[Ricevo via email e volentieri pubblico questo appello]
Finora si era visto solo in un film. Stavolta l'italia è arrivata prima:un carcere gestito da privati. E' inaccettabile una cosa simile,nemmeno mussolini arrivò a tanto.
Lunedì 21 marzo 2005 Gianfranco Fini e altri esponenti del governo Berlusconi inaugureranno a Castelfranco Emilia il primo carcere privato italiano, gestito direttamente da San Patrignano per conto dell'Amministrazione Penitenziaria.
Come gruppo 'Dentro e Fuori le Mura' di Firenze, impegnato da circa due anni nella lotta dei diritti dei/delle detenuti/e, proponiamo a tutti/e di organizzare insieme una mobilitazione il 21 marzo a Castelfranco Emilia per fermare questo gravissimo progetto, che rientra nella più generale politica repressiva del governo (legge Bossi-Fini sull'immigrazione, ddl Fini sulle droghe, ddl Ciriello, ecc. ecc. ecc.).
Pensiamo sia anche necessario organizzare a livello locale e nazionale delle iniziative volte alla sensibilizzazione e alla mobilitazione sulla questione specifica del nuovo carcere privato e sulle litica penitenziaria e sulle tossicodipendenze.
Momenti di confronto e conflitto nei quali far conoscere anche le reali condizioni di vita dei detenuti: sovraffollamento, negazione del diritto alla salute, autolesionismo, suicidi, morti sospette, mancanza di lavoro, restrizioni sulla concessione delle misure alternative.
E denunciare le reali condizioni di vita delle persone che sono nelle comunità 'terapeutiche' gestite da San Patrignano e simili (Exodus.): negazione dei diritti e della libertà, violenze, sfruttamento di manodopera gratuita e coatta.
Proponiamo qui di seguito una piattaforma di mobilitazione, sulla base delle rivendicazioni emerse negli ultimi anni.
Fateci sapere cosa ne pensate!
(leandropers@tiscali.it)
1. No al carcere privato di Castelfranco Emilia, che introduce la privatizzazione del sistema penitenziario e rappresenta l'unione della violenza e dell'affarismo di San Patrignano con la brutalità del carcere.
2. No al ddl Fini sulle droghe, che equipara sostanze leggere e pesanti, prevede il carcere per i consumatori, attacca il servizio pubblico (Ser.t.) a vantaggio dei privati. Un provvedimento fascista, che impone una visione da Stato etico ingerendo nelle scelte individuali (come la legge sulla Procreazione Medicalmente Assistita).
3.Abrogazione della legge Bossi-Fini sull'immigrazione e chiusura dei Centri di permanenza temporanea, senza tornare alla Turco-Napolitano.
Libertà di circolazione e diritto di cittadinanza per tutti e tutte.
4. No al ddl Ciriello, che accentua il carattere classista del sistema penale e penitenziario, salvando da un lato Previti & co. e prevedendo dall'altro l'aumento delle pene e l'esclusione della maggioranza dei detenuti dalle misure alternative. Una giustizia a due binari: garantista con i ricchi, inflessibile e vendicativa con i poveri.
di Andrea Scanzi
[da L'Espresso n°8/2005]
Politici. Industriali. Manager. Ma anche televisioni e giornali. Il comico lancia un affondo a tutto campo. E scommette su Internet: 'Nella guerra mondiale per l'informazione solo il Web ci può salvare'
colloquio con Beppe Grillo

Nel 1991, un sondaggio Abacus attestò che Beppe Grillo era il comico più famoso d'Italia. Oggi, a giudicare dai Palasport puntualmente pieni, non molto è cambiato. Eppure Grillo non fa più televisione. Da molto tempo. Niente più 'Te la do io l'America', 'Fantastico'. Niente più Sanremo. Niente più 'Discorsi all'umanità'. Da 15 anni, Grillo porta avanti una satira che prima di lui non esisteva, quella economico-ecologica. Un monologo a stagione, sempre in giro per l'Italia, 5 mila spettatori a serata. Il Tour 2005, varato a Pordenone, si chiama 'Beppe Grillo.it'. Al centro, una convinzione: solo la Rete può salvarci.
Perché crede che Internet sia così importante?
"Siamo nel mezzo della terza guerra mondiale: quella dell'informazione. L'unico modo per salvarsi è sapere. Conoscere le notizie. Noi abbiamo un mezzo, la Rete, che ci consente di arrivare dritti alle notizie. La politica, le televisioni, i giornali arrivano sempre dopo. Quando c'è stato lo tsunami, Fini andava in tv e faceva lo sguardo di circostanza come rappresentante dell'unità di crisi. Gli passavano i bigliettini e diceva che i dispersi erano 18, poi 16, poi 10. Nel frattempo bastava collegarsi a Internet e c'era tutta la lista dei ricoverati negli ospedali. Fini non rappresentava l'unità di crisi: rappresentava la crisi".
