alla propria banca gli Yen per farseli mutare in Euro. Così il sistema bancario europeo (alla fine gli yen arrivano al sistema di conto della banca centrale europea) si troverà ad avere degli Yen e vanterà un diritto corrispondente nei confronti del sistema bancario giapponese. Quando invece un importatore italiano compra prodotti dell’elettronica giapponese , pagando in Euro, la ditta giapponese che acquisisce gli Euro li porterà nella propria banca per ricevere gli Yen e il sistema bancario giapponese vanterà un credito verso la banca centrale europea.
La bilancia commerciale di un paese è in equilibrio quando il valore delle monete estere che la banca centrale ha incamerato, attraverso le vendite all’estero delle proprie imprese, è pari al valore della propria moneta presente nelle banche estere, a causa del pagamento di prodotto importati. Tutte le transazioni internazionali passano per le banche centrali dei paesi, le quali funzionano da “camere di compensazione”. Gli yen ricevuti attraverso le vendite in Giappone potranno essere restituiti dalla banca centrale europea a quella giapponese in cambio degli euro che questa ha incamerato in seguito alle vendite delle ditte giapponesi in Europa. Le banche centrali dovranno curare che ci sia sufficiente equilibrio fra importazioni ed esportazioni dei vari paesi.
Attualmente, oltre ai movimenti di merci, si sono imposti i movimenti di capitali, che sono ormai divenuti di entità molto maggiore rispetto ai movimenti di merci.
Se un investitore italiano vuol acquistare azioni alla borsa di Tokio, ha bisogno di yen come se comprasse merci giapponesi e viceversa per un investitore giapponese in Europa. Anche questi movimenti di capitali entrano nel conto della bilancia internazionale dei pagamenti. Però mentre l’acquisto di una merce non è reversibile, l’acquisto di azioni nelle borse estere è un’azione reversibile, nel senso che le azioni possono essere rivendute e il capitale investito all’estero ritirato. Perciò è bene non basarsi su questo per l’equilibrio della bilancia dei pagamenti. Altri tipi di movimenti che interessano l’equilibrio della bilancia dei pagamenti sono l’acquisto di beni in paesi esteri, l’acquisto di industrie estere, l’istallazione di aziende all’estero, la compravendita di valute estere. Non entriamo nei dettagli di queste operazioni e del loro significato.
L’ EQUILIBRIO DELLA BILANCIA DEI PAGAMENTI
Quando un paese aveva più acquisti dall’estero che non esportazioni, poteva scoraggiare in vario modo le importazioni e favorire in vario modo le esportazioni. Attualmente ciò è stato molto limitato a causa delle norme di liberalizzazione degli scambi internazionali, imposte dal WTO (l’Organizzazione Mondiale del Commercio), per favorire la penetrazione delle grandi multinazionali e delle grandi banche E per i paesi emergenti un metodo di portare verso il pareggio la bilancia dei pagamenti è proprio quello di attirare capitali stranieri e in questo senso la creazione delle borse valori che offrono un buon mercato agli investitori stranieri può aiutare l’equilibrio della bilancia dei pagamenti, con il pericolo già visto della repentina fuga dei capitale e dell’apertura a operazioni speculative. Ma soprattutto il pericolo è l’arrivo delle grandi banche che monopolizzano l’emissione di credito per impadronirsi dell’emissione della moneta bancaria e di cui parliamo più avanti.
IL SISTEMA DI CAMBI FRA VALUTE
Poiché il commercio internazionale avviene attraverso le valute dei vari paesi e poiché le valute estere vengono cambiate fra di loro tramite le banche centrali, diventa essenziale sapere quale è il coefficiente di cambio, cioè, per esempio, quanti yen vale un euro. Se il coefficiente di cambio rimane stabile non ci sono problemi, ma se è soggetto a fluttuazioni (svalutazioni e rivalutazioni delle valute) allora possono essere realizzate imponenti speculazioni da parte di chi riesce a prevedere, o addirittura a condizionare, l’andamento del valore delle valute rispetto a quella di riferimento (il dollaro). Chi sarà a dirigere anche questo gioco e a realizzarne ingenti guadagni? Prendiamo un solo dato dal libro “Nord Sud -Predatori, predati e opportunisti-“
«Nel 1980 per acquistare una locomotiva dal Nord occorrevano 12910 sacchi di caffè del Sud. Dopo 10 anni per acquistare la stessa locomotiva occorrono 45.800 sacchi di caffè» . Cioè quasi 4 volte di più e questo si realizza poiché i prezzi dei prodotti del Sud calano rispetto al dollaro e i prezzi dei prodotti del Nord crescono, cosa che può essere vista anche come calo di valore delle monete locali del Sud.
IL DOMINIO MONETARIO IMPERIALE DEGLI USA
Nel 1944 a Bretton Woods, negli USA, fu sanzionato il dominio finanziario e monetario della potenza che più di ogni altra usciva vincitrice dalla guerra: gli Stati Uniti d’America. Là si riunirono i delegati di 44 stati per decidere il sistema monetario internazionale da istaurare dopo la guerra.
In sostanza il dollaro divenne la moneta di riferimento per gli scambi internazionali e furono creati il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM). L’accordo era basato sui seguenti 2 punti:
1. Gli Usa garantivano la convertibilità del dollaro in oro al valore fisso di 35 dollari all’oncia. Cioè con i dollari si poteva comprare oro a quel prezzo.
2. Gli altri paesi fissavano il prezzo della propria moneta in termini di dollari o oro e questo prezzo non poteva variare se non entro dei limiti ristretti (sistema di cambi valutari quasi fissi)
Il dollaro ancorato all’oro divenne la valuta di riferimento e di garanzia negli scambi internazionali e divenne la valuta di riserva delle banche centrali degli altri paesi per regolare la bilancia dei pagamenti con l’estero.
Cioè i vari stati si trovarono a creare riserve di dollari nelle loro banche centrali mentre quelle degli Stati Uniti potevano emettere moneta in grandi quantità con enormi utili.
Non solo ma per gli Stati Uniti si creò una situazione di particolare vantaggio negli scambi commerciali internazionali.
Chi compra merci all’estero (importazioni), come abbiamo già visto, fa andare in passivo la bilancia dei pagamenti, in quanto fa andare all’estero la moneta nazionale con cui fa gli acquisti e la Banca Centrale del proprio paese deve recuperare quella moneta pagandola con quella dello stato del venditore, nella cui banca centrale è andata a finire.
La Banca Centrale degli Stati Uniti invece non ha bisogno di possedere le varie valute dei paesi in cui le proprie ditte hanno fatto acquisti perché gli altri paesi gradiscono trattenere i dollari che sono la moneta di riferimento accettata in pagamento da quasi tutti gli stati e quindi può saldare il proprio deficit della bilancia dei pagamenti con dollari, al contrario degli altri stati che devono reperire la moneta degli stati in cui le proprie ditte hanno fatto acquisti, oppure deve usare il dollaro.
Tutto questo potenzia al massimo per gli Stati Uniti la possibilità di emettere la propria moneta, il dollaro, con il relativo potere di signoraggio per i banchieri della banca centrale e porta alla “dollarizzazione” del mondo intero, con guadagni enormi per lo stato e per l’economia americana.
Si pensi che all’inizio degli anni Settanta, l’80% delle riserve valutarie di tutti gli stati del mondo erano costituite di dollari e si potrà comprendere l’enorme massa di dollari stampati e intascati alla faccia di tutti i popoli che li utilizzano.
Già nel 1960 la somma dei dollari internazionali superò il valore delle riserve auree degli Stati Uniti, per cui la conversione in oro della moneta diventava impossibile e le richieste in tale senso che iniziavano a pervenire furono disattese dalla banca centrale americana. Gli Usa continuavano a usare i loro dollari, prodotti quasi gratuitamente, per crescenti investimenti in Europa, per finanziare i propri eserciti all’estero, per finanziare il proprio deficit della bilancia dei pagamenti e per finanziare la guerra in Vietnam.
Così il privilegio degli Usa di stampare una moneta con valore internazionale permise sia la crescita delle loro grandi multinazionali nell’economia mondiale, che una politica estera aggressiva nel mondo.
Dopo le avvisaglie del 1960 sulla inconvertibilità del dollaro in oro, gli Usa sostennero che la loro moneta andava considerata come base indispensabile del sistema monetario internazionale indipendentemente dalla sua convertibilità in oro, in quanto il suo aumento era in grado di svilupparsi in relazione all’aumento dell’economia mondiale, cosa che non si poteva realizzare con l’oro!! Così gli USA, con un incredibile faccia tosta, si arrogarono il privilegio del potere di signoraggio su tutto il mondo, andando molte oltre a quanto era riuscito a fare il Gran Kan Kublai!!! A loro appartiene, rispetto a tutti i tempi della storia il record mondiale della furbizia e del dominio arbitrario!
La situazione andò avanti fino al 1970 quando L’OPEC, il cartello dei paesi arabi produttori di petrolio, aumentò il prezzo del greggio e pretese il pagamento in oro. I paesi acquirenti cercarono di cambiare dollari in oro. Ciò sarebbe stato impossibile in quanto i dollari stampati superavano di moltissime volte le riserve auree degli Stati Uniti. Questa crisi permase fino a che, il 15 Agosto 1971, il presidente Nixon dichiarò unilateralmente e senza preavviso che il dollaro non sarebbe stato più convertibile presso la Banca Centrale americana né in oro, né in valute estere, né in altri mezzi di riserva.
Con una arroganza e una prepotenza assolute gli Usa vennero meno ad ogni patto stipulato a Bretton Woods e imposero il dollaro stampato dalla loro banca centrale come il cardine arbitrario del commercio internazionale a loro esclusivo vantaggio e per il loro potere economico assoluto. Tutte le banche centrali non americane si adeguarono, mantenendo presso di loro i dollari quale valore assoluto per gli scambi internazionali, come se si trattasse di oro, anche senza convertibilità, nonostante soltanto gli Stati Uniti avessero tratto vantaggio dalle enorme massa di dollari stampati!!! Supera ogni fantasia di fantapolitica e fantaeconomia, ma è pura realtà in cui ancora viviamo. E i politici dei vari stati!? Quasi silenzio o solo qualche protesta di routine. Tutti conniventi?! Solo De Gaulle nel 1960 aveva protestato energicamente contro la politica imperialista americana, ma senza ottenere risultati.
Probabilmente gli Stati Uniti hanno emesso così tanti dollari che, se i loro possessori potessero liberamente farne acquisti, potrebbero comprare gran parte dei beni degli Stati Uniti, tutte le sue fabbriche, tutte le sue terre. Ma gli Stati sono obbligati a mantenere le loro riserve in dollari o a convertirli in buoni del tesoro Usa, mentre gli Usa sono stati acquirenti gratuiti di prodotti, società e terre degli altri paesi, attraverso l’emissione della moneta e l’emissione del credito, e continuano a farlo e ad espandersi, seppure devono condurre sempre più guerre per andare avanti in questa strada.
