di Giuseppe Giulietti
[da l'Unità del 13/3/2005]
Le truppe mediatiche di Berlusconi hanno sostenuto, nel corso del recente dibattito parlamentare dedicato alla Rai, che mai il servizio pubblico, nella sua lunga storia, avrebbe conosciuto una stagione di così grandi successi e di così immensa libertà.
Per riuscire in questa "impossibile missione" hanno dovuto inventare i dati e nascondere il trascurabile dettaglio che l'Italia di Berlusconi è diventata, anche in materia di TV è di libertà dei media, la maglia nera d'Europa, come è stato sanzionato e acclarato dal Parlamento europeo, dalla commissione europea, dalle principali agenzie internazionali indipendenti che si occupano di questa materia.
L'attuale governo monocolore della Rai si è segnalato per aver espulso dal video quanti risultavano sgraditi al "signore e padrone delle Tv". In questo elenco sono terminati persino donne e uomini, distantissimi dalla sinistra, ma orgogliosi della loro autonomia culturale e professionale.
La cosiddetta Rai del centro-sinistra avrà avuto tanti difetti, ma allora era possibile scegliere tra Biagi e Mimum, fra Vespa e Santoro, tra la Guzzanti e Mara Venier, adesso il diritto di scelta è stato letteralmente fagocitato. La
destra in Tv non si è proposta di aggiungere nuove voci, ma solo e soltanto di spazzare via tutte le voci sgradite.
La destra in tv ha così portato miseria, povertà, terrore attraverso le liste di
proscrizione per usare una immagine tanto cara al presidente del consiglio-editore. La Rai di Cattaneo si è sempre dimostrata forte con i deboli e debole con i forti. L'ultima audizione del direttore generale della Rai nella sede della commissione parlamentare di vigilanza ne è stata solo l'ultima testimonianza.
Neppure in questa occasione Cattaneo ha potuto e voluto annunciare un gesto di pacificazione e di buon senso aziendale e professionale. Nulla di comprensibile in lingua italiana ha detto sul reintegro di Michele Santoro che ha già stravinto in tutti i tribunali. Nulla ha detto sulla censura inflitta da Rai2 a Paolo Rossi. Nulla ha detto dell’ostracismo che ha colpito Sabina Guzzanti, Dniele Luttazzi, Oliviero Beha, la trasmissionr XII Round.
Nulla ha detto sulle incredibili vicende accadute al Tgl in relazione al caso Sgrena. Nulla ha detto sulla trasmissione «Punto e a Capo» nel corso della quale sono state trasmesse, pe la prima volta in Tv, le intercettazioni telefoniche ancora non acquisite come prova da tribunali. In quest'ultimo caso, a
differenza di quanto era accaduto in altre occasioni, Cattaneo non ha disposto nessun provvedimento immediato, non ha imposto alcuna puntata di riparazione, come pure aveva fatto quando la riparazione era stata chiesta gran voce dall'amico Totò Cuffaro, il presidente inquisito della regione Sicilia, offeso per una bella e coraggiosa inchiesta di Report sulla mafia.
Qualche mese prima, al contrario, era stata soppressa a trasmissione di Sabina Guzzanti "Raiot" senza se e senza ma, anche a seguito delle piccate proteste delle aziende di proprietà... di Berlusconi. In questi casi Cattaneo e le sue truppe d'ordine sono state inflessibili, non hanno guardato in faccia nessuno,
hanno tirato dritto. Negli altri casi il direttore generale della Rai è Stato invece colpito da improvvise amnesie e da provvidenziali ed inediti scrupoli garantisti.
Biagi, Guzzanti, Paolo Rossi, Santoro, Freccero, Luttazzi, e tanti tanti altri, sono stati cancellati dal video. Il prode Berti già stretto collaboratore del presidente del Consiglio, ed n prode Masotti, giornalista di auto-dichiarata fiducia del presidente del consiglio, compaiono ogni sera e possono serenamente partecipare alla campagna in atto contro Giuliana Sgrena e contro quei giornalisti che vorrebbero ancora tentare di fare il loro mestiere ed illuminare le tante oscurità della politica internazionale e nazionale.