Non nutre fiducia nella politica.
"I politici sono superati. Non ci rappresentano più. La sinistra mi mette tristezza. Per vincere basterebbe che si chiudesse in una beauty farm per un anno e non avesse alcun contatto con l'esterno. Non dovrebbe parlare mai. Vincerebbe ovunque. E invece parla. Io vorrei una sinistra che non replica a Calderoli, perché a uno come Calderoli non devi replicare: devi guardarlo con sbigottimento, solo questo. La sinistra si interroga sui leader, ma noi non siamo bambini, siamo adulti. Non abbiamo bisogno di leader. Ma di programmi, di progetti sui grandi temi: energia e informazione".
Nello spettacolo se la prende con Fassino.
"Fassino è una brava persona, lo è anche Bertinotti. Bertinotti voleva mettermi in contatto con Rifkin, quello della macchina a idrogeno. Gli ho detto di dargli la mia mail, l'indirizzo del mio blog, www.beppegrillo.it. Ho sentito un silenzio: 'Non mi puoi dare il telefono?'. Poi ha aggiunto: 'Come si scrive www?'. Questo dà il senso di quanto certi politici siano inadeguati. A 'Porta a Porta' Fassino aveva davanti Paolo Scaroni, l'amministratore delegato Enel, sotto inchiesta a Rovigo per disastro ambientale e condannato anni fa per corruzione perché con la sua Techno-Int pagava tangenti proprio all'Enel: viste le credenziali, questo governo non poteva non fargli fare carriera. Scaroni ha detto che 'il futuro è il nucleare, il nucleare è sicuro'. Io speravo che Fassino gli saltasse alla gola e con la forza dei suoi tre globuli rossi lo strozzasse, ma ha replicato timidamente. Siamo costretti a scegliere tra una destra che vuole il nucleare e una sinistra rimasta al carbone. Tra il peggio e il leggermente meno peggio. Io non voglio votare pro o contro Fassino. Voglio votare pro o contro Scaroni, Tronchetti, Romiti, perché è questa la gente che mi cambia la vita".
Perché ha aperto il blog?
"Perché è una cosa viva, la gente lascia messaggi. Da qui alla fine manderemo un milione di mail a Ciampi, chiedendo il ritiro delle truppe dall'Iraq. Gustavo Selva, il presidente della commissione Esteri della Camera, ha candidamente affermato a 'Libero' che siamo andati in Iraq per fare una guerra, e che la storia dell'intervento umanitario era una ipocrisia per ingannare Ciampi. Per una cosa così, ovunque sarebbero scesi in piazza. Da noi no. Provo sgomento per la morte dell'elicotterista italiano, ma non puoi chiamare 'costruttore di pace' un mitragliere. Il futuro è in siti di democrazia diretta come Wikipedia, Oracle, Soaw. Cose nate per scherzo, dentro un garage, come fu per la Apple e Google. Di fronte alle torture in Iraq, Usa e Inghilterra hanno parlato di 'mele marce'. Non è così. Da Internet mi sono scaricato l'Exploitation Training Manual, un trattato dell'83 che è il manuale del perfetto torturatore. Lo applicano a Fort Benning, una scuola in Georgia che ha 'laureato' anche Noriega. Nel manuale, con linguaggio manageriale, c'è scritto tutto: come deve essere la prigione, come si tortura un uomo colto, come si tortura un ottimista".
Dopo il crack Parmalat, lei è diventato il più grande consulente globale di finanza in Italia.
"Ma io faccio il comico, non dovrebbe essere così. Del caso Parmalat parlavo da sette anni, la Finanza mi ha prelevato alle 9 di mattina e chiesto come facevo a sapere. Semplice: avevo fatto delle ricerche. Già che c'ero, gli ho portato il materiale su Mediaset e Telecom, così magari si portavano avanti nel lavoro. La Cnn americana ha trasmesso quattro volte nel mondo una mia intervista di 15 minuti nelle sue news. In Italia non mi ha cercato nessuno".
Parla spesso di "capitalismo senza capitali" come grande male dell'economia italiana.