Gli Usa hanno acquisito così tanti beni, imprese, terre, banche, strutture in tutto il mondo, che se anche ora si arrestasse l’emissione di dollari, essi hanno comunque nelle mani un potere così enorme da potersi conservare ancora molto a lungo. Possiamo notare come tutti gli imperi, cioè i sistemi di sottomissione di altri popoli, si sono basati sulla massiccia emissione di moneta, per finanziare i propri eserciti e le proprie strutture di occupazione. Così è stato per l’impero del Gran Kan, così per l’impero romano, così è anche per quello americano.
Tuttavia dobbiamo vedere anche un altro fenomeno attuale, la svalutazione del dollaro, e vogliamo fornire per questo fenomeno una particolare ipotesi di spiegazione, senza avere la certezza che le cose stiano proprio così. Finché il dollaro serviva per comprare all’estero, era importante per gli americani che avesse un alto valore, in modo da comprare all’estero a sottoprezzo, ma quando gli altri stati iniziano a fare pressione per risanare la bilancia commerciale degli Usa e pretendono di poter spendere i dollari che sono nelle loro mani, in beni degli Stati Uniti, allora da una parte essi ricercano in tutti i modi di impedirlo, dall’altra viene svalutato il dollaro, in modo che i dollari all’estero abbiano sempre meno valore. Nello stesso tempo si favoriscono le esportazioni e si limitano le importazioni, spingendo il sistema economico americano a produrre al suo interno i beni di cui abbisogna. Chi è consapevole di tutto questo nel frattempo avrà provveduto a convertire i propri dollari nella nuova moneta forte da essi stessi voluta, l’euro. Si sa che i grandi banchieri “massoni” e le strutture più alte del potere economico sulla terra, non hanno patria e possono con facilità spostare le loro risorse da un punto all’altro del globo, da una valuta all’altra, magari in qualche paradiso fiscale. Importante è che enormi masse di moneta forte rimangano nelle loro mani.
Con tutto questo abbiamo comunque scoperto una seconda, molto più importante, enorme, attività di confisca della ricchezza dei popoli. a vantaggio, per lo meno in passato, di un solo popolo e soprattutto delle sue banche, delle sue imprese multinazionali, delle sue famiglie di potere “massonico” e dei suoi programmi guerrafondai da grande potenza imperialista.
LA MONETA BANCARIA
Procediamo oltre: oggi non siamo come ai tempi del Gran Kan, in cui tutto il denaro era sotto forma di moneta o, con altra espressione, tutta la moneta era in forma “liquida”. Oggi la maggior parte del denaro si trova sotto forma di cifre iscritte nei conti bancari, che si muovono da un conto all’altro da una banca all’altra, tramutandosi raramente e solo in parte in banconote. Si tratta della cosiddetta “moneta bancaria”. La moneta totale di uno Stato è data dalla somma della moneta liquida cartacea con quella bancaria, che è di molto superiore in valore. Dal libro “La moneta” di Andrea Terzi si ricava la percentuale del 90% per la moneta bancaria e 10% per la moneta liquida.
Come abbiamo visto chi crea il denaro liquido e chi se ne appropria, ora dobbiamo cercare di capire come viene creato il denaro che sta dentro i conti bancari e a chi appartiene.
Anche in questo caso ingenuamente si penserà che qui tutto è chiaro: le banche prendono in prestito del denaro dai cittadini e poi lo concedono in prestito alle imprese o ad altri soggetti che ne hanno bisogno. Così pensa la quasi totalità della gente. Il meccanismo bancario invece è di tutt’altra natura.
Una banca privata viene costituita con il versamento del Capitale sociale da parte dei soci o degli azionisti. Poi la banca raccoglie prestiti dal pubblico. La legge consente alle banche di emettere prestiti solo se hanno depositato una somma di garanzia presso la banca centrale (Banca d’Italia, per esempio). Per ogni 100 euro depositati le banche possono concedere prestiti fino a 1000 euro e oltre, purché non vadano in crisi di liquidità! Perciò le banche private locali possono depositare alla banca centrale il loro capitale sociale sommato con i prestiti raccolti presso i risparmiatori, tenendo per sé solo quel tanto che serve come liquidità di cassa e poi possono concedere prestiti per una somma 10 volte superiore alla somma depositata.
Denaro contante liquido ne occorre poco perché la maggior parte delle transazioni bancarie sono movimenti da un conto bancario ad un altro, tramite bonifici bancari, assegni, ricevute bancarie all’incasso e quant’altro. Inoltre il denaro contante liquido che esce per le esigenze di liquidità dei clienti, ma viene compensato da quello che rientra tramite i versamenti delle imprese che incassano liquidità (negozianti, piccole imprese artigiane, ecc.). Con le carte di credito poi i pagamenti per contanti tendono a ridursi sempre più e diventano anch’essi transazioni da un conto bancario all’altro.
Ma l’aspetto più interessante della gestione dei prestiti concessi dalle banche è che la concessione di un prestito bancario coincide con l’emissione di moneta bancaria, esattamente come se si stampasse nuova moneta, ma in maniera ancora più facile e senza spese. Si crea denaro dal nulla, con una semplice registrazione al computer.
Infatti l’accredito di una somma a prestito su un conto bancario non ha come contropartita una pari somma sottratta da un altro conto, che quella somma fornisce, ma si tratta di pura creazione di denaro dal nulla, dovuto al fatto che alla banca è stato concesso il potere di emettere crediti oltre le somme che possiede (e cioè quelle versate in capitale e quelle raccolte dai risparmiatori). Così con ogni emissione di credito si ha un incremento netto di moneta bancaria emessa dalla banca. La banca deve solo fare attenzione a non entrare in crisi di liquidità perché potrebbe succedere che concedendo molti prestiti ci siano molte richieste di denaro liquido, superiori alle riserve che ha la banca. Per questo le banche fanno attenzione a concedere prestiti preferibilmente a clienti che poi eseguiranno i pagamenti tramite movimenti bancari e non tramite liquidità. In ogni caso oggi le banche sono prevalentemente delle grosse reti collegate in Gruppi bancari e la carenza di liquidità di una banca di un gruppo viene compensata dal surplus di liquidità di altre banche dello stesso gruppo. Inoltre anche la banca centrale protegge le singole banche e gruppi bancari da momentanee insufficienze di liquidità, al limite emettendo nuova moneta. Infine il denaro liquido si usa sempre meno, in percentuale sul totale.
Dunque questa creazione di denaro dal nulla da parte delle banche è un fatto strabiliante, quasi impossibile da credere, eppure vero e realizzato ogni momento da migliaia e migliaia di banche in tutto il mondo
Però, si dirà, i prestiti non sono solo concessi, ma vengono anche restituiti. Cosa succede quando il prestito viene restituito?
Così come si è creata moneta bancaria all’atto di emissione dei prestiti, essa viene “distrutta” nel momento di pagamento delle rate.
Il segreto è che l’emissione del credito è andata aumentando sempre più, di anno in anno ed è questo che conta. Infatti la creazione netta di moneta bancaria è pari al netto fra le somme concesse e quelle restituite.
L’economia dell’ultimo secolo è andata espandendosi sempre più e sviluppando sempre più attività. Così la somma netta dei prestiti concessi non poteva che crescere costantemente, perché l’economia aveva bisogno di massa sempre crescente di moneta che i banchieri con facilità creavano, attraverso l’emissione e l’incremento dei prestiti netti, che rimanevano sempre in loro potere. In questo modo i banchieri hanno nelle loro banche quasi tutto il valore aggiunto dello sviluppo mondiale!!
Non è mancato certamente chi ha usato questo enorme privilegio di poter emettere moneta-credito per creare una grande rete di potere. Si è creata una alleanza fra banchieri, che hanno il potere di emettere moneta guadagnandoci sopra lautamente, e le grandi imprese da essi favorite, che hanno avuto buon gioco ad ingrandirsi sempre più e a diventare transnazionali e multinazionali.
Infatti è solo attraverso il credito che un’azienda può ingrandirsi, a meno che non sia finanziata interamente dalle quote di capitale sociale. Ma questo non poteva avvenire che parzialmente, perché il risparmio era limitato rispetto alle esigenze dello sviluppo produttivo che si è realizzato nel mondo. Ora, grazie allo sviluppo già realizzato e alle ingenti somme che si sono accumulate nelle mani di pochi, sarebbe più facilmente possibile di finanziare le imprese con il risparmio, ma esso è nelle mani di chi ha interesse a usare questo capitale solo a fini speculativi e di mantenimento del potere. Del resto il “risparmio” accumulato nei paesi più sviluppati, ha iniziato ad investirsi nei paesi che hanno ancora bisogno di svilupparsi e che hanno delle contropartite da pagare: materie prime di valore, manodopera a basso prezzo, proprietà statali, grandi aziende agrarie e così via. In questo modo una potente “cricca” di banchieri e industriali, che detiene la più grossa fetta del potere economico, sta comprando tutto il mondo e impone la liberalizzazione selvaggia dei mercati e l’eliminazione di ogni protezione delle economie nazionali.
C’è un’alleanza di ferro fra quanti hanno interesse a concedere sempre più prestiti e le imprese che hanno interesse ad averli per espandere insieme sempre più il loro potere in tutto il mondo, avvalendosi anche di fidati alleati locali. E’ questa la forma del nuovo colonialismo.
Le grandi multinazionali gigantesche sono sorte e si sono sviluppate anche perché esse, legate al capitale finanziario che ne è azionista e/o sostenitore attraverso prestiti, non hanno il problema della liquidità. Possono accedere a tutta la liquidità che vogliono in quanto chi dà loro il capitale di prestito continua a rifinanziare sempre più le imprese, perché ne ha pieno interesse, per i guadagni diretti degli investimenti e, ancor più, perché in questo modo espande all’infinito il processo di creazione e controllo della moneta bancaria. Se le quote capitale non sono restituite in tempo vengono rifinanziate e se sono restituite vengono riconcesse, anche aumentate, per nuovi investimenti, in una spirale che si ingrandisce sempre più. Le multinazionali gigantesche e la globalizzazione esagerata sono un derivato quasi necessario dell’intreccio di interessi fra il capitale finanziario delle banche e quello produttivo e industriale, che si sostengono reciprocamente tramite i meccanismi del credito. Prima queste imprese si ingrandiscono nel loro settore e nel loro paese, poi conquistano i mercati degli altri paesi divenendo transnazionali, poi investono in nuovi settori, o assorbono altri settori, o collocano il capitale di maggioranza in altri settori, divenendo multisettoriali. Poi vogliono nelle loro mani anche settori che tradizionalmente sono stati amministrati dal settore pubblico (rete idrica, telefonica ed energetica, scuole, sanità, ecc.) Tutto questo avviene poiché alle banche è stato dato il potere di emettere sia la moneta cartacea (banche centrali) sia quella bancaria.
