25.06.05

Corte dei Conti: 'Preoccupante l'aumento del deficit: nel 2005 al 4%'

Oggi a Roma il 'giudizio di parificazione' sul rendiconto generale dello stato per il 2004. Le previsioni per il 2005: Pil fermo

Corte dei Conti: 'Preoccupante l'aumento del deficit: nel 2005 al 4%'
Staderini: "Serve un intervento per frenare il debito". Sulla previdenza chiesta una 'drastica riforma'. Eccessive la spesa sanitaria e degli enti locali

[da la Repubblica del 24 giugno 2005]

Il procuratore generale della Corte dei Conti Vincenzo Apicella in una foto del 18 gennaio 2005
ROMA - L'Italia vive al di sopra dei propri mezzi, facendo ricorso pesantemente all'indebitamento. Lo dice il procuratore generale presso la Corte dei Conti, Vincenzo Apicella, nel suo 'giudizio di parificazione' al rendiconto generale dello stato per il 2004, presentato stamattina a Roma. Le proiezioni per il 2005 del rapporto deficit/Pil "indicano una preoccupante tendenza all'aumento", il dato previsto si avvicina al 4%". Anche il debito pubblico registra una "ascesa pressochè ininterrotta e, alla fine, elevatissima".

"Se il quadro resterà così negativo, qualche intervento occorrerà, ma spetterà al governo decidere", ha detto il presidente della Corte dei Conti, Francesco Staderini che avverte: "un aumento del deficit si tradurrebbe in un aumento del debito, estremamente negativo per il rating e la commissione Ue".

Situazione strutturale. E non si tratta di una situazione congiunturale: riportando il rapporto deficit/Pil nel 2004, fissato al 3,2%, Apicella ha sottolineato che tale dato "risente in una certa parte di cause non recenti, non attribuibili all'attuale difficile congiuntura e neppure a comportamenti gestori posti in essere nell'ultimo anno e in quelli immediatamente precedenti".

Difficile il 'rientro' nel 2006. A giudizio del presidente di sezione della Corte dei Conti, Fulvio Balsamo, inoltre, "livelli di disavanzo e di debito così distanti dagli obiettivi si propongono anche come una difficile base di riferimento per lo scenario del 2006, anno per il quale devono essere definiti obiettivi programmatici di finanza pubblica compatibili con un percorso di rientro verso valori condivisi a livello europeo". E, aggiunge, "sotto questo aspetto, il profilo tendenziale dei conti pubblici non è affatto rassicurante, nè con riguardo al disavanzo nè, soprattutto, con riguardo al debito pubblico".

Indebitati anche i cittadini. Ma non è solo la pubblica amministrazione ad essere pesantemente indebitata. La spesa eccessiva, al di sopra delle entrate, è un problema nazionale che coinvolge anche i cittadini, rileva Apicella: "Fatta naturalmente una doverosa eccezione per quella fascia di cittadini che vivono in dignitose ristrettezze, e che meritano rispetto e aiuto, l'azienda Italia, da molto tempo, nel complesso e mediamente, sembra vivere al di sopra dei propri mezzi, anche a causa delle tentazioni del consumismo, ovviamente, con pesante ricorso all'indebitamento".

In altri tempi, spiega Apicella, si sarebbe forse potuto ricorrere a un regime di austerità, ma ora "appare invece più attuale operare una più attenta e responsabile politica di spesa pubblica e privata" che coinvolga una migliore organizzazione, uno sfruttamento più razionale delle risorse e anche "un rafforzamento dei valori professionali, ma anche etici, del lavoro".

Pil prossimo allo zero. All'indebitamento si oppone una crescita limitatissima della ricchezza nazionale: per il 2005 la Corte dei Conti prevede una crescita del Pil pari allo zero. 'Per l'Italia appare verosimile una proiezione per il 2005 non favorevole: il riflesso della caduta dell'attività produttiva negli ultimi tre trimestri prefigura una crescita del Pil prossima alla zero", dice il presidente Balsamo.

Deludente la riscossione dei tributi. Il sistema della riscossione dei tributi appare ancora deludente, con le concessionarie che, dal 2000 al 2004, hanno riscosso solo il 5% dell'ammontare netto riscuotibile. "Nell'ultimo quadriennio - dice Apicella - l'ammontare annuo delle somme riscosse dalle società concessionarie sui ruoli emessi dall'agenzia delle entrate e da quella delle dogane, svincolato dall'anno di affidamento del carico, ha presentato una flessione del 42,18%, passando dai 1.596 milioni di euro nel 2000, ai 923 dell'anno 2004".

"Si tratta - specifica poi Apicella - evidentemente di risultati fortemente negativi, soprattutto se confrontati all'entità dell'onere finanziario (circa 500 milioni di euro) che il bilancio dello Stato è chiamato a sopportare per sostenere il sistema delle concessioni".

Diminuisce solo in apparenza pressione fiscale. La pressione fiscale nel 2004 si è ridotta di un punto, ma solo grazie a sanatorie e condoni. "La pressione fiscale, cresciuta di 0,7 punti tra il 2002 e il 2003 è diminuita nel 2004 di quasi un punto percentuale (dal 42,6 al 41,7%) - dice Balsamo - quasi per intero attribuibile tuttavia alla riduzione delle imposte in conto capitale (-50,2%), categoria che contabilizza gli introiti delle sanatorie tributarie e del condono edilizio". Per essere più chiaro Balsamo spiega ancora che "al netto di tale componente straordinaria sia la pressione fiscale che la pressione tributaria hanno mantenuto sostanzialmente invariata l'incidenza rispetto al Pil".

Stop ai condoni. La Corte ritiene che bisogna interrompere la stagione dei condoni che condizionano negativamente i comportamenti dei contribuenti e lavorare alla lotta all'evasione: "Siamo contrari ai condoni: sono misure eccezionali che falsano la realtà dei conti. Hanno anche incidenza negativa sul comportamento dei contribuenti".

Drastiche decisioni per la previdenza. La previdenza "richiede più che mai le drastiche decisioni che ho auspicato nei giudizi sui rendiconti degli scorsi anni, quelle decisioni che l'allungarsi della vita media attiva richiedono", dice il procuratore Apicella. "Occorre - aggiunge - che sia ristabilito un più equilibrato rapporto tra vita attiva e quella coperta da pensione".

Gli sprechi della pubblica aministrazione. Nella pubblica amministrazione, "Probabilmente è giunto il momento di abbandonare generiche considerazioni sull'esistenza di sacche di 'sprechi', che pure esistono", dice Apicella, specificando che "al riguardo, è necessario distinguere tra 'dispersioni' strutturali e 'fruizioni' patologiche dei flussi". "Per fronteggiare le prima - prosegue Apicella - non basta il contrasto in sede giurisdizionale, che invece resta strumento utile per arrestare e interrompere le seconde".

"Un'area entro cui significativamente cominciare a sperimentare tale più meditato approccio - aggiunge Apicella - riguarda il riassetto degli enti ed organismi pubblici, con soprressione di quelli inutili o non indispensabili". In merito invece agli strumenti pensati nella finanziaria del 2004 per contenere l'entità e il costo del personale pubblico, la Corte dei Conti rileva come "l'ampiezza delle esenzioni e delle deroghe al divieto di assumere a tempo indeterminato, e l'allentamento dei suddetti vincoli per una cospicua serie di categorie di personale e di enti, rischia di vanificare tale obiettivo".

Aumenta la spesa degli enti locali. La spesa degli enti locali, nel 2004, si è mostrata in forte ascesa, sottolinea Apicella esaminando la gestione del bilancio nel 2004. In tema di spesa, ha detto il procuratore, "emerge una netta linea di tendenza, quella che segna una notevole differenziazione tra l'andamento della spesa statale (in netta diminuzione) e quella delle Regioni, Province e Comuni (in forte ascesa).

Eccessiva la spesa sanitaria. Non si arresta la corsa della spesa sanitaria. Lo denuncia il procuratore Apicella, che parla di "sempre maggiori livelli" di anno in anno. "Per l'anno in corso - afferma nella sua relazione - senza un notevole recupero di efficienza si prevede un deficit di almeno di 2 miliardi e mezzo, dovuto anche all'assistenza gratuita pur se umanamente giustificata, agli immigrati". Nel suo intervento il presidente di sezione Balsamo ricorda inoltre che il disavanzo del settore è tornato ad aumentare passando da 1,8 miliardi nel 2003 a circa 3,5 miliardi nel 2004.

I commenti. "La Corte dei Conti guarda più la finanza pubblica che i grandi aggregati economici", commenta il sottosegretrio all'Economia Giuseppe Vegas, aggiungendo che quindi per capire l'andamento dell'economia italiana forse "sarebbe meglio guardare i dati Istat, Isae o di altri organismi".