Basterebbe questo per giudicare la monarchia assoluta che ha despotizzato la Rai dopo l'espulsione della presidente di garanzia Lucia Annunziata e che non lascerà rimpianto alcuno, dentro e fuori l'azienda. Ci auguriamo che quella di Cattaneo sia stata davvero la sua ultima audizione, almeno nella sede della commissione parlamentare di vigilanza Rai.
di STEFANO CHIARINI
[da il manifesto dell'11/3/2005]
Radiografia del percorso che è stato il teatro della sparatoria in cui è stato ucciso l'agente del Sismi
Dietro l'ultima curva dopo aver attraversato i quartieri della guerriglia, l'auto è stata crivellata di colpi da una pattuglia Usa nascosta nel buio
Circa venti minuti per arrivare dal luogo del rapimento (all'università di Jadriyah), alla casa prigione, venti-venticinque minuti per arrivare dalla villetta al luogo dove Calipari ha trovato in un'auto Giuliana Sgrena (sembra nel quartiere di al Mansur), venti-venticinque minuti per arrivare da qui alla tragica curva della strada per l'aeroporto dietro la quale era appostata la pattuglia americana che, ci vogliono far credere, si sarebbe trovata li per proteggere il passaggio di un ambasciatore come Negroponte che va sempre all'aeroporto in elicottero e mai in automobile per evidenti ragioni di sicurezza. Se non altro per coerenza dal momento che lui stesso ha emanato un ordine a tutti i diplomatici Usa di non percorrere mai in auto quella strada.
Tutta la vicenda del rapimento di Giuliana Sgrena sembra essersi svolta nella parte ovest e sud ovest della città nel raggio di qualche chilometro attorno all'altissima torre di Saddam Hussein nella zona di al Mamoun. Una serie di quartieri come al Mansur, al Rashid, al Khadra, al Ameriyah, e, più a nord, al Ghazaliya particolarmente ostili alle forze occupanti e roccaforti della resistenza irachena «patriottica» in quanto abitati in gran parte da membri e ufficiali dell'esercito iracheno sciolto dagli occupanti, dei vari ministeri, dei membri dei servizi di sicurezza del passato regime che avevano ricevuto dal governo un pezzo di terra e il cemento per potersi costruire delle villette, modeste ma confortevoli, uni o bifamigliari.
Qui ad al Mansour sorgeva il comando dei servizi servizi segreti e poco lontano, al di là dell'aerporto, verso abu Ghraib, in un hangar abbandonato, negli anni novanta, in vista di una possibile occupazione del paese, si tenevano i corsi «di addestramento alla resistenza diffusa» del «Direttorato per le operazioni speciali». In altri termini a girare da queste parti sembra proprio che una parte dell'esercito nazionale iracheno - in quanto tale mai arresosi formalmente agli occupanti - non si sia affatto sciolta ma stia ancora combattendo.
Da questo punto di vista l'uso di una macchina civile per portare in salvo Giuliana Sgrena da parte di Nicola Calipari e il non tornare in ambasciata dall'altra parte della città, era in realtà l'unica scelta possibile per poter sperare di arrivare sani e salvi all'aeroporto. Secondo le prime testimonianze l'auto si sarebbe diretta verso l'aeroporto senza transitare sui primi dieci chilometri dell'autostrada, i più pericolosi.
Non si sa invece dove la Toyota Corolla si sia inserita sulla striscia di asfalto, prendendo quella curva a destra dove l'attendeva la pattuglia assassina (come chiamarla altrimenti considerando che un check point non si fa nascondendosi al buio al lato della strada in una notte di pioggia a meno che non si voglia uccidere qualcuno, anche se non necessariamente i passeggeri dell'auto con a bordo i nostri tre concittadini?).
In altri termini dove si trova quella curva fatale? Dalle prime testimonianze emerge che la curva si sarebbe trovata «a 700 metri dell'aeroporto». Se con tale espressione si intende l'aerostazione vera e propria allora l'agguato sarebbe avvenuto lungo la curva che, nei pressi di uno sbarramento di cemento, tira verso destra per poi adagiarsi davanti al terminal.
In tal caso, la pattuglia Usa sapeva perfettamenta che la Toyota Corolla aveva già superato di sicuro (non essendoci altre strade), lungo la fast lane riservata ai diplomatici e ai contractor, il primo grande check point dove le auto autorizzate devono semplicemente rallentare e non fermarsi dal momento che la zona è sorvegliata e controlalta elettronicamente.
Un camion-computer della Cia registra e studia le immagini di tutte le auto e dei loro passeggeri mentre dall'alto l'intera area è fotografata dalle telecamere di un grande pallone aerostatico. Tanto che, dopo il primo check point, a 5 chilometri dall'aeroporto, sulla destra c'è un grande cartello verde nel quale si invitano le scorte a mettere la sicura alle armi in quanto ormai in zona sicura.