LA CRESCITA COSTANTE DEI PRESTITI
Nel libro “Nord-Sud - Predatori, predati e opportunisti” leggiamo:
«Nel rapporto fra Nord e Sud il debito è sempre esistito. il Nord ha sempre avuto interesse a prestare soldi al Sud per avere indietro delle ordinazioni. I governi del Sud hanno sempre accettato di indebitarsi per avere del denaro da usare nei modi più disparati. Tuttavia solo dopo il 1973 il debito ha cominciato ad assumere dimensioni di rilievo. Ad esempio, mentre nel 1970 il Sud ottenne nuovi prestiti per un valore di 16 miliardi di dollari, nel 1980 ne ricevette per 64 milioni di dollari. A questo aumento contribuirono un po’ tutte le fonti finanziarie, ma le banche private, dette anche banche commerciali, ebbero un ruolo preponderante. Nel corso degli anni 70 i prestiti bancari aumentarono al ritmo del 28% all’anno, facendo passare in secondo ordine i prestiti di fonte pubblica (chi è poi la fonte pubblica?). » Dai dati forniti dal libro si deduce che i prestiti delle grandi banche sono aumentati in 10 anni di circa 18 volte (1800%)!
Questi dati sono relativi ai prestiti concessi annualmente. Da un altro libro (Castagnola / Cancellare il debito / Emi) vediamo invece i dati sul debito globale (quelli concessi a nuovo sommati a quelli precedenti residui) nei vari anni:
« Nel 1980 il debito totale dei paesi sottosviluppati era di 603 miliardi di dollari e gli interessi annuali di 91 miliardi. Solo 10 anni più tardi, però le cifre erano più che raddoppiate: il debito totale nel 1990 aveva infatti raggiunto i 1473 miliardi di dollari e gli interessi i 164 miliardi di dollari l’anno. Nel 1997 il debito totale aveva raggiunto la cifra di 2317 miliardi e gli interessi passavano a 305 miliardi all’anno. In sette anni le cifre erano quasi raddoppiate. Nel 1998 la cifra totale raggiungeva 2465 miliardi di dollari, con un incremento di 149 miliardi di dollari in un solo anno, mentre gli interessi da pagare rimanevano intorno alla stessa cifra»
Ma cosa succederebbe se i debitori restituissero i loro debiti senza contrarne di nuovi?
La cosa purtroppo è del tutto impossibile perché il sistema bancario (e in particolare quelle grandi banche che, coscientemente e occultamente perseguono il potere e il dominio mondiali, insieme alle grandi imprese collegate) si sono appropriate e continuano ad appropriarsi di molte delle ricchezze dei popoli, avendo presso i loro conti l’iscrizione di grandi somme di crediti, e questi non hanno denaro per restituire i prestiti avuti, perché la gran massa del denaro di credito è stato indebitamente assegnato in emissione e controllo ai banchieri.
La concessione di credito è un grande affare per le banche, perché su di esso guadagnano forti somme tramite gli interessi e perché possono moltiplicarlo non essendo obbligate ad avere la copertura dei prestiti che emettono, tranne che per una piccola parte.
Ma il cuore del problema non è questo ma un altro: Tutto l’incremento netto della ricchezza mondiale, che ha richiesto necessariamente l’incremento del credito per potersi realizzare, si trova non presso i popoli che hanno prodotto questa ricchezza, ma presso il sistema bancario sotto forma di crediti emessi, che complessivamente sono aumentati sempre più nel corso degli anni. Si tratta di moneta emessa, esattamente come quella cartacea. In teoria le banche potrebbero intascarsela, registrando gli incrementi netti dei prestiti, come utili annuali. Non lo fanno perché una operazione di prestito viene registrata dalle banche in attivo come prestito emesso (credito della banca verso il cliente) e in passivo come deposito del cliente sul suo conto bancario. Però il fatto sostanziale è che, se anche l’emissione netta di moneta bancaria non viene intascata alle banche come utile, come invece fanno le banche centrali per l’emissione di moneta cartacea, tuttavia essa appartiene loro come mezzo di potere! E’ un enorme mezzo di potere che consente di esigere interessi e di decidere chi favorire e soprattutto consente di sottrarre l’emissione della moneta ai popoli e alle strutture che dovrebbero emetterla e controllarla al posto delle banche , assegnandola gratuitamente, come vedremo nel seguito.
Il potere di stampare moneta, unito al potere di emettere il prestito molte volte al di là delle riserve di denaro liquido, cioè il potere di emettere anche la “moneta bancaria”, determina tutti gli eventi e le vicende mondiali, determina gli enormi debiti degli stati e dei popoli, determina i passivi di bilancio degli stati, anche di quelli più avanzati, determina l’enorme sviluppo e potere delle multinazionali legate al potere finanziario, determina la creazione dei paradisi fiscali, determina le guerre di aggressione ai popoli e le guerre civili, determina il terrorismo internazionale, determina la povertà e la sofferenza dei popoli, determina il pericoloso stato di degrado ambientale, determina le guerre.
Cosa deve accadere di più per decidere di invertire rotta?!
Una minoranza di individui senza scrupoli sa bene cosa sta facendo e come dirige il mondo secondo le proprie bramosie di potere. Tutti gli altri o sono incoscienti o si fanno corresponsabili, per partecipare alla spartizione della torta del potere e del privilegio, o si sottomettono. Triste realtà, che è tempo di scrollare via dalle spalle dell’umanità.
I banchieri e gli impresari massoni degli Usa, dell’Europa e di tutto il mondo, producono moneta e credito e in cambio tutti gli altri producono per loro, accentrando nelle loro mani gran parte dei frutti del loro lavoro.
IL POPOLO AMERICANO
Il popolo americano è diventato, senza rendersene conto, l’esercito repressivo dei banchieri e capitalisti “massoni”, per imporre in tutto il mondo il loro sistema bancario e per impadronirsi delle ricchezze di tutti i popoli.
Certamente il popolo Americano è un grande popolo che non è colpevole di questo, perché è stato manipolato. E’ tempo che anch’esso si scrolli di dosso questi parassiti dell’umanità, nella consapevolezza che in un primo tempo il tenore globale di vita dovrà diminuire, perché ora è basato anche sul furto perpetrato in tutto il mondo. Ma il vero benessere e benvivere verrà poi presto per tutti i popoli e il popolo americano saprà dare un validissimo contributo. Se invece questo popolo non farà l’opera interna e non violenta di “pulizia”, ma si lascerà coinvolgere ulteriormente nei progetti di dominio, c’è il pericolo di una catastrofe per questo popolo e per tutta l’umanità.
Chiamiamo “massoni” i proprietari e dirigenti dei grossi gruppi bancari internazionali e quelli delle grandi imprese multinazionali. Poniamo il termine fra virgolette intendendo che lo usiamo in maniera impropria, in quanto non pensiamo che siano tutti necessariamente iscritti a una qualche associazione segreta o loggia massonica, come potrebbe facilmente essere per alcuni capi principali, ma soprattutto intendendo che sono individui che, come quelli di una setta occulta dedita al potere e all’inganno e all’occultamento delle informazioni, hanno tramato e tramano nell’oscurità e nella menzogna, cercando di tenere tutti disinformati sulle cose essenziali, per non far conoscere i meccanismi della finanza e dell’appropriazione indebita, con il fine di raggiungere un arricchimento sconfinato, di appropriarsi di ingenti beni e di tutti i privilegi e di esercitare il dominio e il potere su tutti, senza esitare ad usare ogni mezzo, compresi gli assassini e le guerre, per mantenere questi segreti e questo potere.
Parlando di banchieri “massoni” non intendiamo solo i banchieri, ma tutta la rete del potere economico occulto, che ha il suo centro nel potere finanziario-monetario, ma che certamente non si esaurisce in questo, ma si dirama in molti settori e istituzioni.
A CHI ANDREBBE LA MONETA BANCARIA? (COME DOVREBBE ESSERE GESTITO IL CREDITO)
La moneta bancaria dovrebbe essere di proprietà dei popoli che le danno valore con le loro attività di sviluppo economico, creando beni che ne sono la contropartita. Invece se ne sono appropriate le banche, che non hanno nulla da dare in contropartita, né per la moneta legale né per quella bancaria. Le banche non solo si appropriano di denaro che non è di loro spettanza, ma su quel denaro riscuotono anche interessi, divenendo sempre più onnipotenti, fintantoché le popolazioni si sottomettono.
Se un paese del sud ha bisogno di beni del Nord per finanziare il suo sviluppo, è chiaro che deve pagare i beni che compra alle ditte da cui li compra. Questo pagamento però non deve avvenire attraverso dei prestiti concessi al Sud dalle banche del Nord, ma concessi casomai da Banche del Sud e attribuendo il valore dell’incremento netto dei prestiti (incremento di moneta bancaria) agli stessi popoli del Sud, perché sono essi che producono la nuova ricchezza, sono essi i titolari della emissione della nuova moneta bancaria.
Ciò significa concedere crediti gratuiti per tutte le nuove attività di sviluppo. In una nuova economia solidale ciò sarà fatto di concerto con degli opportuni organismi economici in cui siano presenti tutti gli stati.
Se il Pil (prodotto interno lordo) di una nazione in un anno è di 10 e se dalle banche viene emesso un surplus di moneta (cartacea più bancaria) pari a 2, significa che le banche si sono impossessate di una parte del Pil pari a 2, corrispondente al surplus della moneta emessa. Infatti è vero che la ricchezza di una nazione non cambia con l’emissione della moneta, perché corrisponde ai beni prodotti, ma l’emissione si traduce in un furto delle banche nei confronti dei produttori di ricchezza. La ricchezza è la stessa nella nazione, ma cambia di mano, passa da quelli che la producono, al sistema bancario internazionale, sotto forma di crediti da esigere.
Supponiamo che un’impresa per funzionare e svilupparsi abbia bisogno di una certa quantità di prestiti, attivi annualmente, e che questi prestiti vadano aumentando di anno in anno. Caso molto frequente, pur essendo positivo il bilancio annuale fra ricavi e costi.
Questi incrementi di passività bancaria, necessari al corretto funzionamento dell’impresa, vengono erogati dalle banche come proprio valore e devono essere restituiti e l’incremento netto annuale (la moneta bancaria) rimane sempre in gestione delle banche.