Molto critici i commenti degli esponenti dell'opposizione. In una nota il presidente della Consulta economica della Margherita Roberto Pinza definisce "gravi e preoccupanti" i dati forniti dalla Corte dei Conti, che "spingerebbero qualsiasi governo serio ad adottare misure di reazione". La Corte dei Conti "smentisce nettamente le rassicurazioni che il ministro dell'economia Siniscalco ieri ha tentato invano di spargere di fronte a una platea ormai disillusa", ribadisce il responsabile economico della Margherita, Enrico Letta. "La Corte dei Conti descrive ancora una volta impietosamente la drammatica situazione dell'economia italiana, che va a picco. Il governo si deve svegliare, perchè la crisi è grave e la fiducia dei cittadini diminuisce sempre di più", ha detto infine il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio.

(24 giugno 2005)

24.06.05

La relazione di Sergio Billè all'Assemblea Generale di Confcommercio

Di seguito pubblichiamo la relazione presentata all'Assemblea Generale 2005 di Confcommercio dal presidente Sergio Billè. Una relazione lunga e articolata su più fronti che non ha risparmiato autocritica e bacchettate al governo. Il presidente Billé ha rilanciato la proposta di un patto sociale per uscire dalla crisi e al governo ha chiesto riforme, infrastrutture, liberalizzazioni, interventi per il Sud ma soprattutto un Dpef e una legge finanziaria rigorosa. Secondo Billè, «la gravità della situazione impone – come direbbe Max Weber - il prevalere nei partiti dell'etica delle collegiali responsabilità». Mi pare, però, che oggi non ci sia proprio aria di intese bipartisan. Intanto il tempo lavora contro di noi. Per questo è indispensabile che la coalizione di Governo decida subito quel che intende fare». Nella relazione del Presidente non si risparmiano critiche all’opposizione. «Sarebbe anche assai utile - rileva il leader della Confcommercio – che l'opposizione cominciasse ad illustrarci quale programma alternativo intenderebbe realizzare per il rilancio dell’economia e per la modernizzazione del paese, nel caso in cui dovesse prendere le redini del Governo. Per il momento, però, le idee sembrano un po’ troppo in ordine sparso. Non si comprende ancora bene cosa si vorrebbe cambiare, in quale direzione e con quali riforme. Butto lì un’idea. Non sarebbe il caso che l’opposizione mettesse in piedi una specie di Governo ombra, in grado di simulare i programmi che intende realizzare?». Per Billè è venuto il momento di «fare scelte che siano anche durissime, anche impopolari, anche tali da provocare più di un serio mal di pancia, ma che – rispettando prima di tutto le esigenze e le priorità di un libero mercato - possano segnare una reale inversione di rotta. Si possono anche chiedere sacrifici, ma è necessario che essi siano fortemente motivati, in maniera da dare al paese una reale prospettiva di sviluppo».

[Da la Repubblica del 23 giugno 2005]

Autorità, Signore, Signori, Signori Associati,

è il momento di guardarsi bene negli occhi e di dirsi la verità. Togliamoci tutti la maschera e avremo fatto un passo avanti. Smettiamola, smettiamola tutti con questo estenuante gioco del cerino. La filosofia Zen impone di tenere pulito lo specchio in cui ci si guarda perché, se è sporco e polveroso, rischia di riflettere soprattutto ignoranza e cattiva coscienza. Mi pare - questo - un buon metodo. Per scuoterci ci serve una robusta dose di neorealismo alla De Sica. Solo così potremo trovare la forza necessaria per far cambiare rotta ad un paese che ha innestato una pericolosa marcia indietro. Tutti abbiamo una gran voglia di ripartire. Ma non basta volerlo. Bisogna anche creare le condizioni perché ciò possa accadere. C’è chi sostiene che oggi siamo più ricchi che poveri, tanto è vero - si dice - che le nostre strade sono sempre più ingorgate da schiere di auto in sosta in doppia, anzi tripla fila. Ma è anche vero che le Amministrazioni locali spesso non riescono a trovare nemmeno i soldi per riuscire a rimuoverle. Siamo sommersi dai cellulari.