Vi è però anche la possibilità che mancassero 700 metri non al terminal ma proprio a questo check point e che l'auto con Giuliana e Calipari, avesse percorso le strade interne (ma in tal caso la presenza di un auto apripista ci sembra probabile) da al Mansour al Maamoun, al Qadra (dove c'è uno dei più grossi distributori abusivi di benzina della zona lungo la strada per Ramadi) per poi immettersi nell'autostrada all'altezza del sottopasso di Ameriya, solitamente allagato.
Dopo aver svoltato a destra sulla strada per l'aeroporto si tira un sospiro di sollievo dal momento che subito lì a destra inizia Camp Victory, la grande base Usa dell'aeroporto, e a poche centinaia di metri più avanti si vedono le luci del check point. Anche in questo secondo caso l'attacco alla macchina (dando per buona l'improbabile versione dei soldati che avrebbero sparato per paura - di che non si sa, visto che nascosti nel buio nessuno poteva vederli), appare altrettanto ingiustificato, e quindi analogamente criminale, dal momento che in ogni caso poche centinaia di metri più avanti il mezzo sarebbe stato costretto quasi a fermarsi. A meno che quei soldati appostati nel buio non avessero un altro obiettivo.
di GIULIANA SGRENA
[da il Manifesto del 6/2/2005]
«La nostra auto andava piano, gli americani hanno sparato senza motivo, Calipari è morto fra le mie braccia». Giuliana Sgrena torna in Italia e racconta il suo rapimento e la sua sanguinosa liberazione. Gli Usa insistono: solo un incidente. Ma la versione americana è smentita dai testimoni Il governo italiano tace, solo Ciampi insiste: «Mi aspetto spiegazioni». I pm indagano per omicidio volontario.
Sto ancora nel buio. E' stata quella di venerdì la giornata più drammatica della mia vita. Erano tanti i giorni che ero stata sequestrata. Avevo parlato solo poco prima con i miei rapitori, da giorni dicevano che mi avrebbero liberato. Vivevo così ore di attesa. Parlavano di cose delle quali soltanto dopo avrei capito l'importanza. Dicevano di problemi «legati ai trasferimenti». Avevo imparato a capire che aria tirava dall'atteggiamento delle mie due «sentinelle», i due personaggi che mi avevano ogni giorno in custodia. Uno in particolare che mostrava attenzione ad ogni mio desiderio, era incredibilmente baldanzoso. Per capire davvero quello che stava succedendo gli ho provocatoriamente chiesto se era contento perché me ne andavo oppure perché restavo. Sono rimasta stupita e contenta quando, era la prima volta che accadeva, mi ha detto «so solo che te ne andrai, ma non so quando». A conferma che qualcosa di nuovo stava avvenendo a un certo punto sono venuti tutti e due nella stanza come a confortarmi e a scherzare: «Complimenti - mi hanno detto - stai partendo per Roma». Per Roma, hanno detto proprio così.
Ho provato una strana sensazione. Perché quella parola ha evocato subito la liberazione ma ha anche proiettato dentro di me un vuoto. Ho capito che era il momento più difficile di tutto il rapimento e che se tutto quello che avevo vissuto finora era «certo» ora si apriva un baratro di incertezze, una più pesante dell'altra. Mi sono cambiata d'abito. Loro sono tornati: «Ti accompagniamo noi, e non dare segnali della tua presenza insieme a noi sennò gli americani possono intervenire». Era la conferma che non avrei voluto sentire. Era il momento più felice e insieme il più pericoloso. Se incontravamo qualcuno, vale a dire dei militari americani, ci sarebbe stato uno scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto. Dovevo avere gli occhi coperti. Già mi abituavo ad una momentanea cecità. Di quel che accadeva fuori sapevo solo che a Baghdad aveva piovuto. La macchina camminava sicura in una zona di pantani. C'era l'autista più i soliti due sequestratori. Ho subito sentito qualcosa che non avrei voluto sentire. Un elicottero che sorvolava a bassa quota proprio la zona dove noi ci eravamo fermati. «Stai tranquilla, ora ti verranno a cercare...tra dieci minuti ti verranno a cercare». Avevano parlato per tutto il tempo sempre in arabo, e un po' in francese e molto in un inglese stentato. Anche stavolta parlavano così.