In realtà la concessione di prestiti di investimento delle imprese, dovrebbe essere loro concesso gratuitamente, perché sono esse che producono ricchezza con quei prestiti e non le banche che si attribuiscono, indebitamente e arbitrariamente, con la connivenza delle leggi, la moneta bancaria emessa attraverso il prestito, riscuotendoci per di più degli interessi. In un sistema economico etico l’emissione del prestito gratuito, cioè della moneta bancaria, per i vari progetti di investimento, dovrebbe essere posta sotto il controllo di un organismo economico tecnico, all’interno dei Consigli territoriali per lo sviluppo dell’economia etica e con l’ausilio dell’Associazione economica settoriale, del settore in cui viene progettato l’investimento. Di questi organismi si parla in altre parti del sito.
Questo organismo tecnico dovrà assegnare i prestiti di attivazione o di ampliamento a quei progetti che sono giudicati positivi e capaci di tenere in attivo la differenza fra costi e ricavi (il conto economico). Attualmente fra i costi ci sono le quote di ammortamento degli investimenti. Anche se l’impresa non paga gli investimenti, perché li finanzia con l’emissione monetaria relativa all’incremento netto di prestito, tuttavia continuerà a calcolare fra i costi annuali anche le quote di ammortamento dei beni strumentali che utilizza. Gli ammortamenti torneranno ad essere fin dall’inizio ciò che sono concettualmente, cioè accantonamenti per ripagare i beni d’investimento (attrezzature, edifici,ecc.) che devono essere ricomprati dopo il deterioramento. E’ solo l’incremento concesso di investimenti che deve essere dato gratuitamente alle imprese, ma non il riacquisto degli stessi beni. In questo modo l’incremento netto di moneta bancaria non viene assegnato alle banche, che non hanno nessun merito in proposito, ma alle imprese che producono nuovi redditi con nuove attività e investimenti. Queste a loro volta hanno l’obbligo dell’accantonamento degli ammortamenti, cioè hanno l’obbligo di mettere a costo nell’esercizio annuale le quote di ammortamento.
Per le imprese il conto economico rimane quasi lo stesso. Infatti il conto economico è la differenza fra costi e ricavi. I ricavi rimangono gli stessi, mentre fra i costi ci sono in meno soltanto gli interessi riguardanti i prestiti (che ora non sono più prestiti ma donazioni di moneta bancaria emessa), mentre rimangono presenti gli ammortamenti. Quello che cambia notevolmente è il bilancio finanziario. L’impresa non è più sottoposta alle restrizioni dei prestiti per gli investimenti, perché essi sono coperti dalle somme assegnate dall’organismo apposito di cui sopra che sostituisce le banche nella valutazione dell’assegnazione dei prestiti. Queste somme non sono più concesse come prestiti, ma come capitale sociale, che è dell’intera collettività economica (non dello Stato!) locale o regionale o statale o internazionale, a seconda di che tipo di progetto si tratta e di chi concede il capitale sociale comunitario. In questo modo sarebbe grandemente attivata la creatività degli individui e dei popoli e diverrebbe facile creare nuove imprese o nuovi settori d’impresa o ampliamenti di settori d’impresa. L’organismo di pianificazione che concede il prestito deve fare in modo che non si crei trappa concorrenza in una stesso settore e nella stessa zona o che imprese che devono agire in un certo ambito territoriale non agiscano in uno più grande o uno più piccolo. Nascerebbero anche molte aziende che hanno come compito la cura e il miglioramento dell’ambiente, cosa oggi quasi impossibile.
Comunque per poter realizzare tutto questo è necessario che il sistema economico dell’Economia etica si sia già affermato, cosa che non è ancora all’ordine del giorno.
Nel frattempo dovrebbero almeno svegliarsi i governi più progrediti dei paesi in via di sviluppo e creare autonomamente e gratuitamente la propria moneta bancaria, cioè il credito emesso per lo sviluppo del proprio sistema produttivo, invece di sottomettersi alla potenti banche “massoniche” del Nord e alle multinazionali ad esse collegate.
Con ciò si darebbe un potente impulso produttivo a tutte le produzioni interne (attraverso la liberazione del credito) e anche se il sistema monetario internazionale tentasse di svalutare la moneta di questi stati, per gli acquisti verso l’estero, non ci riuscirebbe perché queste monete, se da una parete tenderebbero a svalutarsi per l’emissione gratuita di moneta bancaria, dall’altra, ancora di più, si rafforzerebbero con il rafforzarsi di tutto il sistema produttivo, che stimolerebbe anche le esportazioni.
Concludendo questo paragrafo possiamo dire che abbiamo visto come il sistema bancario, per il modo in cui è concepito e per le funzioni che gli sono assegnate, opera come un ingente fonte di sottrazione di ricchezza dei popoli. Infatti la somma dei crediti attivi presso tutte le banche del mondo, corrispondente alla somma degli incrementi annuali di credito emesso per tutti gli anni di storia delle banche e corrispondente anche alla somma della moneta bancaria emessa nel corso dei secoli, si trova all’interno del sistema bancario, come debito delle imprese e degli stati, mentre in un sano sistema economico dovrebbero trovarsi dentro le imprese come capitale sociale.
Dall’usurpazione del potere di emettere la moneta-credito da parte degli stati del Nord, si è creata la mostruosità dell’enorme debito bancario dei paesi in via di sviluppo. I paesi del Nord succhiano risorse gratuite dal Sud, attraverso questa forma di nuovo colonialismo, esercitato attraverso il potere del sistema bancario internazionale, che impedisce di emettere credito gratuito, per gli investimenti che creano sviluppo.
Con ciò è anche data la direzione di soluzione per questi problemi!
RAPPORTO FRA PROPRIETA’ E MONETA
Il diritto di proprietà su terre e case si trova iscritto nei catasti degli stati e quello sulle fabbriche e imprese si trova iscritto presso le Camere del Commercio. Quando questi diritti entrano nel giro della compra-vendita entrano sotto il potere della moneta e cioè sotto il potere di chi la emette appropriandosene. Così chi ha il potere sulla moneta può comprare tutto il mondo: fabbriche locali, terre, case, ville, parchi, beni statali messi in svendita, beni artistici e tutto quello che esiste e possono anche costruire quello che vogliono a casa altrui.
E se qualcuno si ribella arrivano gli eserciti, pagati anche questi con l’emissione della moneta, cioè con il lavoro di tutti i popoli, compresi quelli che vengono sottomessi. Ironia della sorte: i popoli sono costretti a pagare gli eserciti che li dominano e schiavizzano. Come ai tempi del nostro Gran Kan di Marco Polo! Anzi, peggio che ai tempi del Gran Kan. Ecco che cosa portano coloro che dicono di portare la democrazia nel mondo. La democrazia è gran buona cosa, se fosse vera e se non nascondesse la schiavitù sotto una facciata apparente.
ALTRE FONTI DI ESPROPRIAZIONE DELLA RICCHEZZA
I grandi meccanismi di concentrazione della ricchezza, propri del sistema economico capitalista e del sistema di neo-liberismo capitalista, amplificati enormemente dalle caratteristiche del sistema monetario, di cui abbiamo parlato, fanno in modo che le enormi ricchezze accumulate nelle mani di pochi, esercitino poi delle notevoli iniziative di speculazione finanziaria, con ingenti movimenti di capitali che, attraverso la rete telematica dei computer, vanno da una parte all’altra del pianeta a soli fini speculativi, senza creare alcuna ricchezza, ma concentrandola e sequestrandola sempre più nelle mani di pochi. Uno dei campi in cui si esercita la speculazione finanziaria è anche quello della svalutazione e rivalutazione valutaria, soprattutto a danno delle monete povere, come abbiamo già accennato.
Vogliamo riportare un solo dato, di estrema gravità, sulla concentrazione della ricchezza: “ 475 miliardari posseggono più ricchezza di quanta non ne abbia la metà della popolazione mondiale” (Michael Albert / L’economia partecipativa)
Un’ altra fonte di espropriazione della ricchezza deriva anche dal fatto che le forze produttive dell’umanità vengano deviate da un loro sano utilizzo. Esso imporrebbe che le forze produttive siano utilizzate in primo luogo per risolvere per sempre i grandi problemi mondiali della fame, mancanza di risorse idriche, abitazioni, cultura, salute e tutto ciò che sono i beni basilari. Un sano utilizzo delle forze produttive richiederebbe anche che si dedichino molte più energie e risorse alla cura dell’ecosistema Terra e all’abbellimento e armonizzazione degli ambienti di vita degli uomini. Tutto ciò non è possibile farlo perché la più grassa parte delle risorse finanziarie è nelle mani di quanti hanno interesse solo per sé e per il mantenimento del proprio potere e dei propri ingenti privilegi.
Così il denaro accumulato serve non per il benessere e benvivere di tutti, ma per attivare guerre, ricerche militari, bombe atomiche, scudi spaziali e ingenti produzioni di lusso per pochi, che sono un vero scandalo di fronte alla insopportabile povertà di tanti.
Fra le deviazioni delle forze produttive va anche annoverato che questo tipo di sistema economico, a causa dei suoi meccanismi di funzionamento, lascia nella disoccupazione una discreta percentuale dei lavoratori potenziali.
Complessivamente possiamo parlare di forze produttive in parte deviate dai loro scopi più giusti e in parte inutilizzate.
LE RICCHEZZE INDIVIDUALI DEL PRESENTE COME DERIVATO DEL PASSATO
Ciò che oggi gli individui hanno, sia di capacità personali che di beni materiali, dipende dalla storia del passato.
Per i beni interiori (intelligenza, sensibilità, sentimento, forza di volontà, ecc) si può presupporre che essi derivino dall’ereditarietà ( e quindi da quanto hanno potuto sperimentare le generazioni precedenti) o che essi derivino da quanto gli stessi individui hanno sviluppato in vite precedenti e che portano nella vita attuale (teoria della reincarnazione dell’anima individuale). In entrambi i casi derivano dalle esperienze del passato (proprie o dei propri avi). Anche i beni esteriori dipendono in larga misura dal passato, da quanto le generazioni familiari precedenti hanno lasciato in beni o in possibilità di studi, formazione, esperienze, e quant’altro.
Ma se il passato è stato iniquo e ingiusto, anche quanto si ha nel presente deriva da un passato ingiusto e iniquo e quindi va risanato.
Per far comprendere meglio questo aspetto riportiamo un celebre passo di un capo indio
CHI E’ IL DEBITORE
Lettera di un capo indio ai governi europei
«Così sono qua, io, Guaicaipuro Cuautemoc. Sono venuto ad incontrare i partecipanti a questo incontro. Così sono qua, io, discendente di coloro che popolarono l’America quarantamila anni fa, sono venuto a trovare coloro che la trovarono cinquecento anni fa.