E poi non è forse vero che gli utili delle compagnie di assicurazione sono cresciuti, nel 2004, del 43%? Che le banche sono stracolme di depositi dei correntisti? Che l’81% degli italiani vive già in una casa di sua proprietà? Dietro questa facciata di floridezza, in parte vera, vive però un paese schiacciato da vecchi e da nuovi problemi. Un esempio spicciolo. Solo i sempre più frequenti intasamenti che si verificano nel nostro sistema dei trasporti ci costano ogni anno l’1,5% del Pil, 20 miliardi di euro. E’ difatti la grave carenza di infrastrutture e di logistica a farci perdere crescenti quote di competitività. Ci pesano molte altre cose. Da un’eternità, istituzioni e partiti disputano fra loro su come poter realizzare le grandi riforme necessarie per la modernizzazione del paese. Ma è come se duellassero fermi su cavalli a dondolo. Tutto viene continuamente messo in discussione, ma troppo poco si riesce a cambiare. La maggior parte delle riforme di struttura restano crisalidi. Non nego che questo immobilismo abbia molti padri e padrini. Anche noi parti sociali – categorie di imprese e sindacati – abbiamo il nostro carico di responsabilità. E non sarebbe male, dunque, che anche noi cominciassimo a fare un più serio esame di coscienza. E’ un paese in cui vige la regola che la colpa di tutto sia sempre di qualcun altro. Dobbiamo smetterla di vivere in una sorta di grande "Circo Togni" dove ciascuno, dopo aver eseguito il suo numero, si ritira nella sua roulotte non preoccupandosi del resto. A cosa serve rimpallarsi ogni mattina, e in ogni tipo di riunione, picchi e valenze strutturali della crisi che stiamo vivendo, se poi, arrivata sera, si spegne la luce senza aver pensato a qualche rimedio? A cosa serve recitare a memoria, come tabelline della tavola pitagorica, le disastrose percentuali del nostro Pil, se poi non si riesce a fare nulla di serio per schiodarle dallo "zero virgola"? Tirano le economie degli Stati Uniti, della Cina e di altri paesi del far-east asiatico, ma tira molto meno, invece, quella dell’Europa. Sono ormai alcuni anni che si va avanti con questo copione. Sono pesanti le responsabilità dell’Unione europea, come sono altrettanto pesanti quelle della politica, vecchia e nuova, di casa nostra. Il paese segue i suoi acrobatici volteggi con crescente senso di frustrazione. Sbagliano i partiti a sottovalutarne le possibili conseguenze. Domani potrebbero aprire il cesto e trovarvi solo uova rotte. E la domanda che tutti ci poniamo è: dopo le liturgie di un altro lungo anno di campagna elettorale, cosa accadrà, cosa potrà realmente cambiare? Istituzioni, partiti e parti sociali non possono più restare adagiati sui loro sofà, mentre il paese corre il pericolo di essere sfrattato dall’economia mondiale. Continuando così, amici, non ne usciamo. Rischiamo di finire barellati in camera di rianimazione. E’ ormai nostro compito non dare più tregua alla politica e a chi opera nella stanza dei bottoni. Dobbiamo star loro con il fiato sul collo. Nel Governo e nei partiti che ne compongono la coalizione, c’è chi sostiene che il peggio sia quasi alle nostre spalle e che basterà qualche correttivo di rotta per uscire dal tunnel. Anche un anno fa ci era stata detta la stessa cosa. Poi i fatti hanno dimostrato il contrario. Ecco, si dirà, il solito Billè che vede sempre la bottiglia mezza vuota e che agita le formulette del catastrofismo all’italiana. Niente catastrofismo, ma il quadro è quello che è. E cioè tortuoso, impervio, quasi spettrale. Lasciatemi dire che, a questo punto, o si cambia tipo di approccio o si cambia. Noi, per agevolare questo cambiamento, siamo disposti a fare tutti i passi necessari e penso che altre categorie di impresa dovrebbero essere disponibili a fare altrettanto. Ma questo non servirà a nulla, se, nel contempo, le istituzioni e la politica non si decideranno a fare altrettanto e di più per affrontare i punti nodali di questa crisi. Sono, difatti, molti i fondamentali che rischiano di sfaldarsi come creta: debito pubblico da collasso, rapporto deficit/Pil in via di crescente sforamento, produzione industriale più di là che di qua, domanda interna che pare il Mar Morto. C’è l’impegno del Governo a cambiare questo stato di cose. Ne prendiamo atto, ma ammetta, Signor Presidente del Consiglio, che per noi è difficile rimettere la mano sul fuoco, dopo che, come Muzio Scevola, ce ne siamo già bruciata una. Ora, Signor Presidente, ci metta prima la sua. Poi, se tutto andrà per il meglio, come sinceramente ci auguriamo, non indugeremo a metterci quella che ci è rimasta. Tra poco arriverà il momento della verità. Perché o il nuovo Dpef e la nuova legge finanziaria saranno di straordinario impegno e fortemente innovativi per credibilità, indirizzo, spessore e qualità di interventi o la strada che ci aspetta è quella di una mulattiera. La gravità della situazione impone - direbbe Max Weber - il prevalere nei partiti "dell’etica delle collegiali responsabilità". Mi pare, però, che oggi non ci sia proprio aria di intese bipartisan. Intanto il tempo lavora contro di noi. Per questo è indispensabile che la coalizione di Governo decida subito quel che intende fare. Come sarebbe anche assai utile che l’opposizione cominciasse ad illustrarci quale programma alternativo intenderebbe realizzare per il rilancio dell’economia e per la modernizzazione del paese, nel caso in cui dovesse prendere le redini del Governo. Per il momento, però, le idee sembrano un po’ troppo in ordine sparso. Non si comprende ancora bene cosa si vorrebbe cambiare, in quale direzione e con quali riforme. Butto lì un’idea. Non sarebbe il caso che l’opposizione mettesse in piedi una specie di Governo ombra, in grado di simulare i programmi che intende realizzare? Intanto penso che sia arrivato il momento, per l’attuale maggioranza, di realizzare quel "governo della tenda", che gli Shogun apprestarono quando, in Giappone, si profilò la minaccia di un’invasione mongola. Il che, a mio giudizio, significa fare scelte che siano anche durissime, anche impopolari, anche tali da provocare più di un serio mal di pancia, ma che - rispettando prima di tutto le esigenze e le priorità di un libero mercato - possano segnare una reale inversione di rotta. Si possono anche chiedere sacrifici, ma è necessario che essi siano fortemente motivati, in maniera da dare al paese una reale prospettiva di sviluppo. Troppi Gengis Khan ci tolgono oggi il sonno. Alcuni li abbiamo già dentro casa. Si chiamano sconquassata e costosa burocrazia, istituzioni scarsamente operative, politica molto ciarliera ma poco pragmatica, profonde dicotomie culturali, sociali ed economiche tra le varie aree del paese. Nessuno di noi si illude che, di colpo, si possa risolvere tutto. Però qualche brusca sterzata proprio ci vuole. Altri Gengis Khan li abbiamo alle porte. Si chiamano crisi di identità dell’Europa, un problema che - come certe bombe ad orologeria - ci ha messo del tempo prima di esplodere, ma poi, quando è esploso, ha fatto un gran botto. Si chiamano, ancora, palesi incapacità di gestire una globalizzazione, che è divenuta sempre più esasperata e selvaggia. Per affrontare questi Gengis Khan non basta rafforzare gli argini con qualche sacchetto di sabbia. Così rischiamo di fare la fine del Polesine, quando il Po straripò a ponte Lagoscuro. Può darsi – ma io mi auguro fortemente il contrario – che il destino di questa generazione sia, in parte, già segnato. Dobbiamo batterci però, con le unghie e con i denti, per evitare che lo stesso destino tocchi alle nuove generazioni. Non possiamo permetterci di consegnare ai giovani, a cominciare da quelli che da qui a qualche anno entreranno nel mondo del lavoro, un paese ancora taroccato e avvolto nelle nebbie dell’incertezza. E smettiamola di dare sempre la colpa solo ai reggiseni, alle t-shirts e alle scarpe "made in China". E’ vero che incombe su di noi anche questo problema e che abbiamo fatto male, anzi malissimo, a prenderlo sotto gamba. I nostri malanni sono però di assai più lunga data, tanto è vero che i loro sintomi erano già ben evidenti quando, nella Cina di Mao, si parlava ancora solo di libretti rossi e della banda dei quattro. E mentre le istituzioni europee vivono la crisi forse più grave degli ultimi venti anni, noi che facciamo? Pensa davvero la nostra politica che, per rimetterci in sesto, basti qualche partito in più o in meno? Non nego che essa debba fare qualcosa di serio per migliorare la funzionalità del proprio impianto. Bisogna fare, però, anche qualcos’altro. Ma questo "altro" non emerge, non si materializza, non trova un’identità. La delusione dei giovani si tocca con mano. E’ una delusione che rischia di produrre metastasi nel tessuto economico e sociale. E noi che facciamo? Vogliamo lasciare loro un grande paese con un piccolo debito pubblico o un grande debito pubblico in un sempre più piccolo paese? Non possiamo sfuggire alle nostre responsabilità. La crisi strutturale del paese sta facendo emergere contraddizioni sempre più profonde. E’ il caso di chiamarle per nome e cognome. Guardiamo, ad esempio, al mondo del lavoro. E’ vero che il tasso di disoccupazione è sceso dal 9,1% del 2001 al 7,9% del primo trimestre 2005 ed è quindi ormai ai minimi storici. Come è vero che questo è un dato in controtendenza rispetto alla media europea che, invece, lo ha visto salire, nello stesso periodo, dall’8,4 all’8,9%. E’ anche vero però che il nostro risultato sconta, in misura significativa, l’effetto della regolarizzazione dei lavoratori immigrati e del sommerso. Un giovane su quattro non riesce, peraltro, a trovare ancora un impiego sul quale fare affidamento per poter programmare il proprio futuro. Di costruirsi una famiglia, per molti giovani, nemmeno a parlarne, perché i soldi bastano appena per le spese accessorie. Il 60% dei giovani trentenni non sposati resta con mamma e papà. Il 35% dei giovani che perde un lavoro, deve aspettare, il più delle volte, almeno un anno per riuscire a trovarne un altro. Il 50% del lavoro femminile resta confinato nella fascia delle mansioni meno retribuite e con minori prospettive di carriera. I ricercatori, appena possono, fuggono all’estero come lepri. Al Sud, ci