"In Italia i grandi manager comprano le azioni delle loro società, le pagano meno e poi le rivendono a un prezzo maggiorato. Rubano con le stock option. È un meccanismo facile, perché il consulente finanziario che ti controlla i bilanci è lo stesso che prima ti ha insegnato a falsificarli. In America becchi 24 anni per falso in bilancio, da noi lo depenalizzano, la chiamano 'contabilità creativa'. Da noi le leggi vengono fatte dai fuorilegge. In trent'anni abbiamo cancellato tutte le nostre industrie. In Bangladesh le banche hanno salvato i poveri dagli aguzzini, da noi fanno il contrario. Il 'Time' ha dedicato la copertina al nostro capitalismo malato, e a me tocca vedere Geronzi che va dal papa e afferma di condividere i suoi 'principi evangelici'. I grandi capitalisti come Olivetti e Piaggio non esistono più, ora abbiamo Lapo Elkann, che agli azionisti dice che 'la situazione non è poi così male, abbiamo fatto una joint venture con l'Iran per il lancio nel 2005 di una macchina rivoluzionaria: la Zigulì'. La General Motors ha pagato un miliardo e mezzo per andarsene, e alla Fiat esultano. Sarebbe come se io andassi a comprare una Fiat Croma, me la offrissero per 10 mila euro e io pagassi non per comprarla, ma per lasciargliela lì. Questi manager andrebbero studiati nelle scuole, per imparare a capire cosa non si deve fare. I capitalisti di oggi non comprano le società: mettono nei consigli d'amministrazione i loro uomini. Le spolpano dall'interno e poi se ne vanno, lasciando debiti spaventosi. Ecco il capitalismo senza capitali. Telecom ha nove volte i debiti di Parmalat. Il 40 per cento delle aziende quotate in Borsa ha cinque consiglieri d'amministrazione in comune. È sempre la stessa gente. Si parla di conflitto d'interessi, ma ormai è un interesse senza conflitto. Berlusconi gestisce, senza possederle, sette società, tra cui Mediaset, Mondadori, Mediolanum, Sirti e Data Service. Ovvero le tv, l'energia, l'informazione. Con questa tecnica Tronchetti Provera ha in mano 41 società. In un pomeriggio, con un mio amico, ho buttato giù il Grillo Index. L'Italia è 74esima come libertà di stampa e 83esima come indice di stabilità ambientale. E con Berlusconi, il 'Portatore Nano di democrazia', l'indice di competitività è franato al 51esimo posto".
Lei è stato attaccato dai ricercatori, ha detto che certa ricerca non va finanziata.
"Non l'ho detto io, l'hanno detto i direttori delle 17 più importanti riviste scientifiche mondiali. I ricercatori puri non esistono più, sono a libro paga delle case farmaceutiche. E le case farmaceutiche hanno bisogno di nuove malattie. I nuovi malati di oggi sono i sani. In America hanno inventato una malattia che colpirebbe i bambini 'sovraeccitati'. Essere casinisti a sei anni è diventata una malattia. A questi bambini danno una pasticca al giorno, il Ritalin della Novartis, che è un metilfemidato, simile all'anfetamina. Senza dirlo a nessuno, nel marzo 2004 un comitato mondiale di saggi, quasi tutti a libro paga dei colossi farmaceutici, ha abbassato la soglia delle tre maggiori patologie: diabete, colesterolo alto, ipertensione. Significa che se tu il 28 febbraio 2004 eri sano, il 2 marzo con le stesse analisi diventavi malato. Così hanno inventato centinaia di milioni di nuovi malati. Solo con la Rete riesci a sapere queste cose. Certi farmaci preventivi sono peggio della guerra preventiva. La prevenzione è il più grande affare della storia, devi essere informato, altrimenti muori come uno stupido. Berlusconi ha donato 10 miliardi per la ricerca sul tumore al pancreas. Bello. Poi però ti informi e scopri che il tumore al pancreas è rarissimo, colpisce 11 casi su 100 mila ed è incurabile. Perché, allora, dovrei farmi il controllo? Dopo i 50 anni ti dicono di fare per forza il Psa, l'esame alla prostata, ma non ti dicono che il Psa nei 50 per cento dei casi sbaglia e non distingue tumore da prostata ingrossata. Quando ti fanno la biopsia, prelevano 18 tessuti diversi dalla prostata, ma non è detto che proprio in quei 18 ci sia il tumore. E 20 persone su cento, dopo la biopsia, restano impotenti. Alle donne dicono di fare la mammografia. Su mille persone, 40 hanno il tumore. A due salverai la vita, alle altre 38 no. Però anche qui non ti dicono che c'è un 10 per cento di falsi negativi e falsi positivi".
Tutte cose che nello spettacolo dice.