Così ci troviamo tutti: sappiamo chi siamo, ed è già abbastanza. Non abbiamo bisogno di altro. Il fratello doganiere europeo mi chiede carta scritta con visto per scoprire coloro che mi scoprirono. Il fratello usuraio europeo mi chiede di pagare un debito contratto da traditori, che non ho mai autorizzato a vendermi. Il fratello legalista europeo mi spiega che ogni debito si paga con gli interessi, anche fosse vendendo esseri umani e paesi interi senza chiedere il loro consenso.
Questo è quello che sto scoprendo. Anch’io posso pretendere pagamenti. Anch’io posso reclamare interessi. Fa fede l’archivio delle Indie. Foglio dopo foglio, ricevuta dopo ricevuta, firma dopo firma, risulta che solamente tra il 1503 ed il 1660 sono arrivati a San Lucar di Barrameda 185 mila chili di oro e 16 milioni di chili d’argento, provenienti dall’America. Saccheggio? Non ci penso nemmeno! Tanatzin mi guardi dall’immagine che gli Europei, come Caino, uccidano e poi neghino il sangue del fratello! Genocidio? Sarebbe dar credito a calunniatori come Bartolomeo de las Casas, che considerarono quella scoperta come la distruzione delle Indie, o ad oltraggiosi, come il dottor Arturo Pietri che sostiene che lo sviluppo del capitalismo e dell’attuale civiltà europea sia dovuto all’inondazione di metalli preziosi! No! Questi 185mila chili di oro e 16 milioni di chili di argento devono essere considerati come il primo di vari prestiti amichevoli dell’America per lo sviluppo dell’Europa. Pensare il contrario vorrebbe dire supporre crimini di guerra, il che darebbe diritto non solo a chiedere la restituzione immediata ma anche l’indennizzo per danni e truffa.
Io, Guairaipuro Cuautemoc, preferisco credere alla meno offensiva delle ipotesi. Una così favolosa esportazione di capitali non fu altro che l’inizio del piano Marshaltezuma, teso a garantire la ricostruzione della barbara Europa, rovinata dalle sue deplorabili guerre contro i culti mussulmani, difensori dell’algebra, della poligamia, dell’igiene quotidiana e di altre superiori conquiste della civiltà. Per questo, avvicinandosi il quinto centenario del prestito, possiamo chiederci: i fratelli europei hanno fatto un uso razionale, responsabile, o perlomeno produttivo delle risorse così generosamente anticipate dal Fondo Indoamericano Internazionale?
Ci rincresce dover dire di no. Dal punto di vista strategico le dilapidarono nelle battaglie di Lepanto, nelle Armate invincibili, nei terzi Reich ed in altre forme di reciproco sterminio, per finire poi occupati dalle truppe yankee della Nato, come Panama (ma senza canale).
Dal punto di vista finanziario sono stati incapaci –dopo una moratoria di 500 anni- sia di restituire capitale ed interessi, che di rendersi indipendenti dalle rendite liquide, dalle materie prime e dall’energia a basso costo che gli esporta il Terzo Mondo. Questo deplorevole quadro conferma l’affermazione di Milton Friedman, secondo il quale un’economia assistita non potrà mai funzionare e ci obbliga a chiedere –per il loro stesso bene- la restituzione del capitale e degli interessi che abbiamo così generosamente aspettato a richiedere per tutti questi secoli.
Detto questo vorremmo precisare che non ci abbasseremo a chiedere ai fratelli europei quei vili e sanguinosi tassi di interesse, variabile dal 20 fino al 30%, che i fratelli europei chiedono ai paesi del Terzo Mondo. Ci limiteremo a esigere la restituzione dei materiali preziosi prestati, più il modico interesse del 10% annuale accumulato negli ultimi 300 anni.
Su questa base, applicando la formula europea dell’interesse composto, informiamo gli scopritori che ci devono, come primo pagamento del loro debito, soltanto i 185mila chili di oro e 16 mila chili di argento, ambedue elevati alla potenza di 300. Come dire, un numero per la cui espressione sarebbero necessarie più di 300 cifre e il cui peso supera ampiamente quello della terra. come è pesante questa mole di oro e di argento!
Quanto peserebbe calcolata in sangue? Addurre che l’Europa in mezzo millennio non ha saputo generare ricchezze sufficienti a cancellare questo modico interesse sarebbe come ammettere il suo assoluto disastro finanziario e/o la demenziale irrazionalità delle basi del capitalismo.
Tuttavia queste questioni metafisiche non affliggono noi indioamericani Però chiediamo la firma immediata di una carta d’intenti che disciplini i popoli debitori del vecchio continente e li obblighi a far fede al loro impegno tramite una immediata privatizzazione o riconversione dell’Europa, perché ci venga consegnata per intero come primo pagamento di questo debito storico. Dicono i pessimisti del Vecchio Mondo che la loro civiltà versa in una bancarotta tale che gli impedisce di tener fede ai loro impegni finanziari o morali. In tal caso ci accontenteremo che ci paghino dandoci la pallottola con cui uccisero il poeta. Ma non potranno. Perché quella pallottola è il cuore dell’Europa» .
Guaicaipuro Cuautemoc
Questo è solo un esempio che ci mostra che, se dovessimo tenere conto del passato, avremmo ben molto da risanare. Del resto vogliamo accettare il passato così come è stato, perché in ciò c’è una profonda saggezza e perché non vogliamo fomentare rancori, odi e guerre.
Vogliamo però raggiungere una situazione nuova di uguaglianza, giustizia, fratellanza economica, nel rispetto delle individualità e delle diversità etniche e culturali.
Questo non si può raggiungere se permangono le situazioni attuali, che provengono dalle ingiustizie del passato, come le grandi masse di capitali, perché queste situazioni tendono a rigenerare i mali da cui provengono e generano conflitti e impossibilità di risolvere i problemi.
SINTESI SUL FURTO DELLE RICCHEZZE
Volendo sintetizzare quanto esposto fino a qui vediamo le seguenti tre cause principali per la situazione di povertà e disagi e di mancanza di benessere e benvivere
1) Il sistema monetario internazionale, con le sue banche centrali private e il suo sistema di emissione di credito bancario, come “moneta bancaria”, sequestra e gestisce ingenti ricchezze a favore di pochi. Accogliendo la moneta-debito l’umanità ha accolto anche un enorme peso sulla propria testa, che ne schiaccia l’iniziativa sana e libera.
2) Gli Usa sono stati e sono ancora, anche se con qualche difficoltà in questo ruolo, grandi sequestratori di ricchezza internazionale. Dietro ad essi si trovano organizzazioni “occulte” di p
di Gianni Barbacetto
[ da diario n°17/2004]

Il presidente della Sicilia Cuffaro. Il boss Guttadauro. Politici e mafiosi sono indagati, insieme, nell’inchiesta di cui nessuno parla.

C’è, nel Paese chiamato Italia, un’incredibile vicenda di politica e di mafia che molti conoscono, ma di cui nessuno parla. Una storia i cui singoli elementi sono noti, ma il risultato finale è invisibile. Una vicenda inesistente. La tv non ne parla. I giornali raccontano, in breve, di tanto in tanto, qualche passaggio, ma la trama complessiva resta sconosciuta.
E allora bisogna raccontarla, questa storia. Accade in Sicilia, nei palazzi del potere, della politica, dell’imprenditoria. E ha per protagonisti il politico più amato e votato dell’isola, Totò Cuffaro da Raffadali, e l’imprenditore più ricco e influente di Sicilia, Michele Aiello da Bagheria. Comprimari, in questa storia dove un ruolo centrale è giocato da Cosa nostra, non sono picciotti, pecorari, killer, ma stimati medici, irreprensibili professionisti: borghesia mafiosa, mai come oggi visibile nella trama sociale e criminale della Sicilia.
Questa, è chiaro, è una storia siciliana. Ma pone, come vedremo, un grosso problema anche alla politica nazionale: perché Totò Cuffaro, presidente della Regione e numero uno dell’Udc nell’isola, è l’azionista di maggioranza del partito di Casini, Follini e Buttiglione, che senza i voti raccolti in Sicilia da Cuffaro non potrebbero, a Roma, stare seduti dove sono. D’altra parte, qui è in corso una competizione durissima, come vedremo, tra Udc e Forza Italia, in lotta tra loro per conquistare il centro – in tutti i sensi – della scena politica.
Ma procediamo con ordine: questa storia, come tutte le storie siciliane, è complicata, dunque per non perdersi è necessario innanzitutto conoscerne personaggi e interpreti. Cuffaro e Aiello, protagonisti assoluti, li abbiamo già introdotti sulla scena. Il primo è un medico radiologo diventato politico straripante e infine presidente della Regione, dopo aver dimostrato sul campo di essere una macchina acchiappavoti, abilissimo a costruire consenso, tanto da aver saputo creare dal nulla, appunto, l’Udc, che qui è forte come in nessun’altra parte d’Italia (ha un quarto delle tessere e otto deputati su quaranta nazionali).
Al Nord è arrivata solo la leggenda di Totò Vasa-Vasa (Bacia-Bacia), per via dell’incredibile numero di mani che riesce a stringere e di baci che riesce a regalare nei suoi viaggi in giro per la Sicilia. Meno noto è un altro dei suoi soprannomi, «cioccolatino» (così veniva chiamato in vecchie intercettazioni telefoniche). E ancor meno conosciuta è la leggendaria dote delle sue agende, in cui sono memorizzati migliaia di nomi, e la sua mostruosa capacità di conoscere persone, incontrare gente, ricordare volti e nomi: per tutti ha la parola giusta, per ciascuno il saluto personalizzato, il ricordo preciso, la promessa da mantenere. Migliaia di richieste, grandi o minute, gli arrivano, personalmente o attraverso la sua segreteria. A tutte risponde, esaudendo le preghiere e dispensando miracoli.
Puffaro il kamikaze. L’ultimo miracolo l’ha fatto al Vinitaly di Verona, poche settimane fa: ha presentato due vini, «Euno» e «Pluzia». Il primo è un nero d’Avola, il secondo un blend di grillo e chardonnay. Per la cronaca, Euno è un siciliano che nel secondo secolo avanti Cristo difese gli schiavi, per questo finì processato, ma fu infine dagli schiavi stessi proclamato re.
Il pubblico della tv lo vide per la prima volta nel 1993, durante una tesissima puntata di Samarcanda in cui Michele Santoro aveva voluto raccontare, in diretta da un teatro palermitano, le vicende di Calogero Mannino, boss democristiano accusato di essere sceso a patti con Cosa nostra. D’improvviso, irruppe sulla scena un ometto rotondo che, contro tutto e tutti, difese strillando il leader democristiano. Quell’ometto era Totò Cuffaro, allora sconosciuto collaboratore di Mannino. Dopo quell’azione kamikaze, l’ometto fu irriso e per lungo tempo chiamato Puffaro. Ma è stato sufficiente aspettare qualche anno e la ruota della storia lo ha riportato alla ribalta. E in posizione di primo piano, questa volta: era lui, ormai, il leader dell’eterna Dc targata Udc.