sono laureati che, per pagarsi l’affitto, sbarcano il lunario con impieghi che, con le loro qualifiche, hanno davvero poco a che fare, mentre il 38% dei giovani che finiscono la scuola non sanno - in molte aree del Mezzogiorno - da quale parte guardare. E sapete qual’è la novità? Se, fino ad ieri, il problema del lavoro riguardava soprattutto il Mezzogiorno, ora anche al Nord, se prendesse piede la crisi del settore manifatturiero, potrebbero aprirsi, su questo versante, pesanti incognite. La crisi che sta, ad esempio, colpendo il modello produttivo del Nord-Est potrebbe, in mancanza di efficaci rimedi, presto esplodere. Tra mondo della scuola e mondo del lavoro, il rapporto resta difficile. La riforma Moratti sta cercando di riannodare i fili di questo rapporto. Solo dopo una sua reale sperimentazione, sapremo se essa potrà essere produttiva di risultati. Il rapporto tra scuola e mondo del lavoro è un’equazione complessa e a più incognite. Dalle università, ad esempio, esce ormai un esercito di laureati in scienze della comunicazione, ma un numero sempre più esiguo di ingegneri. Diventeremo un paese di comunicatori, ma per comunicare che cosa – ha ragione, in questo, Romano Prodi – se, nel frattempo, si abbasserà ancora la soglia della ricerca e della formazione in materie scientifiche e tecnologiche? Già oggi, soltanto il 27% dei nostri laureati consegue il titolo in queste materie, a fronte del 37% della Spagna, del 40% della Francia e del 47% di Finlandia e Svezia. Mancano strutture e sollecitazioni che aiutino i giovani a fare scelte che servano a costruire un paese diverso e migliore. Anche sul versante dell’offerta, del resto, c’è molta incertezza, perché molte imprese non sono più in grado di dire se - e in quale direzione - intendono programmare il loro futuro. Molti giovani salgono in corsa sul primo autobus che passa, sperando che sia quello buono. Spesso, però, ne scendono fortemente delusi. Il che non aiuta certamente la formazione di adeguate specializzazioni. C’è chi sostiene che questo problema è legato al processo di liberalizzazione e di integrazione dei mercati, effetto rebound di quella "cultura della mobilità" che - in paesi come gli Stati Uniti - è diventata da tempo un valore intrinseco delle dinamiche di sviluppo. Non scherziamo, per favore. La mobilità può mettere legittime e virtuose radici dove c’è un sistema già strutturato e che sia capace di offrire - ogni giorno e in ogni direzione - non solo un grande e variegato ventaglio di opportunità, ma anche corsie preferenziali di specializzazione. Noi viviamo ancora in un sistema talmente arretrato, sotto il profilo culturale e della valorizzazione del capitale umano, che i giovani spesso non trovano interlocutori con cui confrontarsi e che li possano adeguatamente motivare. Certo, anche nel nostro mercato del lavoro qualcosa sta cambiando in positivo e sarebbe un errore sottovalutare gli sforzi che sono stati fatti. La riforma Biagi - ad esempio - va sicuramente nella giusta direzione, anche se è probabile che essa avrà bisogno, in corso d’opera, di aggiustamenti e di correttivi. Ma anche i sindacati devono cominciare a riflettere di più, perché un diverso approccio ai problemi del lavoro è ormai ineludibile. Di flessibilità, infatti, il mondo del lavoro ha necessità. Ma affinché questa flessibilità non si trasformi in precarietà – ed anzi possa essere un’occasione per contrastarla – dobbiamo rapidamente portare a compimento e perfezionare quanto il Governo – e gliene va dato atto – ha fatto per riformare scuola e lavoro. Mettendo poi mano ad altre attese riforme: da quella che dovrebbe fare degli ammortizzatori sociali uno strumento efficace per il reinserimento occupazionale, ad una contrattazione che colleghi, in maniera più diretta ed efficace, l’andamento dei salari con quello della produttività. Così come è ormai improcrastinabile il decollo della previdenza integrativa - l’altra faccia della riforma del sistema previdenziale pubblico - fondato sulla centralità del ruolo dei fondi contrattuali e sullo smobilizzo del Tfr. Smobilizzo che deve, però, essere accompagnato da adeguate forme di compensazione degli oneri finanziari per le imprese. Ma torniamo al quadro generale. E’ indubbio che il paese deve fare oggi i conti con una "matrioska" di problemi che, l’uno dentro l’altro, minacciano di togliere al sistema quote crescenti di competitività. E’ come se trasportassimo farina che, in gran parte, si perde per strada. La mancata riforma delle istituzioni è diventata ormai un problema vistoso ed ingombrante. Mi sembra grave che la nostra classe politica non sia riuscita, in diversi lustri, a gettare le basi di una riforma che, pur garantendo, come è ovvio, ogni tipo di controllo democratico, realizzasse un assetto dei pubblici poteri più funzionale alle esigenze di una moderna società. Abbiamo messo insieme una Treccani di tentativi che o sono abortiti o rischiano di abortire. Occorrono istituzioni che sappiano accompagnare i processi di sviluppo. Vogliamo muoverci? Cosa aspettiamo ancora per muoverci? E dentro questa "matrioska", sta anche la arretratezza della pubblica amministrazione, rimasta, in buona parte, improduttiva e appesantita da antiche rendite di posizione, che si sono talora addirittura aggravate. "Riformicchie" ne sono state tentate parecchie, ma ogni volta è come tagliare un pezzetto di coda ad una lucertola. Pochi giorni e la coda è già ricresciuta. Si è rinnovato, quasi a peso d’oro, il contratto degli statali. Per evitare una paralisi del sistema non si poteva forse fare altrimenti. Ma si sta facendo ancora troppo poco sul versante della mobilità, mentre l’ingombro di funzioni e di scrivanie, producendo costi devastanti, continua a sottrarre importanti risorse alla parte più produttiva del paese. Vi pare normale che il costo medio del lavoro per unità produttiva sia, nel settore pubblico, del 63% superiore a quello del privato? Vi pare normale che lo Stato trovi i soldi per pagare gli stipendi, ma poi non trovi quelli necessari per saldare i conti dei propri fornitori, molti dei quali - nel comparto sanitario e dei servizi - devono attendere anche più di un anno per avere quel che a loro è dovuto? E poi i ceppi di un’inconcludente burocrazia. Un imprenditore italiano - che produce macchinari tessili e che ha appena impiantato un’azienda alla periferia di Shanghai - ha raccontato che gli sono bastati quaranta giorni, tutto compreso, per avere i nullaosta necessari per dar corso alla sua attività. Dopo il varo del decreto per la competitività – impegno importante, anche se da solo non risolutivo, che il Governo ha onorato – abbiamo ora, in Italia, molte e nuove norme in materia di semplificazione e accelerazione dei procedimenti amministrativi. Il problema è ora di vedere se e come potranno funzionare. L’interrogativo difatti è: sapranno queste norme determinare una nuova cultura del servizio pubblico e, soprattutto, concorrere a realizzare rapporti più collaborativi tra la pubblica amministrazione, i cittadini e le imprese? Le Camere di Commercio – per la loro natura istituzionale di "cerniera" tra l’iniziativa economica dei privati e il sistema delle regole pubbliche – potranno svolgere, anche in ragione del riconoscimento del loro ruolo nell’ambito del disegno di legge di riforma costituzionale, una funzione essenziale proprio per il perseguimento di questi obiettivi di semplificazione dei procedimenti amministrativi e di collaborazione tra pubblico e privato. La macchina della giustizia continua – per parte sua – ad accumulare ritardi: non bastano otto anni per portare a termine un processo civile e ce ne vogliono almeno cinque – in sede penale – per passare dal primo al secondo grado. Per quanto riguarda la riforma del diritto fallimentare, siamo solo ai principi della delega. Anche qui, si tratta di vedere ora in che modo e con che tempi questi principi troveranno concreta attuazione. Fino a quando i tribunali, per palese mancanza di strutture e di cancellieri, saranno sepolti da montagne di pratiche, servirà a poco modificare ruoli, funzioni e poteri dei magistrati. Due riflessioni sul federalismo. Esso è una suggestiva ed importante riforma, che però si regge ancora su una gamba sola. Le manca l’altra: i settanta miliardi di euro necessari per realizzarla. Per uno Stato - si dirà - che ha sulle spalle un debito di millequattrocentoquaranta miliardi di euro, cosa volete che siano settanta miliardi di euro? Non scherziamo. Settanta miliardi equivalgono a cinque punti di un Pil che, dal 2001 al 2004, è riuscito a crescere solo del 3,7%. Si metta dunque in cantiere un vero schema di federalismo fiscale; si decida, prima di tutto, quale dovrà essere la diversa ripartizione tra Stato, Regioni ed Enti locali delle poche risorse pubbliche di cui il paese dispone, e poi si faccia tutto il resto. Nella situazione attuale, il rischio è che, pressati dall’urgenza di reperire sempre maggiori risorse per finanziare i bilanci di Regioni ed Enti locali, si scateni la bagarre di un "fai da te" tributario, che vada fuori da ogni controllo e sia tutto a carico del mercato. Produca, cioè, una nuova cascata di oneri e di tasse per famiglie e imprese, soprattutto nelle aree territoriali che si trovano oggi, per reddito e produttività, in condizioni più sfavorevoli. Altra riflessione sul federalismo. E’ indispensabile che, nella legge di riforma costituzionale, sia riaffermato il principio che, nelle materie di esclusiva o concorrente competenza regionale, debba essere sempre salvaguardato anche l’interesse nazionale. Insomma, sarebbe bene che le istituzioni decidessero quali sono oggi le vere priorità. Prima l’uovo o la gallina? Prima più massicci investimenti per innovazione e ricerca, per le infrastrutture e per la logistica o altre quinte di costosa burocrazia? Le risposte dovrebbero essere quasi ovvie. Invece si continua a girare in tondo. E’ il momento, direbbe leo Longanesi, di prendere la zappa e di ricominciare a coltivare il campo, prima che arrivi la carestia. Siccome - però - potrebbe sembrare che io stia parlando dei problemi degli altri solo per cercare di nascondere quelli che, invece, il terziario si trova oggi