Poi sono scesi. Sono rimasta in quella condizione di immobilità e cecità. Avevo gli occhi imbottiti di cotone, coperti da occhiali da sole. Ero ferma. Ho pensato...che faccio? comincio a contare i secondi che passano da qui ad un'altra condizione, quella della libertà? Ho appena accennato mentalmente ad una conta che mi è arrivata subito una voce amica alle orecchie: «Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele Polo, stai tranquilla sei libera».
Mi ha fatto togliere la «benda» di cotone e gli occhiali neri. Ho provato sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per le parole di questo «Nicola». Parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una consolazione quasi fisica, calorosa, che avevo dimenticato da tempo. La macchina continuava la sua strada, attraversando un sottopassaggio pieno di pozzanghere, e quasi sbandando per evitarle. Abbiamo tutti incredibilmente riso. Era liberatorio. Sbandare in una strada colma d'acqua a Baghdad e magari fare un brutto incidente stradale dopo tutto quello che avevo passato era davvero non raccontabile. Nicola Calipari allora si è seduto al mio fianco. L'autista aveva per due volte comunicato in ambasciata e in Italia che noi eravamo diretti verso l'aeroporto che io sapevo supercontrollato dalle truppe americane, mancava meno di un chilometro mi hanno detto...quando...Io ricordo solo fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti prima.
L'autista ha cominciato a gridare che eravamo italiani, «siamo italiani, siamo italiani...», Nicola Calipari si è buttato su di me per proteggermi, e subito, ripeto subito, ho sentito l'ultimo respiro di lui che mi moriva addosso. Devo aver provato dolore fisico, non sapevo perché. Ma ho avuto una folgorazione, la mia mente è andata subito alle parole che i rapitori mi avevano detto. Loro dichiaravano di sentirsi fino in fondo impegnati a liberarmi, però dovevo stare attenta «perché ci sono gli americani che non vogliono che tu torni». Allora, quando me l'avevano detto, avevo giudicato quelle parole come superflue e ideologiche. In quel momento per me rischiavano di acquistare il sapore della più amara delle verità.
Il resto non lo posso ancora raccontare.
Questo è stato il giorno più drammatico. Ma il mese che ho vissuto da sequestrata ha probabilmente cambiato per sempre la mia esistenza. Un mese da sola con me stessa, prigioniera delle mie convinzioni più profonde. Ogni ora è stata una verifica impietosa sul mio lavoro. A volte mi prendevano in giro, arrivavano a chiedermi perché mai volessi andar via, di restare. Insistevano sui rapporti personali. Erano loro a farmi pensare a quella priorità che troppo spesso mettiamo in disparte. Puntavano sulla famiglia. «Chiedi aiuto a tuo marito», dicevano. E l'ho detto anche nel primo video che credo avete visto tutti. La vita mi è cambiata. Me lo raccontava l'ingegnere iracheno Ra'ad Ali Abdulaziz di "Un Ponte per" rapito con le due Simone, «la mia vita non è più la stessa», diceva. Non capivo. Ora so quello che voleva dire. Perché ho provato tutta la durezza della verità, la sua difficile proponibilità. E la fragilità di chi la tenta.
Nei primi giorni del rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero semplicemente infuriata. Dicevo in faccia ai miei rapitori: «Ma come, rapite me che sono contro la guerra?!». E a quel punto loro aprivano un dialogo feroce. «Sì, perché tu vai a parlare con la gente, non rapiremmo mai un giornalista che se ne sta chiuso in albergo. E poi il fatto che dici di essere contro la guerra potrebbe essere una copertura». E io ribattevo, quasi a provocarli: «E' facile rapire una donna debole come me, perché non provate con i militari americani?». Insistevo sul fatto che non potevano chiedere al governo italiano di ritirare le truppe, il loro interlocutore «politico» non poteva essere il governo ma il popolo italiano che era ed è contro la guerra.
E' stato un mese di altalena, tra speranze forti e momenti di grande depressione. Come quando, era la prima domenica dopo il venerdì del rapimento, nella casa di Baghdad dove ero sequestrata e su cui svettava una parabolica, mi fecero vedere un telegiornale di Euronews. Lì ho visto la mia foto in gigantografia appesa al palazzo del comune di Roma. E mi sono rincuorata. Poi però, subito dopo, è arrivata la rivendicazione della Jihad che annunciava la mia esecuzione se l'Italia non avesse ritirato le sue truppe. Ero terrorizzata. Ma subito mi hanno rassicurata che non erano loro, dovevo diffidare di quei proclami, erano dei «provocatori». Spesso chiedevo a quello che, dalla faccia, sembrava il più disponibile che comunque aveva, con l'altro, un aspetto da soldato: «Dimmi la verità, mi volete uccidere». Eppure, molte volte, c'erano strane finestre di comunicazione, proprio con loro. «Vieni a vedere un film in tv», mi dicevano, mentre una donna wahabita, coperta dalla testa ai piedi girava per casa e mi accudiva.