"Il mio monologo si chiude così: 'Con la Rete aspetteremo l'avvento di un nuovo Rinascimento'. È una speranza".
di red
[da l'Unita.it]
È stato un incontro difficile, atteso da giorni e non per questo meno carico di tensione. E di grande emozione. L’argomento all’ordine del giorno fissato dal direttore Furio Colombo e dal condirettore Antonio Padellaro era uno soltanto: il cambio di direzione dell’Unità. Dopo due mesi di indiscrezioni e trattative alla fine è arrivata una decisione della società editrice: sarà Antonio Padellaro il nuovo direttore dell’Unità e firmerà il suo primo numero il 15 marzo prossimo, mentre Furio Colombo sarà l’editorialista del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Perché?
«Questa è l’unica domanda a cui non posso dare una risposta perché non mi è stato spiegato - ha detto Furio Colombo -. Ancora oggi non so esattamente per quale motivo era necessario cambiare il direttore di questo quotidiano. Ma a conclusione di un periodo di grande incertezza, posso dire che questo è un buon risultato». Colombo ricorda la vicenda del «totonomi» sul suo successore, i silenzi a domande che per ora non trovano risposte e poi ammette: «Non dico, come fanno i politici , che sono sereno. Non sono sereno, anzi sono anche un po’ incavolato, ma detto questo aggiungo che questa è una decisione razionale, ragionevole, giusta perché sarà Antonio a condurre questo giornale. E la sua direzione era una condizione che avevo posto per poter continuare ad avere un rapporto con l’Unità».
Il suo discorso l’ha iniziato ricordando un altro incontro, quello che ha preceduto la riapertura del giornale fondato da Antonio Gramsci e miseramente affondato dai debiti. Dopo quattro anni ci sono una redazione più che raddoppiata e 66mila copie (i dati Audipress parlano di 409mila lettori quotidiani).«Un risultato che è stato possibile raggiungere grazie ad ognuno di noi, al lavoro di questa redazione e di questa direzione». Furio Colombo è emozionato. La redazione anche. Quello che doveva essere un «ciclo naturale con i suoi tempi ha avuto una brusca accelerazione». Federica Fantozzi gli chiede: «Perché hai accettato di fare l’editorialista per l’Unità?». «Avrei potuto per uno scatto d’orgoglio dire “lascio e vado via”, ma - risponde - ho pensato ai lettori, al rapporto speciale che si è creato in questi anni, alle centinaia di lettere che ho ricevuto in questo periodo e allora lo scatto d’orgoglio l’ho avuto decidendo di restare qui». Antonio Padellaro sottolinea: «La prima condizione che ho posto è stata: o resta Furio o ce ne andiamo insieme. La seconda è stata quella di poter continuare il nostro lavoro con il massimo dell’autonomia e la terza di non avere interferenze sulle scelte che spettano, come prevede il contratto, ad un direttore». Antonio Padellaro, prendendo la parola ringrazia anzitutto la Nie, (Nuova iniziativa editoriale) per la nomina: «So - ha detto - che sul mio nome c’è stato il pieno accordo del consiglio di amministrazione». Poi dice: «Spero di non avere soltanto il nome in comune con il fondatore di questo giornale». Sorrisi e tensione spezzata. Aggiunge: «Adesso dobbiamo pensare alla cosa che più ci sta a cuore: il giornale. Basta chiedersi cosa sarà di noi, quale nuova indiscrezione arriverà sul nostro futuro. Dobbiamo pensare a lavorare a un giornale che avrà una sua continuità con il passato ma saprà anche rinnovarsi e offrire novità al lettore, il nostro vero e unico proprietario». Arriverà un nuovo piano giornalistico, annuncia Padellaro, ma l’Unità continuerà ad essere alimentata dallo stesso spirito con cui è nata 4 anni fa, perché «l’Unità di Furio Colombo per noi è un patrimonio». Aggiunge anche: «E pazienza se già da domani alcuni giornali ne diranno di tutti i colori». Ha ragione: Polito e il Riformista sono già al lavoro.
Soddisfazione per l’esito di questa vicenda è stata espressa dal Cdr, che, nei giorni scorsi, in una lettera aperta alla Nie aveva sostenuto che «troncare il rapporto con l’attuale direzione giornalistica sarebbe un errore gravissimo». Enrico Fierro ha ricordato anche le «inaudite pressioni al Cdr dal 22 dicembre ad oggi». Umberto Di Giovannangeli precisa che questo risultato è arrivato anche grazie allo scatto di orgoglio della redazione che ha «difeso con le unghie e con i denti la propria autonomia». Il primo ringraziamento dal mondo della politica a Furio Colombo e l’augurio di buon lavoro a Antonio Padellaro arriva da Antonio Di Pietro: «A titolo personale, e a nome del partito faccio gli auguri di buon lavoro al nuovo direttore Antonio Padellaro, che saprà raccogliere con onore l’eredità di Colombo e, come ha dimostrato in questi anni, proseguire con spirito di servizio per la professione la battaglia per una informazione ed un giornalismo migliori». «Chiunque abbia a cuore le sorti della libertà dell'informazione non può che ringraziare Furio Colombo per quanto ha fatto e per quanto continuerà a fare a tutela delle libertà individuali e collettive»: scrivono Federico Orlando e Giuseppe Giulietti, rispettivamente presidente e portavoce dell'associazione Articolo 21. «Non abbiamo dubbio alcuno che Antonio Padellaro e l'intera redazione proseguiranno questo comune cammino».