in casa, mi pare opportuno cambiare spartito per affrontare le criticità del nostro sistema dei servizi. A cominciare da quello che viene definito il suo "nanismo". E’ questa innanzitutto una definizione davvero troppo sommaria, perché non tiene conto del sempre più importante ruolo che medie e grandi imprese – nella distribuzione commerciale, nel turismo, nei trasporti – svolgono oggi all’interno dell’area dei servizi. Insomma, nel nostro paese, il terziario non è né un sistema archeologico, né un sistema bloccato. Comunque il Governatore ha ragione nel battere – e lo fa, del resto, da tempo - sull’eccessivo sottodimensionamento di molte delle imprese del terziario. E’ certamente uno dei temi da affrontare e da risolvere per realizzare una modernizzazione del sistema. C’è da dire, però, che se non ci fossero stati questi "sette nani" a produrre, negli ultimi anni, una quota importante di lavoro e di ricchezza - mentre alcune Biancaneve pensavano magari solo ad annaffiare i fiori - il paese starebbe oggi assai peggio di come sta. Basti pensare che le imprese sino a nove addetti producono oggi, nell’intera economia, il 34% del valore aggiunto e il 48% dell’occupazione. E questo tipo di imprese, cioè i cosiddetti nani, producono, nel terziario di mercato, il 46% del valore aggiunto e il 58% dell’occupazione. E’ però vero che molti piccoli e medi imprenditori sono rimasti, per troppo tempo, refrattari al cambiamento. Pur intuendo che qualcosa di importante stava accadendo, hanno spesso preferito, per incapacità o per scarsa attitudine al rischio o per altro, restare fermi in porto. Ma faremmo bene a porci anche un’altra domanda: che cosa hanno fatto, di concreto e di programmato, la politica e i poteri pubblici - dallo Stato alle amministrazioni locali - per far uscire queste imprese in mare aperto, modernizzando le loro strutture? Davvero poco. Troppo poco è stato fatto: - sia per una rapida e più capillare informatizzazione delle reti pubbliche e per il loro dialogo con le reti private; - sia per ridurre i costi dei servizi di base ed accessori, a partire da quello dell’energia; - sia per realizzare processi di innovazione diffusa, rispondenti alle esigenze specifiche del terziario e delle PMI. E troppo poco è stato ancora fatto per assicurare un più razionale e meno costoso sistema dei trasporti, extra ed infra-urbani, di merci e persone. E, infine, per valorizzare, in modo più programmato, tutto l’impianto della nostra offerta turistica. E cosa si è fatto e si sta facendo per le nostre città, cuore pulsante dell’economia e della società ? I processi di ristrutturazione e di riqualificazione di molte delle loro aree rappresentano non solo una necessità inderogabile per cittadini e imprese che vi operano, ma anche una straordinaria occasione di incremento della ricchezza. Ci rendiamo conto di quanta efficienza aggiuntiva si potrebbe realizzare nelle città – veri e propri distretti naturali del terziario e dell’innovazione – riqualificando centri storici e periferie? Si parla da tempo di una legge-obiettivo. E’ il momento di realizzarla, raccordando - intorno ad un progetto condiviso - investimenti pubblici e privati. Anche le imprese di Confimmobiliare - aderenti a Confcommercio - rappresentano una grande risorsa per realizzare questo progetto. E poi, parliamoci chiaro: questo nanismo è figlio anche di una cultura economica che, da ogni lato, è rimasta a formato ridotto. La riprova sta nel fatto che le nostre aziende quotate in Borsa sono un quarto di quelle tedesche, un quinto di quelle francesi, un decimo di quelle giapponesi, un dodicesimo di quelle della Gran Bretagna. E c’è anche il problema del credito. Non nego che, negli ultimi anni, si sia fatto su questo versante qualche passo in avanti. Ma è una fatica di Sisifo - per centinaia di migliaia di piccoli operatori che non sono in grado di offrire solide garanzie - convincere il sistema bancario di quanto potrebbe essere, nel medio periodo, redditizio investire nel settore dei servizi. Il sistema del credito si sta svenando anche per cercare di tenere in piedi il settore manifatturiero. Più che giusto, ma siamo proprio sicuri che lo sviluppo verrà ancora prevalentemente da questa parte? Io qualche dubbio ce l’ho. E credo di non essere il solo. E’ indispensabile, inoltre, che le finalità imposte da Basilea 2, per quanto riguarda le modalità di erogazione del credito, tengano espressamente conto anche delle peculiari esigenze delle PMI. Sarebbe infatti paradossale se, con l’adozione di nuove e più standardizzate metodologie di valutazione del rischio, venisse penalizzato, in termini di quantità finanziate o di costo del credito, proprio l’unico settore di imprese oggi in crescita in questo paese. Nessuno con un po’ di sale in zucca può oggi pensare che sia opportuno o legittimo gettare alle ortiche il patrimonio del nostro settore manifatturiero. Non è questo il punto. Il problema è quello di mettere insieme nuove idee e nuove strategie che, puntando su un suo radicale rinnovamento, possano farlo tornare ad essere competitivo sui mercati. E’ quello che stiamo facendo? Ancora non mi pare. Mi pare che, invece di pensare a costruire diverse e più moderne strutture, ci si stia limitando a rinfrescare, con una mano di vernice, la vecchia facciata. Voglio dire che se, a fine giostra, tutto o quasi tutto dovesse essere come prima, avremmo gettato dalla finestra altro tempo, molti soldi, molte energie ed anche molte speranze. Per tornare ad essere competitivi sui mercati, molti dei nostri prodotti vanno sostanzialmente rimodulati e ripensati, e qualcuno anche dismesso. Lo si sarebbe dovuto fare già da molto tempo, ma, per un complesso di motivi, non è stato fatto. I contributi dello Stato non sono serviti a progettare un nuovo sistema industriale, ma, in gran parte, a garantire solo vecchie rendite di posizione. Vogliamo parlarne o a toccare questo argomento si fa peccato mortale? Sulle sole attività manifatturiere sono stati convogliati dallo Stato, tra il 1990 e il 2003, quarantotto miliardi di euro, cioè quasi 100 mila miliardi delle vecchie lire. Ma nel frattempo - si dirà - cuneo fiscale e costo del lavoro hanno fiaccato ogni iniziativa di rinnovamento, nelle loro come anche nelle nostre imprese. Le imprese tedesche hanno avuto più o meno gli stessi problemi, ma sono riuscite a restare leader in Europa nel settore dell’export. Non ci sarà stato allora - per le imprese italiane - anche qualche difetto di manico? Noi siamo pronti ad assecondare ogni tipo di iniziativa che possa servire a rilanciare nel comparto industriale ricerca e innovazione di impianti e di linee di prodotti. Ma è ora di non giocare più partite truccate. Se ne sono già giocate troppe. Per questo, bene ha fatto il Governo ad affrontare la riforma del sistema degli incentivi alle imprese, senza lasciarsi incantare da tante e troppo interessate lodi della "488". Come ha fatto bene a cominciare ad affrontare il problema della crescita dimensionale delle imprese. Anche l’Unione europea deve fare però la sua parte. Non mi pare che Blair abbia tutti i torti a sottolineare, ad esempio, l’incongruità di un’Unione, che ha destinato addirittura il 40% del suo budget al settore dell’agricoltura, pur rappresentando esso ormai solo il 2% degli occupati nell’eurozona. Tra il 1990 ed il 2003, 36 miliardi e mezzo di euro - cioè il 58,1% del totale delle contribuzioni previste per l’Italia - sono finite nelle tasche della nostra agricoltura. Mi chiedo, però: a fronte di queste erogazioni, quanti fondi sono stati, invece, destinati dall’Unione europea alla ricerca e alla sperimentazione, alla formazione, all’information technology e al potenziamento delle infrastrutture? La cifra è talmente modesta che, nei bilanci dell’Unione, è finita tra le varie. Uno "zero virgola qualcosa". Così non va. Parlando da europei, vorrei dire che questa Europa non ci sta proprio più di misura. Ha prodotto, difatti, molti chilometri di normative, ma poco arrosto. Del resto, per questa come per molte altre ragioni, è la stessa idea di Europa che viene messa in discussione, anzi rischia di essere rivoltata come un calzino. Sarebbe folle pensare oggi di divorziare dall’euro. E dove andremmo? Argomento chiuso, perché ci resterebbero solo il Bosforo e i Dardanelli. Questo non significa, però, non riflettere, di più e meglio di quanto non si sia fatto finora, sulla reale congruità e sulla valenza del grande disegno europeo. Sergio Zavoli, nel commentare i risultati del referendum in Francia e in Olanda, si chiedeva, ad esempio, il motivo per cui la Costituzione degli Stati Uniti si apre con le parole "Noi il popolo …", mentre il progetto di Costituzione europea ha, al riguardo, un incipit assai più sfumato. Credo sia anche questo il motivo per il quale si è decisa, nell’Unione, una opportuna pausa di riflessione. La verità è che, anche per molti italiani, il matrimonio con l’Europa ha avuto lo stesso accidentato percorso di quei matrimoni che, una volta, si usavano fare per corrispondenza. Scambi di foto ritoccate al bello, lettere piene di appassionate promesse, e poi… Non basta discettare ogni giorno sempre e solo sui parametri di Maastricht. Certo, se non ci avessero messo questa robusta catena al piede, chissà dove sarebbe oggi arrivato il nostro debito pubblico. Però quali politiche economiche Bruxelles è riuscita ad attuare, in questi anni, per aiutarci a fronteggiare la crisi esplosa con gli attentati dell’11 settembre? E’ vero che senza lo scudo della moneta europea il vertiginoso aumento del costo del petrolio ci avrebbe mandato al tappeto. E’ anche vero, però, che - al riparo di questo scudo - siamo rimasti in mutande. Le autorità di Bruxelles non possono più limitarsi, ex cathedra, a dare voti sulle pagelle. Per coprire le spese del mantenimento dell’Unione e per far fronte ai suoi programmi, l’Italia - dal ’90 ad oggi - ha sborsato più di 195 miliardi di euro, 380 mila miliardi delle vecchie lire. In cambio, abbiamo avuto fino ad ora più crusca che farina. E non provino a toglierci – questa è purtroppo l’aria che tira – altri otto miliardi di euro di fondi strutturali destinati soprattutto al Mezzogiorno, perché allora sì