Sempre al governo: Totò Vasa-Vasa, diventato assessore regionale all’Agricoltura, era come la Terra nel sistema tolemaico, le maggioranze cambiavano, al centrodestra seguiva il centrosinistra e poi ancora il centrodestra, ma lui era sempre al suo posto, eterno assessore con ogni maggioranza. Fino al 2001, quando il voto popolare con un milione e mezzo di suffragi lo incorona «governatore» della Sicilia.
Cuffaro continua a controllare l’azienda di famiglia, una delle più grandi imprese siciliane di autolinee. Con ciò dà origine, in verità, a un piccolo conflitto d’interessi: con una mano elargisce, come presidente della Regione, finanziamenti pubblici ai trasportatori privati (una lobby potente che intasca denaro pubblico per 300 miliardi di lire l’anno); con l’altra incassa quei finanziamenti e li mette nella sua tasca d’imprenditore. Ma chi sta a guardare un conflitto d’interessi per qualche rete d’autobus, nell’Italia delle reti televisive?
Totò, comunque, è soprattutto medico. Questo gli è stato utilissimo anche in politica: quante persone, da medico, ha incontrato, assistito, consolato, indirizzato, aiutato... Per tutti una ricetta, un consiglio, una raccomandazione. Quanti amici si è fatto, Totò, grazie al camice bianco, quanti voti si è conquistato. Ma il settore della sanità si presta a interventi anche più remunerativi. Un vecchio amico di partito, Salvatore Lanzalaco, con lui nella segreteria politica dell’onorevole Mannino, ha raccontato che già dalla fine degli anni Ottanta il giovane Cuffaro era, per conto di Mannino, il grande manovratore dei concorsi ospedalieri, lo specialista nella distribuzione di incarichi a medici e primari e di posti di lavoro in ospedali e Asl. Era lui – sempre secondo Lanzalaco – che determinava i membri delle commissioni di concorso, riuscendo così a «sistemare» da 2.000 a 2.500 tra medici e paramedici.
Lui nega, smussa, minimizza. Ammette, è vero, di aver ricevuto almeno 200 medici, nel 2001, accorsi a farsi segnalare per un concorso con in palio sei posti di assistente medico. Ma giura di avere sempre ascoltato tutti, senza aver mai fatto niente per nessuno (e come mai allora in tanti continuavano ad andare da lui?).
Aiello ne ha fatte di strade. Ha a che fare con la sanità anche il secondo protagonista di questa storia, Michele Aiello. Re delle cliniche siciliane, scrivono i giornali, proprietario di strutture mediche d’eccellenza, nel 2000 risulta essere il maggior contribuente della Sicilia: vuol dire che, se non è effettivamente il più ricco, è almeno quello che nell’isola deve dichiarare il reddito più alto (2.899.446 euro quattro anni fa), visto che le sue entrate in gran parte provengono dai finanziamenti pubblici, della Regione, per la sanità.
Aiello ha però una lunga storia alle spalle. Ingegnere, oggi è titolare di un gran numero di società che si occupano di movimento terra, edilizia, servizi, forniture di materiali per ufficio, oltre che di sanità, oggi il suo core business. Ma ha cominciato, a metà degli anni Ottanta, costruendo strade interpoderali. In questo campo la sua Straedil srl diventa rapidamente quasi monopolistica. Dieci anni dopo si butta nel business della salute. Nel 1996 rileva la Diagnostica per immagini srl, che poi diventa la Villa Santa Teresa di Bagheria. L’espansione è rapida: dalla diagnosi clinica alla terapia, dalla degenza alla riabilitazione.
Per un giorno è socio anche di Cuffaro, o meglio di sua moglie, Giacoma Chiarelli, che aveva una quota del Laboratorio Diagnostica Ormonale. Il 29 luglio 1997, infatti, Aiello entra nella società e sottoscrive l’aumento di capitale. I vecchi soci, tra cui Giacoma Vasa-Vasa, non seguono l’esempio e se ne vanno. Il Laboratorio diventa così di Aiello.
I guai per l’impresario di strade diventato re della sanità arrivano nel 2003. Di un certo Aiello in rapporti con Cosa nostra si era già sentito parlare a metà degli anni Novanta. Su un «pizzino», un biglietto proveniente da Provenzano e caduto nelle mani degli sbirri nel 1994, era scritto: «Ditta Aiello: deve fare lavoro strada interpoderale a Bubudello. Lago di Pergusa Enna. Ditta Aiello deve fare lavoro strada interpoderale al Bivio Catena Piazza Armerina». Ma è Nino Giuffré, l’ultimo dei «pentiti», a far chiudere il cerchio: l’Aiello vicino a Bernardo Provenzano, con il suo assenso costruttore di strade prima e re della sanità poi, è proprio l’ingegnere di Bagheria. Arrestato il 5 novembre 2003, con l’accusa di essere un imprenditore a disposizione di Cosa nostra.
Il tariffario segreto. Destino comune, quello di Aiello e quello di Cuffaro: sono due uomini di successo del settore sanitario. Potevano non incontrarsi? Si conoscono, si parlano, si consultano, si vedono. Ma dalla primavera 2003, quando decollano le indagini su di loro, smettono di comunicare. Evidentemente sanno dell’inchiesta. Hanno un incontro diretto, ma con accorgimenti tali che sembra uscito da un film di spie. Avviene alle 18 del 31 ottobre 2003, cinque giorni prima dell’arresto di Aiello. Niente contatti diretti tra i due. Nessuna telefonata. Intermediari per fissare l’appuntamento. Luogo scelto: una boutique di Bagheria, Bertini Uomo. Cuffaro, per non avere testimoni, addirittura semina la scorta. E infine, eccolo di fronte ad Aiello. Di che cosa parlano? L’ingegnere, dopo l’arresto, lo confessa: «Quel giorno parlammo del tariffario regionale della sanità che a me interessava per i rimborsi delle prestazioni delle mie strutture, ma discutemmo anche delle indagini in corso».
Sì, perché entrambi sanno che i carabinieri sono sulle loro tracce: hanno notizie di prima mano e una squadretta di spioni che li tiene ben informati. Cuffaro, nel suo interrogatorio del 9 febbraio 2004, non può non ammettere l’incontro, ma cerca di limitare i danni: «Non abbiamo parlato di indagini, ma solo del tariffario». Quella del tariffario della sanità è una bella grana, in Sicilia. Mettete due cordate imprenditoriali in competizione tra loro: Aiello da una parte, Guido Filosto dall’altra. Mettete, alle loro spalle, due diversi sostegni politici: l’Udc di Cuffaro dietro Aiello, Forza Italia e l’assessore Ettore Cittadini dietro Filosto. Mettete che, comunque, è la Regione che paga sempre. Otterrete uno scontro epico, in cui diventa determinante il tariffario dei rimborsi regionali: se si pagano meglio gli interventi sofisticati, incassano di più le strutture d’eccellenza di Aiello; se si privilegiano le prestazioni medie, cresce il guadagno di Filosto. In casa di Aiello è stata sequestrata una bozza del tariffario regionale, ancora segreto, con sottolineate in blu le parti più «delicate». Ma mentre lo scontro era ancora in corso, sono arrivati i carabinieri.
Ora la contesa continua sul piano politico: Forza Italia ha fatto il pieno di voti in Sicilia, ma l’Udc di Cuffaro continua a erodere consensi, e proprio nel bacino da cui attinge anche Forza Italia. La vocazione dell’Udc, in fondo, è quella di rendere inutile il partito di Berlusconi, di sostituirsi a Forza Italia, di conquistarne gli interlocutori (di ogni tipo), di riconquistare infine il ruolo che fu della Dc. Come finirà? A chi gioveranno le indagini in corso? Lo sapremo il 13 giugno.
La squadretta di spioni. Per difendersi da eventuali indagini, Aiello aveva a disposizione una squadretta di spioni che lo informavano in tempo reale sulle inchieste, sulle intercettazioni, sulle microspie. Ne facevano parte il maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo, il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, l’ex carabiniere passato alla politica (nell’Udc, naturalmente) Antonio Borzacchelli. Aiello per mesi non parla mai ai telefoni della sua clinica di Bagheria (sa che sono intercettati). A chi lo chiama fa dire che non c’è. Poi, appena viene sospeso il servizio d’intercettazione, si attacca al telefono e parla, parla, parla. Che qualcosa non quadri appare chiaro anche al tenente colonnello dei carabinieri che sta conducendo le indagini, Giammarco Sottili, che poi, con vezzo classico, titolerà il suo rapporto «Timeo Danaos»: «Temo i Greci, anche quando portano doni», scriveva Virgilio. Il dono in questione era un grande cavallo di legno; e cavalli di Troia erano le talpe che scavavano tra investigatori e magistrati del palazzo di giustizia di Palermo per poi riferire ad Aiello. Avevano organizzato una rete telefonica parallela e segreta, per evitare le intercettazioni. Ma Sottili la scopre e scopre così il gioco delle talpe. Ciuro e Riolo vengono arrestati insieme ad Aiello.
Le notizie più delicate, però, arrivano al re delle cliniche da una fonte diversa, più informata: una supertalpa. Chi è? Secondo i magistrati è Totò Cuffaro in persona. È lui ad avvertire Aiello e i suoi coimputati degli snodi più delicati, dei passaggi più critici dell’indagine: «Cuffaro mi disse», «L’ho saputo da Totò», ripetono i protagonisti di questa storia. E le fonti del «governatore» non sono le talpine palermitane, ma semmai una qualche talpona romana. Finora senza volto.
Borghesia mafiosa. I guai di Cuffaro precedono quelli di Aiello. Cominciano nel 2001, quando due magistrati di Palermo determinati e intelligenti, Nino Di Matteo e Gaetano Paci, mettono sotto indagine un gruppo di professionisti palermitani. La loro attenzione è catturata dapprima da un medico quarantenne: Mimmo Miceli, ex assessore alla Sanità a Palermo, uomo di fiducia di Cuffaro, da questi posto al vertice della Multiservizi, la società che svolge le manutenzioni per il Comune di Palermo ed è uno dei serbatoi di consenso dell’Udc.
Miceli, secondo i magistrati, era in stretti rapporti con Giuseppe Guttadauro detto Peppino, ex primario dell’ospedale civico di Palermo. Oggi Guttadauro, come medico, è in pensione, ma resta in attività – sempre secondo i magistrati – come mafioso: boss di Brancaccio, già condannato in passato per la sua affiliazione a Cosa nostra, è lo sponsor di Miceli alle elezioni regionali del 2001. Miceli non riesce a essere eletto, ma diventa il braccio operativo di Guttadauro dentro l’amministrazione comunale e la politica. «Berlusconi, se vuole risolvere i suoi problemi, ci deve risolvere pure quelli nostri», dice Guttadauro, intercettato dai carabinieri.