I rapitori mi sono sembrati un gruppo molto religioso, in continua preghiera sui versetti del Corano. Ma venerdì, al momento del mio rilascio, quello tra tutti che sembrava il più religioso e che ogni mattina si alzava alla 5 per pregare, mi ha fatto le sue «congratulazioni» incredibilmente stringendomi fortemente la mano - non è un comportamento usuale per un fondamentalista islamico -, aggiungendo «se ti comporti bene parti subito». Poi, un episodio quasi divertente. Uno dei due guardiani è venuto da me esterrefatto sia perché la tv mostrava i miei ritratti appesi nelle città europee e sia per Totti. Sì Totti, lui si è dichiarato tifoso della Roma ed era rimasto sconcertato che il suo giocatore preferito fosse sceso in campo con la scritta «Liberate Giuliana» sulla sua maglietta.
Ho vissuto in una enclave in cui non avevo più certezze. Mi sono ritrovata profondamente debole. Avevo fallito nelle mie certezze. Io sostenevo che bisognava andare a raccontare quella guerra sporca. E mi ritrovavo nell'alternativa o di stare in albergo ad aspettare o di finire sequestrata per colpa del mio lavoro. «Noi non vogliamo più nessuno», mi dicevano i sequestratori. Ma io volevo raccontare il bagno di sangue di Falluja dalle parole dei profughi.
E quella mattina già i profughi, o qualche loro «leader» non mi ascoltavano. Io avevo davanti a me la verifica puntuale delle analisi su quello che la società irachena è diventata con la guerra e loro mi sbattevano in faccia la loro verità: «Non vogliamo nessuno, perché non ve ne state a casa, che cosa ci può servire a noi questa intervista?». L'effetto collaterale peggiore, la guerra che uccide la comunicazione, mi precipitava addosso. A me che ho rischiato tutto, sfidando il governo italiano che non voleva che i giornalisti potessero raggiungere l'Iraq, e gli americani che non vogliono che il nostro lavoro testimoni che cosa è diventato quel paese davvero con la guerra e nonostante quelle che chiamano elezioni.
Ora mi chiedo. E' un fallimento questo loro rifiuto?
Curzio Maltese ricorda bene, di ricordarci, di una parabola perfetta del berlusconismo, quella del mostro bavoso. Ecco che una mattina, l’ometto di Arcore, dice che è attaccato dall’opposizione con mille epiteti tra cui quello di mostro bavoso. Nessuno a sinistra ricorda quell’insulto; ma dopo alcune verifiche si scopre che quell’aggressione verbale è invece stata fatta, da un giornalista che scrive su un suo giornale, all’indirizzo di Romano Prodi, il suo avversario politico.
Nessun giornale di regime o televisione riporta il fatto. Morale, l’insulto dell’insulto continua. La vittima dei ‘cattivi’ avversari ‘comunisti’ è sempre e solo lui.
Se poi si indaga ancora un po’ si scopre che nessuno ha mai pronunciato insulti peggiori del suo attuale alleato Bossi:
Berlusconi mostra le stesse caratteristiche dei dittatori. E' un kaiser in doppiopetto. Un piccolo tiranno, anzi è il capocomico del teatrino della politica. Un Peròn della mutua. E' molto peggio di Pinochet. Ha qualcosa di nazistoide, di mafioso. Il piduista è una volpe infida pronta a fare razzia nel mio pollaio [...]
Berlusconi è l'uomo della mafia. E' un palermitano che parla meneghino, un palermitano nato nella terra sbagliata e mandato su apposta per fregare il Nord. La Fininvest è nata da Cosa Nostra. C'è qualche differenza fra noi e Berlusconi: lui purtroppo è un mafioso. Il problema è che al Nord la gente è ancora divisa tra chi sa che Berlusconi è un mafioso e chi non lo sa ancora. Ma il Nord lo caccerà via, di Berlusconi non ce ne fotte niente. Ci risponda: da dove vengono i suoi soldi? Dalle finanziarie della mafia? […]
Quel brutto mafioso guadagna soldi con l'eroina e la cocaina. Il mafioso di Arcore vuole portare al Nord il fascismo e il meridionalismo. Discutere di par condicio è troppo poco: propongo una commissione di inchiesta sugli arricchimenti di Berlusconi. In Forza Italia ci sono oblique collusioni fra politica e omertà criminale e fenomeni di riciclaggio. L'uomo di Cosa Nostra, con la Fininvest, ha qualcosa come 38 holding, di cui 16 occulte. Furono fatte nascere da una banca di Palermo a Milano, la banca Rasini, la banca di Cosa Nostra a Milano.