che potrebbe finire male. E’ importante che, oggi, le componenti della nostra politica facciano ogni sforzo per individuare una piattaforma comune, che consenta il rilancio di un’idea di Europa, che sia anche più rappresentativa dei nostri valori e delle nostre esigenze. I partiti si dividano su altre cose, ma non su questo. Scendo a valle, riprendendo il problema del terziario di mercato. C’è chi guarda a quel che sta producendo l’esercito delle imprese del terziario con sufficienza, quasi con snobistico distacco. Come per dire: non penseremo mica di consegnare le chiavi della nostra economia a questo popolo di nani, di osti e di bottegai, e poi di "supermercatari", trasportatori e immobiliaristi? Chi dice queste cose deve aver fatto però poche letture, se non si è accorto dell’ormai inarrestabile processo di terziarizzazione che, proprio nei paesi più economicamente sviluppati, ha ormai mandato K.O. la vecchia cultura fordista. Siamo seri. Un conto è dire che la terziarizzazione del mercato va accompagnata da un incisivo processo di modernizzazione e di liberalizzazione di molti dei suoi comparti. Un altro è pensare che questo processo si possa realizzare utilizzando soltanto le briciole di quella grande torta di risorse che, fino ad oggi, è stata destinata all’industria e alla spesa corrente dell’amministrazione pubblica. Con un’aggravante. Mentre in Francia, in Germania, in Gran Bretagna ed ora anche in Spagna, i servizi di mercato sono potuti crescere sullo zoccolo duro di imponenti investimenti nelle infrastrutture di base, da noi molto, troppo su questo versante resta ancora da fare. Le cifre del gap infrastrutturale con i paesi che sono nostri diretti concorrenti sono impressionanti: - meno 30% di logistica; - meno 25% di reti di trasporto su gomma e su rotaia; - meno 40% di informatizzazione del sistema; - più 43% di costi accessori per le aziende a causa di tutte queste carenze. Questo gap pesa drammaticamente sull’intero sistema produttivo. Le imprese del terziario hanno, dunque, un doppio handicap: non ricevono aiuti, ma non possono nemmeno contare su valide infrastrutture. Io butto lì una proposta. Perché tutti i settori d’impresa non decidono, per qualche tempo, di rinunciare a qualsiasi forma di contributo statale, pretendendo però che, in cambio, queste risorse vengano destinate subito ad investimenti per infrastrutture? Se questa iniziativa prendesse corpo, essa sarebbe un bel modo per fare davvero "squadra" fra le associazioni imprenditoriali. Senza infrastrutture, avremo presto, infatti, un’industria bonsai, un sistema dei servizi bonsai e – quel che è peggio – anche un turismo bonsai. La "bell’Italia" che tutto il mondo ci invidia rischia di diventare un investimento sempre più marginale per il turismo dei grandi numeri. Senza infrastrutture, si muore, amici. Non nascondiamoci sempre e solo dietro il dito dei veti ambientali e di legislazioni impossibili. Vogliamo parlare dei tempi biblici che occorrono per realizzare una qualsiasi opera pubblica e della spirale dei costi che caratterizza ogni genere di appalti? Vogliamo parlare della TAV - la mitica ferrovia a trasporto veloce – i cui costi sono passati dai 28 mila miliardi di lire, preventivati nel ’93, ai 50 miliardi di euro, cioè 96 mila miliardi di vecchie lire di oggi? E siamo solo a metà dell’opera, perché mancano ancora sia l’asse per il Fréjus che quello per la sponda ligure. Il resto della rete ferroviaria si sta ammodernando, ma ad altissimi costi. Almeno, fossero serviti questi soldi a far funzionare meglio la rete dei collegamenti utilizzata ogni giorno dai pendolari. Proviamo a chiederlo agli interessati. Per il Mezzogiorno, mi limito a ricordare tre inderogabili priorità. La prima è quella di una forte accelerazione degli investimenti nel settore delle infrastrutture. Se questo non avverrà, il Sud rischia di essere tagliato fuori dalle rotte del commercio globale e dallo sviluppo dell’area euromediterranea. Ma si tratta anche di stabilire quale modello di sviluppo si vuole davvero realizzare in questa area. Più industria e come? Più terziario e come? Il problema di fondo resta quello di fare scelte che finalmente valorizzino il grande patrimonio di risorse economiche, culturali ed ambientali di queste regioni. Solo così si potrà rilanciare anche il turismo. Infine, la criminalità. Se, fino a qualche tempo fa, la malavita organizzata era un nemico che insidiava dall’esterno il sistema, ora - a causa della crescente "legalizzazione" di molte delle sue attività - essa sta diventando parte quasi organica del tessuto economico e sociale. Il che vuol dire che – per combattere questa criminalità con efficacia – lo Stato deve utilizzare strategie, strumenti e professionalità assai diversi dal passato. Ecco - si dirà - il solito Billè che continua a menar il can per l’aia senza parlare mai di prezzi e di quel che è successo, in questi anni, nelle tasche degli italiani. Senza ripetere cose già dette e ridette, vorrei fare solo alcune riflessioni. La prima è che la moneta unica, per il modo in cui è stata introdotta, ha prodotto danni a tutto il mercato e non solo ai consumatori. La verità è che, da parte delle autorità europee e italiane, è stato commesso il grave errore di non valutare, con sufficiente attenzione, le conseguenze che l’introduzione della moneta unica avrebbe provocato su un sistema economico dissestato come il nostro. Per questo sarebbe stato anche opportuno mantenere una circolazione in parallelo di euro e lira per un assai più lungo periodo di tempo. E così - dirà qualcuno - vi scaricate di tutte le responsabilità. No. Perché non c’è dubbio che parte della produzione industriale e agricola e della distribuzione ha gestito male questo problema. Ma dovremmo anche valutare, con maggiore attenzione, l’incidenza che – sui costi aziendali e, di conseguenza, sui prezzi – hanno avuto, in questa fase, l’aumento a raffica di tariffe, assicurazioni, banche, energia e affitti. E ora rischiamo di essere da capo a dodici, a causa delle nuove impennate del costo del petrolio. Io penso però che l’indagine che ora intende avviare su questo problema l’Antitrust, potrà - soprattutto se verrà, come sinceramente mi auguro, impostata nel giusto modo e con strumenti adeguati - ristabilire la verità dei fatti. Noi, se ci verrà chiesta - e ci auguriamo che ci venga chiesta - daremo all’Antitrust la massima collaborazione. Perché di concorrenza – e di più concorrenza – di liberalizzazioni – e di più liberalizzazioni – questo paese ha certamente bisogno. Ma, contemporaneamente, occorrono regole e politiche che consentano alle imprese – a tutte le imprese – di crescere e confrontarsi sino in fondo con il mercato a parità di condizioni, quale che sia il settore in cui operano o la loro scala dimensionale. Ho parlato poco di tasse. E l’ho fatto volutamente. Perché la mia impressione è che, ormai, paradossalmente più se ne parla, meno si fa. E quel poco che si fa – soprattutto a ridosso del ciclo elettorale – si rischia di farlo male. Del resto, i criteri per una necessaria riduzione della pressione fiscale, equa e virtuosa, sono a tutti noti: - deve essere coperta da riduzioni della spesa pubblica corrente, perché è improponibile tanto il suo finanziamento in deficit, quanto la sua copertura attraverso spostamenti di quote del prelievo dall’una all’altra tipologia d’imposta; - deve interessare tanto i redditi delle famiglie, quanto il prelievo a carico delle imprese, producendo effetti apprezzabili – si pensi alla vicenda dell’Irap – per tutte le imprese: per quelle esportatrici come per quelle che operano sul mercato interno, per le grandi come per le piccole. Da qui alla prossima legge finanziaria, non c’è molto tempo. Ce ne è però a sufficienza per dare corso, con coerenza, a questi criteri. Ivi compreso quello della lotta al sommerso e all’evasione. La si faccia, finalmente. Cosa aspettiamo ancora? Le prospettive per la nostra economia sono purtroppo quelle che sono. Primo, il Pil – quest’anno – anziché crescere, diminuirà dello 0,2%, rendendo così palpabile lo stato di recessione. Secondo, gli investimenti pubblici e privati – rispetto al 2004 – diminuiranno dell’1,4%, mentre l’export calerà del 2,3%. Si delinea un saldo della bilancia commerciale, che rischia di essere il peggiore dal 1991. Terzo, i consumi delle famiglie aumenteranno solo dello 0,1%, cioè di quasi nulla. E siccome, in queste condizioni, il rapporto deficit/Pil finirà con l’attestarsi sopra la soglia del 4%, si prospettano giorni duri, anzi durissimi per tutti. Ma lasciatemi dire - è questa vuol essere la mia conclusione- che proprio non ci sto a considerare ineluttabili questi eventi. Non siamo ancora morti. Chi lo pensasse prenderebbe un abbaglio. E questo perché abbiamo ancora, come il conte di Montecristo, ancora tutta l’inventiva e le energie necessarie per riuscire ad evadere dalla prigione dei nostri problemi e tornare ad essere "più vivi e più forti che pria". Niente è perduto, se le Istituzioni e i partiti sapranno fare fino in fondo il loro dovere. Niente è perduto, se imprese e sindacati, mettendo da parte egoismi corporativi, scenderanno in campo con più coraggio, con più decisione e con maggiore senso dello Stato. E’ un momento, insomma, nel quale la forza della ragione e l’etica delle responsabilità devono, in tutti, prevalere. Quando, nel 1230 avanti Cristo, la provincia cinese di Lanzhou fu colpita da una terribile carestia, il mandarino chiamò a raccolta i cittadini. La mia ciotola, disse loro, è vuota come la vostra e a nulla ci serve riempirla di piagnistei cullandosi, nel frattempo, nella vana speranza che il riso possa domani cadere dal cielo. Ciascuno di noi si metta, anche a notte alta, a coltivare, invece, con più tenacia il proprio pezzetto di terra che non è stato invaso dalla piena del fiume e quel che ci occorre per sfamarci spunterà sotto i nostri piedi. Appunto. Cominciamo a coltivare e a far meglio fruttare le ricche e in gran parte ancora potenziali risorse di cui l’Italia dispone e la ciotola della nostra economia tornerà a riempirsi di tutto quel che ci serve non solo per sopravvivere oggi ma anche per programmare meglio il nostro futuro.