Nel mirino di Di Matteo e Paci entra anche un mafioso di Altofonte residente a Milano e a Milano in contatto con Marcello Dell’Utri: Salvatore Aragona, anch’egli medico, grande amico di Guttadauro, già condannato a nove anni per favoreggiamento di Giovanni Brusca, l’uomo che azionò il telecomando contro Giovanni Falcone.
Borghesia mafiosa, gente colta, rispettati professionisti. Ben inseriti in quell’area grigia che collega Cosa nostra con la società, gli affari, la politica. Guttadauro, Aragona e Miceli vengono arrestati il 26 giugno 2003. Hanno tutti una cosa in comune: stretti rapporti con Totò Cuffaro. E Miceli, il pupillo di Guttadauro, che lo aveva sostenuto in campagna elettorale, era il tramite tra i mafiosi e Vasa-Vasa. Scatta così il primo avviso di garanzia inviato al presidente della Regione: per concorso esterno in associazione mafiosa. Totò era stato eletto «governatore» da meno di tre settimane e già andava a incontrare all’hotel Excelsior di Palermo, il 30 luglio 2001, Miceli e il cognato di Peppino Guttadauro, Vincenzo Greco, anch’egli medico, già condannato nel 1996 per avere curato il killer di padre Pino Puglisi. Peccato che le telecamere dei carabinieri abbiano ripreso tutto. Le microspie, poi, registrano Peppino che spiega alla moglie Gisella: «Ogni volta che ci andiamo ci devono mettere il tappeto, devono stare affacciati al finestrone e dire: stanno venendo. Perché quando tu fai a uno una campagna elettorale, e gliela fai per davvero, non è che poi si babbulia». Non si scherza con il boss che ti ha fatto eleggere.
Dopo aver individuato i rapporti tra Totò, Mimmo e Peppino, i magistrati si dedicano alle indagini su Aiello, sul suo collaboratore Aldo Carcione, sulle talpine e sulle talpone. Altri uomini dell’Udc finiscono sotto inchiesta: accanto a Miceli e Borzacchelli, capita al deputato nazionale Francesco Saverio Romano, uomo di collegamento tra Cuffaro e Roma; all’ex consigliere provinciale Antonino Cosimo D’Amico, candidato di Provenzano alle regionali del 2001 («I picciotti di Bagheria hanno u piaciri di portare questo signore», aveva detto Binnu a Giuffré, consegnandogli i «santini» elettorali da diffondere); a Bartolo Pellegrino, assessore di Cuffaro, che a pranzo con un boss malediva – intercettato – gli «sbirri e infami»; e a Nenè Lo Giudice, detto Mangialasagne, assessore regionale che aveva fatto la campagna elettorale con la musica del Padrino e diceva: «Io sono amico di quelli giusti, i mafiosi con le palle».
Problema udc. Ma gli occhi sono puntati su di lui, su Totò. Nessuno oggi ricorda più la vecchia inchiesta per abusivismo edilizio e abuso d’ufficio aperta dalla procura di Agrigento su Cuffaro in quanto socio della H&C and Sons, proprietaria dell’albergo di Capo Rossello a Realmonte. Poca attenzione hanno avuto anche le rivelazioni di Gioacchino Genchi, superconsulente della procura di Palermo, che nel corso di un processo ha raccontato che il funzionario regionale Natale Tubiolo, escluso dal gabinetto del presidente Cuffaro dopo che erano state scoperte le sue pendenze giudiziarie, era in contatto con molti mafiosi e, contemporaneamente, con Cuffaro. Dimostrato dai tabulati telefonici del 1992-93, che evidenziano contatti tra Tubiolo e Totò, allora deputato regionale. «Niente di scandaloso», replica Cuffaro, «Tubiolo allora era un dirigente della Dc».
Più clamore hanno fatto le indagini in corso a Palermo, in cui Cuffaro deve rispondere dei reati di concorso esterno in associazione mafiosa e rivelazione di segreto d’ufficio. A queste ora si è aggiunta l’indagine di Messina sullo smaltimento rifiuti: è accusato, anche qui, di aver divulgato notizie riservate sugli appalti. Del resto, Cuffaro è anche commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Sicilia. Da uomo trasversale qual è, Totò a Messina non si è smentito: è indagato insieme a uomini della sinistra, gli «imprenditori rossi» Gulino e il boss Ds Mirello Crisafulli.
Ma pochi hanno ritenuto scandaloso che il presidente della Regione sia indagato per mafia. Pochissimi hanno rilevato che già le ammissioni fatte («Con Aiello abbiamo parlato solo del tariffario») siano gravissime. La vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, Angela Napoli di An, ha chiesto le dimissioni di Totò, ma è stata subito smentita anche dai leader del suo stesso partito.
Dell’affaire Cuffaro la politica non si cura. Non se ne cura il suo partito, solitamente così giudizioso a Roma. Non se ne curano i più alti esponenti dell’Udc, il presidente della Camera Pierferdinando Casini, il segretario Marco Follini, il ministro Rocco Buttiglione. Ormai la mafia non indigna, l’antimafia non appassiona. Un investigatore di Palermo dice, con un sorriso amaro: «La situazione è migliorata. Ieri si diceva: “La mafia non c’è”. Oggi si dice: “La mafia c’è stata”». Quanto a lui, Totò Cuffaro, dopo avere a suo tempo difeso dalle «mascariate» il suo amico e maestro Calogero Mannino, ora difende se stesso. Anche candidandosi alle elezioni europee: un seggio a Strasburgo vuol dire immunità.
Ha collaborato Alessio Gervasi
di Ann Zeuner
[da il manifesto di oggi]
Hiv, virus dell'immunodeficienza acquisita, 40 milioni di persone infettate in tutto il mondo. Ebola, virus della febbre emorragica, 89 per cento di vittime fra i contagiati. Sars, virus della sindrome respiratoria grave, 8000 persone infettate e 770 uccise in poco più di un anno.
H5n1, virus dell'influenza dei polli, l'inquietante candidato per una nuova pandemia. Cos'hanno in comune questi virus oltre al fatto di causare malattie fatali per gli esseri umani e dare filo da torcere a medici, scienziati e responsabili della sanità pubblica? Tutti questi virus, per i quali non esiste per ora un vaccino né una cura efficace, derivano dagli animali e sono «saltati» sull'uomo in tempi recenti.
Esistono due immensi serbatoi di virus capaci di trasmettersi all'uomo: gli uccelli e le scimmie. Il virus dell'influenza dei polli è comparso, non a caso, nell'Asia orientale, dove il pollame viene venduto vivo nei mercati. Anche il virus della Sars sembra derivare dagli uccelli, ma è stato individuato anche in altri animali in vendita nel mercato della regione di Guangdong, in Cina, e non è chiaro come si sia trasmesso all'uomo.
Nel caso di Hiv ed Ebola, originari dell'Africa centrale, è stato invece possibile scoprire, grazie al lavoro di scienziati-detective, l'esatta specie animale di origine e la via di trasmissione agli esseri umani.
L'uso di cacciare le scimmie per nutrirsi della loro carne è diffuso fra molte popolazioni africane. La carne di scimpanzè, mandrilli e altre scimmie viene quasi sempre macellata a mani nude, venduta al mercato e mangiata, talvolta cruda.
In questo modo i virus Hiv, Ebola ed altri meno famosi come Htlv (che può causare la leucemia nell'uomo) e Sfv (spumavirus della scimmia, apparentemente innocuo) si sono trasmessi dalle scimmie all'uomo. Infatti questi virus infettano alte percentuali della popolazione di scimmie selvatiche e possono contagiare chi manipola o mangia la loro carne e chi tiene scimmie come animali domestici (come i cacciatori, che spesso portano a casa i cuccioli degli animali uccisi).
Il passaggio di un virus dalla scimmia all'uomo ha conseguenze imprevedibili: alcuni virus, come Ebola, sono mortali sia per la scimmia che per l'uomo mentre altri, come quelli della famiglia dell'Hiv, convivono pacificamente con le scimmie da migliaia di anni ma diventano aggressivi quando infettano un ospite di un'altra specie.
Altri ancora sono innocui, oppure non riescono a trasmettersi efficientemente da un uomo all'altro e quindi la loro diffusione rimane limitata. Tuttavia, data la capacità dei virus di cambiare rapidamente e di incrociarsi tra loro per creare nuove combinazioni, c'è la possibilità che un virus poco nocivo si trasformi in un killer implacabile.
La caccia alle scimmie si è trasformata da un tradizionale mezzo di sussistenza ad un'impresa commerciale di grandi proporzioni, per cui la carne di scimmia viene venduta nei mercati ed esportata in tutte le città del mondo in cui è presente una comunità di immigrati dell'Africa occidentale.
Questa pratica, oltre a mettere a rischio di estinzione molte specie di scimmie, fa sì che ci sia un passaggio continuo dalle scimmie all'uomo di virus potenzialmente pericolosi. Se col maggior consumo di carne di scimmia è aumentato il passaggio di virus all'uomo, la successiva disseminazione dei ceppi più contagiosi è assicurata dalla concentrazione di grandi masse di persone nelle città e, nel caso di virus sessualmente trasmissibili, dalla diffusione della prostituzione.
Gli scienziati stanno continuando a studiare l'infiltrazione di virus provenienti dalle scimmie nelle comunità africane, in modo da poter prevedere l'irruzione nella specie umana di nuove malattie provenienti dalla giungla.
di Roberto Zanini
[da il manifesto di oggi]
Brutta gente i giornalisti. Si intrufolano, depredano, diffamano e s'infamano, arruffano e arruffianano, a comando depistano. Informano quando possono, mentono quando vogliono. Ogni tanto qualcuno ci crepa, specie in tempo di guerra - ma non solo - e si pubblicano coccodrilli epici e giuramenti immantenibili.
E ogni tanto qualcuno si incarica di spegnerli. Come fa la nota ufficiale di Palazzo Chigi che chiede il silenzio stampa sulla vicenda degli ostaggi «a tutte le reti radiotelevisive sia nei telegiornali che nelle trasmissioni di approfondimento» (curiosamente la carta stampata è esente, sarà che i rapitori leggono meno ancora degli italiani o che i governanti dei rapiti non la considerano proprio).
In questo caso la questione è semplice: nessun potere si deve azzardare a limitare la stampa per nessun motivo. Camuffare i compiti della politica con quelli dell'informazione è un errore letale che non è possibile commettere in buona fede, un errore proprio dei regimi. Valgono per la libertà di stampa le stesse banalità che valgono per la democrazia: meglio brutta che nessuna, il peggior sistema possibile eccetto tutti gli altri eccetera.