…tutte dichiarazioni documentate e tratte da agenzie e quotidiani diversi, negli anni che vanno dal marzo-aprile 1994, all’ottobre del 1999.
Di tutto questo però è bene tacere, poiché la campagna elettorale è iniziata, ed è meglio che la verità non si sappia.
Volete mettere la devolution delle parolacce? Un ‘buffone’ dal ‘basso’ costa 500 euro...un ‘mostro bavoso’ quanto costerà? A loro naturalmente niente; queste cose, a loro, li fanno solo guadagnare.
di Danny Schechter
[Filmmaker indipendente. L'ultimo film documentario di Danny Schechter è Weapon of Mass Deception («Armi di disinformazione di massa»), sull'informazione durante la guerra in Iraq. Questo articolo è una riduzione del suo intervento alla sessione sull'informazione del Tribunale Internazionale sull'Iraq, tenuto a Roma dal 10 al 13 febbraio. Traduzione Marina Impallomeni. Da il Manifesto del 28/2/2005]
Giornalisti embedded, nuove tecnologie, l'inganno e la censura come strategia deliberata. Sono le armi di disinformazione di massa del «quarto fronte» bellico, quello dei media
Ci sono state due guerre in Iraq. Una è stata combattuta dagli eserciti con i loro soldati, le bombe e la loro temibile forza militare, l'altra invece con le telecamere, i satelliti, i giornalisti e le tecniche di propaganda. La prima è stata giustificata col tentativo di trovare le «armi di distruzione di massa» di Saddam Hussein, la seconda è stata combattuta con armi ancora più potenti, le «armi di disinformazione di massa». Durante l'invasione del'Iraq nel marzo 2003, in America le reti televisive hanno visto nell'informazione non-stop il loro momento migliore, puntando sui giornalisti embedded e sulle nuove tecnologie che avrebbero permesso ai telespettatori di vedere per la prima volta una guerra da vicino. Ma diversi paesi hanno visto guerre diverse.
Per quelli di noi che guardavano, la guerra era più che altro uno spettacolo, una maratona globale che vedeva le emittenti darsi battaglia tra loro distorcendo la verità.
Questa non è semplicemente la censura tradizionale.
Durante l'invasione del'Iraq nel marzo 2003, in America le reti televisive hanno visto nell'informazione non-stop il loro momento migliore, puntando sui giornalisti embedded e sulle nuove tecnologie che avrebbero permesso ai telespettatori di vedere per la prima volta una guerra da vicino. Ma diversi paesi hanno visto guerre diverse.
Per quelli di noi che guardavano, la guerra era più che altro uno spettacolo, una maratona globale che vedeva le emittenti darsi battaglia tra loro distorcendo la verità. Questa non è semplicemente la censura tradizionale.
Censura, auto-censura e distorsione delle notizie sembrano fenomeni comuni in tutte le guerre. I governi cercano di limitare le notizie che possono metterli in una luce sfavorevole e di massimizzare quelle capaci di galvanizzare il consenso sul fronte interno.
Tutte le guerre suscitano sciovinismo in settori dei media e dell'informazione. Sun Tsu, il grande teorico cinese della guerra, diceva che l'inganno è uno strumento in ogni guerra, per definizione. Ma quella che in passato era stata considerata una tattica o uno strumento, è diventata una strategia utilizzata in modo sistematico.
Le dottrine sulla guerra dell'informazione puntano a conseguire un'influenza strategica grazie all'inganno. Questo concetto è profondamente radicato nelle ideologie neocon basate sull'opera del filosofo dell'Università di Chicago Leo Strauss.
E' una strategia deliberata. Molti al Pentagono sono convinti che sia colpa dell'informazione se la guerra del Vietnam è stata persa. Anche in quella guerra avevamo assistito a una battaglia mediatica. L'ex reporter del Washington Post William Prochna ricorda che prima del Vietnam «avevamo già subito un secolo pieno di guerre. Guerre pesantemente censurate.