Prima del cda di lunedì le redazioni de l'Unità di Roma, Milano, Firenze e Bologna si erano riunite e avevano discusso e votato quasi all'unanimità una Lettera aperta ai soci della Nie.
di LUCIO E JOHN MANISCO
[da il Manifesto del 21 Febbraio 2005]
Nel nuovo ordine mediatico i reporter hanno imparato a pensarsi come «bersagli» dall'epoca della guerra del Vietnam, quando l'informazione venne irregimentata perché il Pentagono scoprì che la perdeva nelle «redazioni americane», e dagli anni Ottanta in Centramerica
Igiornalisti occidentali hanno avuto la netta sensazione di essere diventati per le parti in conflitto «primary targets» bersagli primari, e non più «targets of opportunity», bersagli occasionali o accidentali, negli anni Ottanta quando nella guerra civile del Centroamerica, cinque dei loro colleghi vennero uccisi nel Nicaragua e quattro altri nel Salvador. «El Choco», il guerrigliero che aveva attaccato e presidiato per giorni l'ambasciata degli Stati uniti di San Salvador, pur disapprovando l'ostilità generalizzata contro i mass media dei suoi compagni nel «Frente Farabundo Martì», ne fornì la seguente spiegazione: «Ormai guardiamo ad una telecamera della Nbc o della Bbc come ad un Howitzer da 105 puntato contro di noi; con le immagini che presentano e ed i commenti che le accompagnano sono forse più devastanti per la nostra causa dei pezzi di artiglieria impiegati dal signor Duarte su gentile concessione del signor Negroponte. La vostra televisione può essere anche amica, ma in combattimento non c'è tempo per i distinguo, anche se ne valesse la pena».
La posizione dei telegiornali
La stessa spiegazione ci era stata data dal comandante sandinista dell'insurrezione di Estelì in Nicaragua, quando, superato un posto di blocco della guardia somozista per raggiungere la città assediata il telaio della nostra Chevrolet venne perforato da qualche proiettile «rebelde». (Se ricordiamo bene, era presente con noi Catucci del Tg1).
Diversa la situazione ma più aspre le accuse rivolteci dai giovani contestatori greci durante le violente dimostrazioni del 1990 contro la visita di Bush senior ad Atene: l'operatore del Tg3 Michele Capasso, uno dei migliori e più coraggiosi della Rai, era stato fatto bersaglio di fitte sassaiole e di qualche colpo di pistola e noi avevamo cercato di spiegare ai dimostranti la posizione del nostro telegiornale. «Obbiettivi o meno - fu la risposta - fate sempre parte di un sistema repressivo e gli fornite un'alibi».
Un minimo di memoria storica
Chi ha un minimo di memoria storica non può non far risalire origini, cause e concause di questa ostilità ideologica ed operativa contro i mass media occidentali all'irregimentazione degli operatori dell'informazione avvenuta negli Stati uniti dopo la guerra nel Vietnam, perduta, secondo l'indimenticabile battuta attribuita a Newt Gingrich «non sul Delta del Mekong ma nelle redazioni della 43ma strada e della Sesta avenue» (vale a dire, rispettivamente, le sedi del New York Times e della Cbs).
La crisi delle grandi reti di informazione provocata dalla drastica e ben pilotata riduzione della pubblicità delle corporazioni industriali, i «mergers» e i passaggi di proprietà in mani più sicure, sempre filogovernative, l'avvento dello «infotainment», prima ancora dello «militainment», hanno presto ragione dei conati di resistenza dei giornalisti cosiddetti indipendenti, pochi, aimé, troppo pochi.
Dopo il Vietnam e il Watergate il controllo mediatico diventa così un essenziale strumento di potere per tutte le amministrazioni repubblicane e democratiche. La controriforma trova zelanti seguaci in paesi alleati ed amici (l'americanismo recluta personalità illustri) ed investe organizzazioni internazionali come l'Unesco, rea di aver progettato un'agenzia di notizie indipendente per il terzo mondo. Le prove generali del nuovo ordine mondiale dell'informazionee vengono indette in occasione di Desert Storm, la prima guerra del Golfo.con una sceneggiatura da kolossal hollywoodiano: gli «inviati di guerra» non hanno più accesso al fronte, il loro ruolo è quello di recipienti dei video giochi del Pentagono e delle comiche finali del generale Schwarzkopf.