Il confine tra potere e informazione è spesso labile, la terra di nessuno tra i due luoghi è particolarmente estesa, una fangosa zona grigia in cui avviene un po' di tutto, e in genere niente che non sia maleodorante. La richiesta di silenzio che viene da un potere annette a quest'ultimo l'intera palude, con tutti i suoi miasmi. Le vite degli ostaggi e le foto dei torturatori americani e britannici - aspettiamoci gli italiani, come in Somalia - finiscono nello stesso frullatore. Ciò è pericoloso. Come pericolosa è l'adesione che alcuni dei media richiesti hanno manifestato, con prontezza degna di tempi ancora più oscuri di questi.
In subordine, è particolarmente indecente che la richiesta di silenzio giunga dall'individuo smodato e incontinente che oggi fa il premier, mero proprietario di ogni cosa si muova dentro un teleschermo in questo paese, autore di una decina di tremende sparate consecutive sulla stessa questione che oggi pretende di silenziare. Non ultima quella di far dire al Sismi che l'incaglio nelle trattative era tutta colpa dei giornalisti - «notizie false e ricostruzioni suggestive non aiutano la liberazione degli ostaggi», testo di un rapporto dei servizi consegnato al governo solo dieci giorni fa, e chissà chi l'avrà passato alla stessa stampa che porta la colpa di tutto.
La cosa è grave ma forse non è seria. La richiesta di silenziatore attiene più all'assoluto obnubilamento del governo nel gestire la questione degli ostaggi che non alla reale possibilità di mettere la sordina alla stampa. Qualche direttore di tg si è precipitato a garantire riservatezza, ma è difficile che chi non lo farà venga spedito a Sant'Elena. Del resto la telecrazia non ha bisogno di far rotolare le teste. Si limita a renderle inutili.
(A proposito, ieri cadeva la quattordicesima giornata mondiale della libertà di stampa. Non è una battuta).
di Sergio Romano
[dal Corriere della Sera del 30/4/2004]

Il riconoscimento della quarta forza . La nomina di Gottardo
Non tutti i grandi cambiamenti avvengono con decisioni solenni, leggi costituzionali, elezioni o referendum. Quello che è accaduto ieri nell' Arma dei carabinieri (la nomina di un comandante, il generale Luciano Gottardo, che non proviene da un' altra forza armata) rientra per l' appunto nella categoria delle «rivoluzioni per decreto», vale a dire dei cambiamenti adottati con una semplice decisione governativa.
Dopo essere stati comandati da un «esterno», con poche eccezioni, per quasi 200 anni (l' ultimo strappo alla regola fu nel 1943), i carabinieri avranno un comandante proveniente dai loro ranghi e saranno d' ora in poi, per così dire, autosufficienti. Per meglio comprendere l' importanza del cambiamento occorre ricordare le ragioni per cui l' «autosufficienza» era stata considerata sinora inopportuna, se non addirittura pericolosa.
La principale ragione è la diffidenza del potere per una grande forza di polizia che è al tempo stesso corpo combattente e gendarmeria militare. Quasi tutti i governi italiani, indipendentemente dalla loro maggiore o minore legittimità democratica, si sono preoccupati della necessità di evitare che l' Arma divenisse una potente corporazione, un corpo separato, una specie di «Società di Gesù» all' interno dello Stato, uno strumento al servizio delle personali ambizioni dell' uomo che, venendo dalla gavetta, fosse riuscito a impadronirsi dell' organizzazione.
Per quanto politicamente diversi, i governi italiani dall' unità in poi generalmente non ebbero dubbi: la nomina di un esterno avrebbe permesso all' esecutivo di stroncare sul nascere qualsiasi prospettiva di pronunciamento o colpo di Stato, nello stile dei Paesi iberici o latino-americani. Amata e temuta, l' Arma ha così pagato la propria autorevolezza accettando che il suo comando fosse riservato a un «laico» nominato dal governo e proveniente dall' esterno.
La situazione comincia a cambiare nel corso degli anni Novanta quando cresce fra i carabinieri il desiderio di essere riconosciuti (dopo Esercito, Marina e Aeronautica) come quarta forza armata: uno status simile, per molti aspetti, a quello dei Marines nell' establishment militare americano. La richiesta appare giustificata dalle funzioni che i carabinieri hanno progressivamente assunto nelle missioni umanitarie e di peacekeeping del terzo dopoguerra.
In Bosnia, in Kosovo e ora in Iraq, la vecchia polizia militare, un po' arcigna e scostante, ha imparato a vivere tra le popolazioni, a conquistarne la fiducia, a prevenire anziché reprimere. Presenti da allora in quasi tutte le grandi crisi, i carabinieri sono diventati in tal modo un modello internazionale e il principale strumento di questa nuova diplomazia militare.
Pochi corpi godono nel mondo di tanto credito. Era inevitabile che alle nuove funzioni corrispondesse un nuovo status. Ed era inevitabile che la quarta forza armata dovesse essere governata, prima o dopo, da un uomo che ha sempre vestito l' uniforme del corpo. Ciò che è accaduto ieri era previsto e probabilmente necessario. Ma comporta qualche possibile inconveniente. Nei grandi mutamenti le vecchie istituzioni rischiano sempre di perdere una parte del capitale accumulato nel tempo.
Nel caso dell' Arma questo capitale si compone, per usare una terminologia finanziaria, di tre asset: il presidio del territorio, le attività investigative e, se necessario, il combattimento. Gli italiani si sono abituati bene e vogliono che i carabinieri continuino a tener d' occhio i loro paesi, partecipino alle missioni internazionali e siano sempre in prima linea nella battaglia contro la criminalità organizzata. Al carabiniere che ora comanderà l' Arma chiedono, con gli auguri di rito, che questo capitale non vada disperso e che uno dei tre asset non venga favorito a danno degli altri. Sergio Romano
di Renato Caprile
[da la Repubblica di oggi]
Nella ex prigione di Saddam ci sono diecimila detenuti in condizioni "inumane". Chi è passato in quelle celle racconta: "Le immagini che ho visto dei marines mi ricordano gli aguzzini del raìs".
Nel gergo dei criminali iracheni era semplicemente Madinat al ro´ub. La città del Male. Definizione fin troppo calzante per dare l´idea di cosa sia stato Abu Ghraib, il carcere di Saddam. L´immensa prigione color della sabbia dove sono stati torturati ed uccisi migliaia di oppositori del regime.
Costruito nei primi anni Settanta a una ventina di chilometri scarsi da Bagdad sulla strada che porta a Falluja, Abu Ghraib anche oggi che il rais non c´è più continua a essere un inferno. Diecimila detenuti. Troppi. Il doppio di quelli che potrebbero starci. Uomini e donne. Ladri, assassini e terroristi. E violenze di ogni tipo, stupri ed anche torture.
Ma stavolta gli aguzzini non sono iracheni. Vestono la divisa dei marines che controllano da oltre un anno il penitenziario. Un pugno di soldati che si sono macchiati di crimini orrendi. Hasina, ventidue anni, sorella e complice di un presunto guerrigliero ha denunciato di essere stata insieme alle sue compagne di cella ripetutamente stuprata.
Un grido d´aiuto sotto forma di messaggio fatto uscire all´esterno. Poche righe affisse sui muri del suo quartiere e distribuite all´esterno della moschea. «Attaccate il carcere, venite a liberarmi, se dovessi restare incinta mi uccido». Il carcere non l´hanno attaccato ma un effetto quella denuncia lo ha comunque prodotto. Sei soldati sono finiti sotto inchiesta con l´accusa di violenza sessuale ai danni di alcune detenute.
Il generale americano Mark Kimmit ha assicurato che subiranno un processo. Poi la storia delle torture denunciata ieri l´altro dai media Usa che ha inorridiro Tony Blair.
«Non è cambiato niente», dice Raad Abdullah che ad Abu Ghraib c´è stato sette lunghissini anni. «Erano delle canaglie i nostri secondini, ma non mi pare che siano migliori gli americani. Non tutti è vero ma quelle immagini che ha diffuso ieri al Jazeera mi hanno ricordato gli aguzzini del presidente. Più o meno gli stessi metodi». Raad non è né un ladro né un assassino. Aveva disertato, l´hanno acciuffato e si è beccato dieci anni.
Ma ha beneficiato insieme ad altri tremila detenuti dell´amnistia regalata da Saddam poco prima dell´inizio della guerra. Negli ultimi giorni aveva bisogno di tutti il raìs, anche della feccia della società, degli psicopatici, dei serial killer, liberati così da un giorno all´altro. Raad quel carcere quindi lo conosce bene. «Non ho mai sentito di uno che sia riuscito ad evadere.
Impossibile. Tra il muro di cinta e il corpo della prigione c´è più di un chilometro allo scoperto. Dalle torrette avevano l´ordine di sparare su qualunque cosa si muovesse in quell´area. E lo facevano».
I più poveri, quelli senza alcuna protezione, finivano in camerate con cinquanta brande. «Chi non c´è stato non può capire cosa sia. Ci si accoltellava per un niente. Eravamo come degli animali, peggio che animali. Chi aveva un po´ di soldi riusciva a strappare una sistemazione migliore, con soltanto cinque o dieci compagni di sventura. Anche lì i soldi avavano il potere di farti soffrire di meno. Ma questo soltanto per quelli che si eranno macchiati come me di reati comuni, perché i politici avevano un trattamento a parte.
Non li vedevamo, di notte li sentivamo urlare. Sapevamo che c´era una camera per le torture, ma io non l´ho mai vista. Mercoledì era il giorno delle esecuzioni. Chi voleva poteva assistere. E così una volta ho visto qualcosa che non dimenticherò. Il condannato era un tipo piccolino, magro come un chiodo, avrà pesato sì e no una quarantina di chili. Non ho idea di che cosa fosse accusato. Lo dovevano impiccare.
Il boia gli ha passato la corda intorno alla testa, poi ha aperto la botola, ma quel poveraccio non moriva. Troppo leggero. E lui, occhi negli occhi, gli si è avvicinato, lo ha preso per le spalle e lo spinto giù fino a spezzargli il collo».
Dopo la caduta di Bagdad, il penitenziario di Abu Ghraib è stata assaltato diverse volte. A colpi di mortaio nell´agosto dello scorso anno (sei morti e 59 feriti). Sempre a colpi di mortaio poco più di una settimana fa con un bilancio da strage: venti morti e oltre cento feriti.
I tentativi di rivolta non si contano e spesso sedarli non è stato facile. Davanti a quel carcere nel quale hanno perso la vita anche molti soldati americani è stato ucciso un cameraman della Reuter´s, il palestinese Mazen Dama. E non lontano da quella prigione, che è in una zona tra le più degradate del paese, sono stati sequestrati anche i quattro italiani.