16.06.05

Potere di Grazia

di Marco Boato*
[da ItaliaOggi del 16/6/2005]

Dopo quasi due anni di tensione istituzionale tra il presidente della Repubblica Ciampi e il ministro della Giustizia Castelli, la questione del potere in materia di grazia arriva al giudizio della Corte costituzionale sotto il profilo di un conflitto di attribuzione tra i poteri dello stato (previsto dall'art. 134 della Costituzione).

E’ stato nel luglio-agosto 2003 che ha cominciato a emergere pubblicamente con sempre maggiore evidenza, da una parte, l'orientamento favorevole che stava maturando da parte del presidente Ciampi e, dall'altra, la posizione rigidamente contraria assunta dal ministro Castelli.

Di fronte al delinearsi, fin da allora, di un conflitto istituzionale difficilmente risolubile, il 30 luglio 2003 era stata presentata (a prima firma dello scrivente) una proposta di legge (Ac 4237) recante "Norme di attuazione dell'art. 87 della Costituzione in materia di concessione della grazia", sottoscritta 'trasversalmente' da una trentina di deputati di quasi tutti i gruppi parlamentari (eccetto la Lega nord).

Non si trattava, dunque, di una modifica costituzionale ma di una proposta di legge ordinaria di attuazione della Costituzione vigente, che prevedeva la conferma del potere presidenziale in materia di grazia e la controfirma del presidente del Consiglio.

Il 30 dicembre 2003, a iter parlamentare già avviato in sede referente presso la commissione Affari costituzionali, si verificavano due fatti di singolare importanza in materia. Quello stesso giorno, con un proprio intervento sul quotidiano del suo partito, la Padania, il ministro Castelli, pur ribadendo la sua contrarietà alla grazia a Sofri, riconosceva che egli stava esercitando un 'potere di interdizione' nei confronti del capo dello stato. Sotto il titolo eloquente "Castelli: grazia, sì alla nuova legge" il ministro aggiungeva testualmente: "Mi pare che la proposta Boato, presentata recentemente alla camera, sia ragionevole e dia una risposta corretta ai problemi suesposti".

Questo intervento spiega perché quel giorno stesso il presidente Ciampi si sia rivolto al presidente della camera Casini per informarsi sull'iter della proposta di legge in materia di grazia, provocando in tal modo l'iniziativa di Casini di convocare sull'argomento una conferenza dei presidenti di gruppo per il 5 gennaio 2004.

Contravvenendo tuttavia a tutti i pronunciamenti in precedenza favorevoli, l'iter della legge si tramutò in un suo progressivo snaturamento, fino alla sua definitiva bocciatura nella seduta del 17 marzo 2004, di cui furono principali protagonisti An e la stessa Lega nord, il partito del ministro che aveva giudicato "ragionevole" la legge.

Sbarrata la via parlamentare, il presidente Ciampi il 30 marzo 2004 riassumeva l'iniziativa, sollecitando il ministro Castelli a presentargli il fascicolo su Ovidio Bompressi (che per due volte aveva fatto domanda di grazia) e a istruire un fascicolo su Adriano Sofri (promuovendo così una procedura di grazia "d'ufficio", prevista esplicitamente dall'art. 681, comma 4, del cpp).

Da questo diniego formale, dunque, considerato come un esplicito impedimento a esercitare il potere presidenziale di grazia previsto dall'art. 87 della Costituzione, nasce la decisione definitiva di Ciampi (già ipotizzata il 7 aprile con le parole "fino al chiarimento definitivo") di mettere allo studio la procedura finalizzata a sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dello stato, formalizzata con l'iniziativa resa pubblica lunedì 13 giugno 2005, dopo la definitiva conclusione della vicenda referendaria.

Il ricorso del presidente della Repubblica chiede di annullare la lettera di diniego del ministro Castelli del 24 novembre 2004 e specifica che, in caso di atti "formalmente e sostanzialmente presidenziali" quali la grazia, "la controfirma ministeriale si presenta come un atto dovuto, in quanto ha una funzione, per così dire, notarile, di mera attestazione di provenienza dell'atto da parte del capo dello stato, oltre che di controllo della sua regolarità formale".

Questo tipo di conflitto istituzionale di fronte alla Corte costituzionale è una novità assoluta, priva di precedenti in tutta la storia repubblicana. Sull'argomento, nei decenni passati, la dottrina si era variamente pronunciata. Il già "costituente" Costantino Mortati si era pronunciato a favore del potere "formalmente e sostanzialmente presidenziale" in materia di grazia, mentre successivamente era prevalsa in parte una dottrina a favore del "potere duale", confortata da una prassi tralatizia con rare eccezioni.

Negli ultimi anni, tuttavia, si sono moltiplicati invece i pronunciamenti favorevoli (come il Mortati fin dall'inizio) a riaffermare, nel nuovo quadro costituzionale repubblicano, il potere presidenziale sulla grazia, conformemente al dettato dell'art. 87 della Costituzione, riconoscendo nella controfirma ministeriale un mero "atto dovuto".

Ora la parola definitiva spetta alla Corte costituzionale. L'occasione è il "caso Bompressi" (e, conseguentemente, il "caso Sofri"). Ma la vera posta in gioco, in linea generale, è la questione della natura del potere presidenziale in materia di grazia e la riaffermazione, conseguente, del principio di leale collaborazione tra i poteri dello stato.

Il ministro Castelli ha riconosciuto di suo pugno che sta esercitando un "potere di interdizione" nei confronti del presidente della Repubblica. Ma è proprio questo "potere di interdizione" che, salvo clamorose smentite, non è previsto in alcun modo dalla Costituzione repubblicana.

*Deputato dei Verdi e presidente del Gruppo Misto alla Camera

(L'intervento del presidente Boato è stato pubblicato sul quotidiano Italia Oggi, in edicola oggi.)

04.06.05

I PROBLEMI DEL LAVORO

di ENRICO BELLAVIA
[da la Repubblica di Sabato 4 giugno 2005]

Inchiesta sul sommerso nel mondo delle imprese a caccia di evasori fiscali
Controlli dal bar in viale Strasburgo alla jeanseria vicino al Palazzo di giustizia.

C´era la quindicenne di Partinico che aveva mollato gli studi per un salario da fame. Le davano 250 euro al mese per stare 8 ore in piedi, tirando fuori magliette dagli scaffali, ripiegarle e ricominciare daccapo al cliente successivo.

C´era l´egiziano maturo senza permesso di soggiorno che per meno di 500 euro al mese, di ore in piedi, al bancone di un bar di viale Strasburgo, ne trascorreva 9. C´erano le 12 ragazze di un´affollata jeanseria a due passi dal palazzo di Giustizia che per lo stesso ingaggio dell´extracomunitario volavano da uno stand all´altro, da un camerino all´altro, e quando era necessario si presentavano al lavoro anche alla domenica.


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Storie di lavoro nero, nella galassia del sommerso. Storie venute fuori da una indagine a campione della Guardia di finanza. È stato sufficiente un raid mirato, 130 controlli in altrettanti negozi e locali pubblici e in una fabbrica, per far venire fuori 70 irregolarità. In cima alla lista commessi e banconisti sconosciuti alla previdenza, inesistenti per le assicurazioni, sottopagati e sfruttati.

In qualche caso costretti a firmare buste paga fasulle. Con compensi di gran lunga inferiori al reale. O con stipendi pagati per metà con la copertura contributiva e per l´altra metà rigorosamente in contanti e sottobanco.
Prendere o lasciare. Per un lavoratore che si ribella, dieci tacciono e soggiacciono. Alla fine del primo giro delle Fiamme gialle i conti sono da brivido. Su 300 lavoratori controllati, 220 erano in nero: il 73 per cento. Più del doppio della stima prudente degli enti di ricerca che piazzano di poco sotto al 30 per cento la quota di lavoro nero in Sicilia e a Palermo. Ben oltre anche le pessimistiche previsioni del sindacato attestato, sulla scorta dei dati di esperienza, mai al di sotto del 40 per cento.

In via Alcide de Gasperi in nero erano tutti e 7 i banconisti di un bar e il pasticciere. Nel negozio di scarpe in viale Strasburgo in regola erano solo 2 delle 8 commesse. Nel grande magazzino di viale Regione sei impiegati, nessuno in regola. Lo stesso in un centro estetica di via Sciuti, o in un pub di via Spedalieri dove si alternavano tra i tavoli in 9. In via Bonanno, locale alla moda, gli aperitivi li servivano in 6, ma solo uno prendeva uno stipendio degno di quel nome. In un solo caso l´attenzione della Guardia di finanza si è spostata su un deposito. Era un magazzino di confezioni destinate ai mercatini rionali. Anche qui lavoratori in nero e verbali a raffica.

Quel che viene fuori dall´indagine è infatti il far west del commercio. Il regno dell´illegalità diffusa. Dove le commesse, la stragrande maggioranza dei 220 lavoratori fantasma conoscono il turn over dei ribelli e gli alterni capricci del padrone. Giovani, giovanissime, anche minorenni, alla prima o alla seconda esperienza, con alle spalle anche due o tre anni di lavoro.