Proibito parlare di napalm
Proibito parlare di napalm , di cluster bombs, di uranio impoverito, di massacri di civili,militari e prigionieri irakeni. Lo fa, con pochi altri, Pete Arnett da Baghdad che dopo essere stato radiato dai ranghi della Cnn scrive di due o tre Cruise diretti contro la sua postazione. Unica eccezione nella grande provincia italiana il Tg3 di Sandro Curzi, bersagliato da molteplici dossier - denunzie dell'ambasciata degli Stati uniti e dalle invettive di parlamentari italiani come l'Onorevole Giorgio La Malfa.
Dieci anni dopo i metodi adottati sono più energici, più diretti e certo non limitati allo «embedding» di giornalisti, redazioni e direzioni di quasi tutti i mass media. Eason Jordan, redattore capo della Cnn, viene costretto alle dimissioni per aver dichiarato il 28 gennaio a Davos che 12 reporter sono stati trucidati dai militari statunitensi in Iraq. Più modesto il bilancio di Ann Cooper, direttrice del «Comitato per la protezione dei giornalisti»: dei 53 giornalisti ed interpreti uccisi in questo conflitto solo 9 sarebbero quelli ammazzati deliberatamente dai marines (apparentemente non vengono calcolate le vittime nell'hotel Palestine e nelle sedi di Al Jazeera a Baghdad e a Kabul).
Morire dalla voglia di raccontare
Nel saggio «Morire dalla voglia di raccontare la storia» Nick Gowing della Nbc scrive: «Esistono ormai le prove che l'attività dei media nel conflitto viene considerata dai nostri militari sul campo di significato militare, tale cioè da giustificare azioni mirate a rimuoverla o almeno a neutralizzarla». La cortina di silenzio e di ferro calata sul genocidio di Fallujah, paragonabile solo a quelli di Coventry, Dresda e Nagasaki, sembra conferire validità assoluta alla tesi dell'esponente della tv Nbc.
Non ci rimane altro che parafrasare quanto ci disse due anni fa Edward Bond: «L'informazione può liberare o portare morte. Come le bombe o il cibo va al cuore della nostra esistenza e le sue conseguenze vanno molto al di là delle une e dell'altro: il cattivo cibo avvelena chi lo consuma, la cattiva informazione è una pestilenza passata a chi deve ancora nascere. Le bombe distruggono le città la cattiva informazione da vita alla cultura dei produttori di bombe perché li convince di avere un diritto politico e morale di produrle e impiegarle».
di Furio Colombo
[da l'Unita del 6/2/2005]
Se questo fosse già un Paese normale, con una stampa e una televisione normale, gli italiani avrebbero visto in diretta, e constatato in ogni cronaca, un fenomeno sorprendente:
Silvio Berlusconi è apparso di colpo molto piccolo, un nano (l’affermazione è politica) non solo a confronto con i suoi avversari, ma accanto all’Italia, ai suoi cittadini preoccupati, ai suoi problemi che sembrano ormai sfuggire al controllo, accanto a operai e imprenditori che cercano di capire come mai non si vede il futuro, accanto a studenti, insegnanti, intellettuali, ricercatori che cercano di orientarsi nel vuoto, commercianti e piccole imprese a cui sfugge di mano il filo e il senso del contenitore Italia, dove la gente non compra, chi produce non vede, chi sa non può condividere il suo sapere, chi è bravo non può fare ricerca, chi costruisce non ha committenti o sostegni, mentre diminuiscono fino a sparire sicurezza e legalità. Ha scritto ieri su “La Repubblica” Michele Serra: «È una brutta cosa che tutto ciò accada. Ma è anche peggio che venga chiamato estremista chi lo racconta».
Ma il precipitare verso misure politicamente irrisorie del capo del governo, di Forza Italia, della coalizione immersa in un continuo, furioso litigio detto "Casa della Libertà", e di una costellazione di grandi aziende mediatiche, pubblicitarie, assicurative, bancarie, si deve prima di tutto a ciò che Berlusconi ha fatto e detto di sua iniziativa negli ultimi tre giorni, che adesso appaiono come una improvvisa rivelazione. È vero, a causa del blocco delle informazioni che incatena l’Italia non tutti, non tanti italiani si sono resi conto in pieno dell’evento.
Ma l'evento ha finito per venire alla luce proprio per la succube fedeltà dei media: Berlusconi ha voluto precipitosamente correre davanti alle telecamere perché temeva di esser oscurato.