Durante la prima guerra mondiale la manipolazione dell'opinione pubblica da parte del governo era così totale, che in seguito il principale propagandista Usa definì il suo operato "la più grande avventura nel mondo della pubblicità". Durante la seconda guerra mondiale la censura era accettata così uniformemente, che la rivista Life non pubblicò una sola fotografia di un americano morto fino al 1943, e il direttore dell'Ufficio della censura ricevette una menzione speciale del Premio Pulitzer.
La guerra fredda, con la sua minaccia di estinzione nucleare, ha portato l'autocensura a un livello prima sconosciuto.
Kennedy all'inizio credette di poter condurre la guerra in Vietnam così come i comunisti combattevano le loro: in segreto. Com'era possibile censurare una guerra che non si stava combattendo? Così il Vietnam iniziò senza censura e continuò senza censura. Ma Kennedy non poté evitare l'escalation della guerra, e certamente non poté tenerla segreta.
Inevitabilmente, Kennedy andò a cozzare contro l'inizio del cosiddetto "gap generazionale" che avrebbe ossessionato gli anni `60 e contro un massiccio cambiamento di rotta nel giornalismo americano. O fu il Vietnam a dare inizio a entrambi? Le guerre sono combattute da giovani. Sono anche raccontate da giovani, e all'inizio degli anni `60 i giovani reporter del Vietnam non erano limitati dalla censura né dalle certezze della guerra totale.
Quando cominciarono a raccontare che l'imperatore era nudo, fu uno shock. Gli americani stavano morendo. Il governo stava mentendo. (...) Il cambiamento di rotta non mancò di provocare le sue cicatrici tra i reporter, molti dei quali ancora ventenni. Il governo Kennedy li attaccò accusandoli di essere troppo giovani e inesperti, e la polizia segreta sud-vietnamita gli dette la caccia come simpatizzanti comunisti. Furono aggrediti, il loro patriottismo fu messo in discussione dalla vecchia guardia presente negli stessi giornali.
Con la fine del Vietnam, alla Scuola di guerra cominciarono i gruppi di studio, seminari e lezioni per prepararsi a gestire i media nelle guerre che sarebbero inevitabilmente seguite. Se la censura non poteva essere la regola, aggirare l'ostacolo poteva...».
Così una grossa quantità di denaro e di mano d'opera sono stati investiti nel controllo dei media. Allo stesso tempo, con la crescita dell'industria dell'informazione e la sua integrazione nello show business, vi è stato un nuovo cambiamento di rotta.
Questo quadro viene spesso dimenticato quando si critica Bush. Questa guerra non è stata organizzata da un uomo solo, ma da istituzioni potenti: un intero complesso mediatico-industriale. Dobbiamo collocarla non solo nel contesto della politica estera americana, ma anche in quello del nostro sistema mediatico moderno. In Italia i telespettatori hanno potuto vedere come il sistema televisivo, dalla Rai ai canali privati, sia stato berlusconizzato. Si è creata un'alleanza perversa tra i media e il governo.
Negli Usa, i grandi media sono ormai al servizio di interessi particolari. I manager dell'informazione che non sono giornalisti hanno preso iln potere. Presto i pundit sono diventati più numerosi dei giornalisti. Le scuole di giornalismo hanno cominciato a produrre più esperti di pubbliche relazioni che inviati. Il governo ha portato le pubbliche relazioni a un nuovo livello: è chiamato «perception management» (gestione della percezione); e tratta la guerra come un prodotto da «esibire» e promuovere.
I canali televisivi via cavo che trasmettono ventiquattr'ore al giorno sono rapidamente degenerati diventando una hit parade di titoli. Il giornalismo investigativo aveva già da tempo ceduto il passo alle «breaking news» prive di contesto e retroterra. I documentari di approfondimento sono scomparsi dalle fasce di maggiore ascolto dei palinsesti. I «reality show» hanno preso il posto dei servizi basati sulla realtà. Gli anchormen hanno protestato dicendo che i media, da «cani da guardia», sono diventati cani da salotto: ma non hanno fatto niente per impedirlo.
Questa trasformazione del sistema mediatico - avvenuta in oltre vent'anni grazie alla deregulation delle leggi sull'interesse pubblico - ha reso i media complici volontari, specialmente nel clima di paura e patriottismo post 11 settembre. Quando gli anchormen hanno cominciato a emulare i politici appuntandosi le bandierine americane al risvolto della giacca, è apparso ormai chiaro che stavamo assistendo a un'integrazione dei media in un sistema mediatico di stato.
Presto gli inviati embedded hanno concentrato i loro servizi sulla campagna di terra in Iraq, mentre gli attacchi aerei, l'uso di armi proibite, le squadre speciali per le operazioni segrete e le vittime civili non venivano documentate. Erano fatti deliberati, ma venivano commentati solo di rado, dato che i network cercavano l'approvazione del Pentagono per i loro esperti ed ex generali impegnati a fare valutazioni davanti alle telecamere come si usa per gli eventi sportivi.
Gli inviati hanno cominciato a identificarsi con i soldati, usando spesso la parola «noi» nei loro servizi come se fossero parte in causa - e in effetti lo erano. Le tecniche narrative di Hollywood hanno preso il posto del giornalismo basato sui fatti. Per confezionare l'informazione sulla guerra sono stati reclutati grafici e produttori di Hollywood. Era come girare un film.
Il comandante militare americano Tommy Franks ha messo a punto un «piano segreto» che è stato fatto filtrare ai giornalisti amici, come quelli di Fox News. Egli ha parlato dei media come del «quarto fronte» della guerra. Christiane Amanpour della Cnn ha ammesso in seguito: «Sembra che questa sia stata disinformazione ai massimi livelli». Amanpour se l'è presa non solo col governo ma anche con gli «sbruffoni» della rete Fox di Rupert Murdoch. In un ambiente iper-competitivo, quando il presidente dice ripetutamente che si è «o con noi o con i terroristi», nessuno vuole essere accusato di appoggiare il terrorismo. I grandi media che hanno bisogno di favori, di accesso al potere, e di cambiamenti delle regole, difficilmente assumono una posizione critica.
Un risultato: su ottocento esperti andati in onda in tutti i canali americani dal periodo di preparazione della guerra fino al 9 aprile 2003, quando i soldati americani hanno buttato giù la statua di Saddam insieme a una folla attentamente assemblata di sostenitori Usa, soltanto sei erano contrari alla guerra.
L'ambiente mediatico è stato spesso caricato di un mix di cooptazione seduttiva che ha dato ai giornalisti selezionati accesso alle prime linee e alla protezione militare. I reporter non allineati hanno subito intimidazioni, attacchi, denunce - o aggressioni deliberate come quella dell'Hotel Palestine, che ha provocato la morte di alcuni giornalisti.
Il mio film WMD - Weapons of Mass Deception (Armi di disinformazione di massa) riferisce questi episodi e cita l'apprezzato storico dei media e della guerra, Phillip Knightly, il quale si è detto convinto che i siti dei media sono stati attaccati deliberatamente.
Nel gennaio scorso, durante un dibattito al World Economic Forum, il direttore delle news della Cnn Eason Jordan delha detto che i giornalisti sono stati presi di mira. Messo sotto pressione, Jordan sembra avere ritrattato la sua tesi iniziale secondo cui l'esercito americano avrebbe ucciso dodici giornalisti. Si attende ancora una indagine indipendente (lui però intanto si è dimesso).
Tutto questo non è un catalogo di errori. Tutto questo è stato pianificato, pre-prodotto e poi mandato in onda con l'obiettivo di persuadere.
Certo, alcuni media tra cui il Washington Post e il New York Times hanno in seguito ammesso di non avere esercitato una critica abbastanza serrata, specialmente sulla questione delle armi di distruzione di massa che si è rivelata una totale mistificazione. Più recentemente abbiamo visto come le elezioni irachene, in cui gli elettori hanno chiesto di porre fine all'occupazione, sono state fatte passare per una conferma alla politica bellica americana. Il presidente Bush è stato presentato come il chiaro vincitore con un aumento del consenso da parte dell'opinione pubblica.
L'informazione favorevole alla guerra continua anche se l'opinione pubblica contraria alla guerra cresce. Chi è contrario alla guerra deve combattere per poter andare in onda mentre i rappresentanti dell'Amministrazione e i democratici favorevoli alla guerra sono costantemente davanti alle telecamere.
Cosa significa tutto questo? Che viviamo in una mediacrazia, non in una democrazia. Che i nostri media, protetti dalla Costituzione per agire come guardiani della democrazia, invece la stanno mettendo in pericolo. Ciò a cui stiamo assistendo è un crimine contro la democrazia e contro il diritto del pubblico di essere informato.