Temeva, lo sappiamo, di essere oscurato dal Congresso Ds. No, non ne teme il lavoro, l'impegno, gli argomenti, i programmi, i protagonisti o la retorica politica e neppure le polemiche contro di lui. Berlusconi sa - è il suo problema - di essere superiore a tutto, disprezza apertamente persino i suoi alleati e i suoi diretti dipendenti (che pure lo servono con fervore). Temeva che tutta quella enorme messa in scena di donne e di uomini che si affannano a disegnare un percorso di rinascita per l'Italia, di ritorno alla normalità di un intero Paese deragliato, non lo riguardasse. Dirò meglio: sapeva benissimo che si sarebbe tornati continuamente a lui e al suo nome con un po' di denigrazione, molte accuse di incapacità e frecciate alla sua immagine, ora drammatiche (perché drammatica è la situazione italiana) ora spiritose. Ma la sua vera preoccupazione, un'ansia così incontenibile da spingerlo all'imprudenza, al grave errore mediatico (proprio lui) era l'irrompere, al centro della scena, dei fatti e problemi con cui si dibatte l'Italia. In questo l'unico presidente del Consiglio Europeo che risieda ufficialmente in una villa abusiva, ha avuto fiuto, più fiuto di molti illustri commentatori ed editorialisti che pure gli stanno vicino. Berlusconi ha capito che il Congresso Ds sarebbe stato un lavoro di costruzione e non una rissa. Ha capito che non sarebbe stato un convegno in politichese ma una serie di affermazioni e proposte in chiaro italiano, sul modo di ricostruire l'Italia. Ha capito, da buon Mago di Oz, il pericolo: avrebbero portato in scena l'Italia nelle sue dimensioni reali, devastazioni, problemi, speranze.
Un capo di governo normale, in una normale democrazia sa di essere esposto a bufere di critiche, chiamate anche “impegno costituzionale della opposizione”. Ma Berlusconi è un Mago di Oz stizzoso e vendicativo, a cui non va giù la critica, neppure la più mite. Lui nutre una sincera adorazione per se stesso che, come sappiamo, gli fa velo (ovvero gli fa perdere il controllo) quando si levano voci di dissenso. Con buon istinto, però, Berlusconi ha visto subito il vero pericolo: non che si parlasse male di lui, che è già inaudito, ma che si parlasse bene dell'Italia, intesa come un Paese carico di energia e di valori che, se governato da gente pulita, competente, normale, può rifiorire. Sperava, come i suoi molti editorialisti, in una bella zuffa a sinistra. Ma ha capito un attimo prima che se lasciava libero il video, molti spettatori avrebbero intravisto come può, in altre mani, rinascere l'Italia e tornare ad essere un libero, normale e prospero protagonista della nuova Europa.
Il leader politico della più grande impresa mediatico-pubblicitaria che abbia mai governato un Paese democratico, non lo poteva permettere. Di qui la corsa a mettere insieme in poche ore una assemblea di impiegati, detto “consiglio nazionale di Forza Italia”, una cosa che nessuno ha mai eletto e che non ha alcuna parentela con la democrazia. Di qui la decisione di far spettacolo, occupando televisioni, radio e giornali, non come lui ritiene giusto (sempre) ma almeno secondo quella «par condicio» che lui detesta e che si appresta a far cancellare dalle leggi italiane.
L'idea era questa: qualunque cosa voi diciate, io griderò «comunisti!», ricorderò Foibe jugoslave e Gulag sovietici come ho fatto nel Giorno della Memoria invece di parlare di Fossoli, della Risiera di S. Saba e dei delitti italiani della Shoah. E poiché sono molti - per ragioni di lavoro - a venirmi dietro, mi basterà denunciare, momento per momento, coloro che osano criticarmi. Se sarà necessaria qualche calunnia non ci tireremo indietro, deve aver detto ai suoi impiegati che hanno compilato e distribuito il «dossier» su l'Unità, altra trovata per deragliare l'attenzione degli italiani dal Congresso Ds.
Dove sta il clamoroso errore mediatico del nostro uomo, motivato, come sempre, da cattive intenzioni ma non furbissimo? Abituato ai suoi circhi di cartapesta, alle sue «Pratiche di mare» con statue finte e giardini di plastica, a ritornare da convegni internazionali assicurandoci di avere sistemato il problema del dollaro, tutto Berlusconi si sognava, tranne che il Congresso Ds, invece di dibattere dei rapporti fra Stalin e Bucharin, si dedicasse a discutere l'Italia trasformando il congresso in tre grandi occasioni: porre fine alle divisioni, mettere il leader di tutta l'opposizione al centro del ruolo e della visibilità, presentare punto per punto, problema per problema, dentro l'Italia e nella politica estera, un vero impegno di governo.
Ecco dove è apparso all'improvviso il problema di Berlusconi. A confronto con fatti veri, la sua figura non si vede. Accanto a un programma che non si occupa del passato ma del futuro, Berlusconi non si nota. Se confrontate veri problemi con un leader invadente, autoritario, intollerante, ma vistosamente incompetente capo di un governo che dovrebbe fermare il rotolare in basso dell'Italia smettendola di mentire, la sua figura scompare. Niente fa pensare che chi ha creato tutti i problemi italiani possa risolverli. Sempre meno cittadini ci credono.
E proprio mentre lui - Berlusconi - voleva attrarre l'attenzione su di sé, ripetendo le sue accuse di comunismo che hanno smesso di fare colore e ormai irritano anche gli alleati (si veda la tempestosa rivolta di molti delegati durante il Congresso del Pri di La Malfa), al Congresso Ds ha cominciato a parlare Romano Prodi. E subito si è sentito il tono adulto, autorevole ma anche equilibrato e normale di quel congresso. C'è un partito che mostra forza e unità, e la capacità di contribuire in modo robusto alla coalizione di opposizione. Questo partito fa spazio e presenta al Paese il leader che guiderà il più importante confronto elettorale che l'Italia abbia mai vissuto.
Per un errore di protagonismo di Berlusconi, la sua voce modesta, risentita, vendicativa, tutta dedicata a un inesistente passato, si è sentita nel suo improvvisato controcongresso. Proprio mentre in un luogo vero, fra gente vera, in circostanze storicamente rilevanti, gli italiani, potevano ascoltare la voce, le idee, i progetti di Prodi, tutti volti al presente drammatico in cui si dibatte il Paese. E ciò avviene non sotto il comunismo ma sotto Berlusconi, ai tempi in cui Gasparri, ministro di Polizia della Informazione, paragona Fassino ai terroristi (dichiarazione all'Ansa, 5 febbraio, ore 20), ai tempi in cui Lunardi, ministro dei Trasporti, dice agli automobilisti congelati della A3 che chiedono aiuto «Arrangiatevi. Io non sono il ministro delle nevicate». Ai tempi in cui il presidente della Regione Sicilia e leader della coalizione berlusconiana nell'isola è coinvolto in un processo di mafia.
Prodi dice: «L'Italia ha bisogno di verità, non di promesse ma di soluzione, di un disegno per tutti che prevalga sugli interessi di parte, perché se si lasciano prevalere gli interessi di pochi si rovina il Paese».
Prodi dice: «Dobbiamo dire tutta la verità al Paese, sul suo stato di salute, sulla sua distanza dal resto dell'Europa. Non si governa affidandosi ai sondaggi. Un leader deve avere il coraggio di prendere anche decisioni sgradite, se è necessario».
Il problema dell'uomo di villa Certosa, residenza abusiva del primo ministro, è di farsi trovare in scena mentre parla Prodi, di farsi cogliere dalle telecamere mentre è intento a fare siparietti sul comunismo senza accorgersi che ha già esaurito sia il suo repertorio di bonomia e barzellette, sia quello di minacce, morte e sangue del suo repertorio tragico. Prepara una scenata contro il socialismo riformista contiguo al comunismo contiguo al terrorismo, affidato, con grave azzardo istituzionale, al ministro degli Interni Pisanu. E tutto ciò mentre Prodi, da adulto, da esperto, da leader, diceva: «Chi si candida al governo deve parlare all'intero Paese. E noi avremo un Paese unito, forte, che si alza in piedi per ricominciare a camminare. Dobbiamo tornare per le vie del mondo per dimostrare che l'Italia è grande e forte».
Sono seguiti sussulti penosi e un po' infantili di rabbia, frasi del tipo «hanno l'unico fine di conquistare il potere. Questa pura eventualità, che resterà tale perché noi la impediremo, getterebbe il Paese nel caos e nella ingovernabilità». Oppure: «I comunisti non sono come prima, sono peggio di prima». Ecco lo scherzo giocato dal vero Congresso Ds al finto congresso aziendale di Berlusconi. I tg comandati da Gasparri c'erano. L'uomo che dovrebbe guidare il Paese fuori dalla rovina che lui ha provocato, è apparso a tutti nelle sue vere dimensioni, rispetto al mondo politico adulto. Piccolo, molto piccolo. Non è una questione di tacchi. Lo ha detto Fassino nel suo discorso di chiusura. «Piccolo, a confronto con un grande disastro».
Giustamente, guardando a questo paesaggio, Romano Prodi ha concluso: «L'Italia merita un po' più di felicità».