Tremavano come foglie alla vista della Finanza. Provavano a fuggire. Tre le hanno scoperte in bagno. Dove le aveva mandate con tono imperioso il proprietario di un negozio di calzature. «Siamo qui, in prova, da qualche giorno», hanno recitato in coro. La messinscena è durata poco. I loro nomi con tanto di stipendi: 750 euro al mese, la veterana del gruppetto, 500 le altre, erano incolonnati su un registro anonimo con la contabilità reale dell´azienda. Quattro luci, elegante, clientela facoltosa e fatturati sostenuti.

Non si sono mossi alla cieca i finanzieri. Una mappa dell´esistente, un campione significativo, alcune informazioni incrociate e una messe di notizie arrivate al 117. Segnalazioni precise, ma anche sfoghi di commesse decise a vuotare il sacco e liberarsi di soprusi e angherie. Per sette giorni, gli uomini del comando provinciale di Palermo sono piombati a sorpresa negli esercizi della città e dei maggiori centri della provincia: Bagheria, Carini, Termini Imerese, Partinico. A ogni controllo un sospetto. Per ogni dubbio un verbale.

L´obiettivo era controllare la condizione dei lavoratori. Ma il «nero» si porta appresso una gran quantità di altro. A cominciare dagli acquisti non fatturati e dalle vendite non annotate. Soldi che creano provviste, soldi che non figurano. Rischiano una quantità imprevedibile di guai anche per questo i commercianti finiti nella rete dei controlli. C´è l´evasione contributiva, ci sono le multe e ci sono le verifiche fiscali. Quelle procedono, con i libri di cassa passati adesso ai raggi x.

Calabria: "Lo Stato non ha più il controllo"

di ATTILIO BOLZONI
[da la Repubblica di SABATO, 04 GIUGNO 2005]


Il presidente regionale di Confindustria Callippo scrive a Ciampi e chiede l´intervento dell´esercito. Calabria, allarme ‘ndrangheta "Lo Stato non ha più il controllo". Callipo: "Persino l´Antonveneta chiude a Gioia Tauro"

«Un sindaco di un piccolo paese delle Serre mi ha appena ricordato che è semplicemente una regione militarizzata».

Militarizzata?

«Sì, dai boss della `ndrangheta. Sono loro i padroni del territorio».

Cosa pensa di fare adesso, dopo l´appello al Presidente Ciampi?

«Se non accadrà nulla, allora mi rivolgerò alle Nazioni Unite e poi anche al Padreterno».

Avete proprio tanta paura voi imprenditori?

«Abbiamo paura. E c´è tanta sfiducia, c´è la consapevolezza di essere stati quasi abbandonati. E, forse, in molti si sentono più sicuri quando sono protetti dalla `ndrangheta invece che dallo Stato».

E´ vero che la sua Calabria oggi è un inferno in terra?

Cosa sta facendo lo Stato per fronteggiare la `ndrangheta?

«Le istituzioni non hanno una reale cognizione del problema criminale, fenomeno che è stato sottovalutato per troppo tempo. E adesso, a Roma, in tanti non si rendono conto di cosa sta veramente succedendo in Calabria».

E´ solo Filippo Callipo, imprenditore del tonno e presidente della Confindustria Calabria che ha scritto a Ciampi per denunciare lo strapotere dei clan. E´ solo lui e sono soli tutti quegli altri costruttori e commercianti e industriali che ogni giorno versano il «pizzo» o vedono saltare in aria le loro ruspe o i loro stabilimenti, soffocati dal racket, non adeguatamente difesi dalle forze dell´ordine, prigionieri di un «sistema» che li strangola.

E´ vero che molti imprenditori se ne sono andati, che hanno lasciato per sempre la Calabria per quella «tassa» imposta dal crimine?

«Chi può, investe altrove. Ma così si uccide il futuro di tutti noi e dei nostri figli. Proprio oggi ho ricevuto una comunicazione nella mia veste di presidente regionale della Confindustria, una lettera che era un annuncio: l´Antonveneta chiuderà dal primo luglio la sua agenzia di Gioia Tauro».

E perché?

«Mi hanno detto che lì hanno ricevuto certe pressioni.. ».

Che tipo di pressioni? Un´estorsione, la richiesta di favorire forse operazioni sporche?

«Non lo so... e poi bisognerebbe chiederlo a loro. Io posso dire soltanto che gli impiegati ogni mattina non vogliono più andare a lavorare in quel posto. E l´agenzia tra meno di un mese chiude per sempre».

Presidente, ci racconti come si è deciso a scrivere a Ciampi.

«Ho bussato a tutte le porte e tutti mi hanno allargato le braccia. Ho incontrato anche il capo della polizia Gianni De Gennaro, in Confindustria a Roma. Ero con altri due imprenditori. Gli ho spiegato la tragedia della Calabria, gli ho detto: `Eccellenza, la situazione è gravissima´. Lui mi ha risposto... ricordo le sue testuali parole... che aveva `un altro spaccato´ della realtà calabrese. Insomma dalle relazioni di polizia risulta che la Calabria sia un´altra cosa rispetto quella che viviamo drammaticamente noi imprenditori».

Quale opinione si è fatto di tutto ciò?

«Credo che in quelle relazioni ci si preoccupi più che altro di ordine pubblico, di agitazioni, di scioperi, del clamore di certi crimini. E credo pure che il fenomeno mafioso negli ultimi anni sia stato trascurato, tanto trascurato che ora non sanno più cosa è realmente diventata la Calabria».

E dopo quell´incontro con il capo della polizia, che altro è successo ancora?, a chi si è rivolto per avere un po´ di attenzione?

«Con De Gennaro siamo rimasti che ci saremmo rivisti un mese e mezzo dopo. Ma proprio un mese e mezzo dopo nelle 5 prefetture calabresi alcuni funzionari del Ministero degli Interni hanno portato una scheda da consegnare ai rappresentanti di Confindustria, di Confagricoltura e di Confcommercio. Un questionario banale e anche offensivo. Ho paura che siamo proprio all´anno zero in materia di lotta al crimine in Calabria».

Ci parli del questionario...

«Innanzitutto devo precisare che Sua Eccellenza De Gennaro con questa vicenda non c´entra nulla, il questionario è arrivato in Calabria autonomamente attraverso il Dipartimento anti racket del ministero dell´Interno. E´ una scheda con una sfilza di domande puerili. Tipo: "a tuo parere, quali sono i motivi che possono indurre a violare le leggi? Oppure: "quali sono i reati che, secondo te, sono più frequenti nella tua città?" E ancora: "a tuo parere, la criminalità condiziona la tua vita?" Ma stiamo scherzando? Qui viviamo in una trincea infuocata e loro distribuiscono quelle schede con quelle domande?».

Presidente Callipo, quando ha subito l´ultimo attentato?

«L´anno scorso a giugno. Hanno fatto fuoco sugli uffici del mio stabilimento a Maierato. Ma c´è chi sta peggio, molto peggio di me. Ad esempio l´imprenditore Vincenzo Restuccia di Vibo Valentia, ne ha avuti più di quindici di attentati. E sei solo nell´ultimo mese. Gli hanno fatto saltare in aria una betoniera. E poi l´incendio. E poi ancora, alle due del pomeriggio, i colpi di pistola contro l´azienda. Alle due del pomeriggio e non alle due di notte, in pieno giorno».

E´ forse per questo che invocato l´invio dell´esercito in Calabria? Vuole davvero un´operazione Vespri come fu in Sicilia all´indomani delle stragi del 1992?

«La mia è stata solo una provocazione. Se fanno gli attentati anche di giorno, è evidente che il territorio in Calabria non è sufficientemente controllato dalle forze dell´ordine. E allora mandino tremila poliziotti in più. E allora mandino duemila carabinieri in più. Ma se non ce la fanno a far arrivare più poliziotti e più carabinieri, mandino anche i soldati a presidiare certi obiettivi. Io sono stato a Palermo in quell´estate di 13 anni fa. E un giorno mi hanno fermato lungo una strada proprio due soldati. In quel momento due poliziotti o due carabinieri stavano svolgendo le loro indagini. Capisco che può sembrare eccessivo, ma il territorio non può stare nelle mani della `ndrangheta».

Chi è il sindaco che le ha ricordato la storia della Calabria già militarizzata?

«E´ Demasi, il sindaco di Nardodipace, il comune che gli istituti di statistica indicano come il più povero d´Italia. Mi ha telefono proprio qualche ora fa e mi ha detto: "Ma perché vuoi i militari, i militari in Calabria ci sono già, sono quelli cattivi ma ci sono. Più militarizzati di così..."».

Presidente, crede che dopo quest´altro grido d´allarme rivolto al Capo dello Stato qualcuno finalmente la ascolterà?

«Io spero sempre. E poi devo una risposta a mio figlio che mi ha chiesto: papà, dopo l´Università a Milano devo tornare a Vibo Valentia o non tornare più? Quella risposta a mio figlio prima o poi dovrò dargliela. Speriamo che anche a Roma capiscano quanto è grave il caso Calabria. Prima che sia troppo tardi».

03.06.05

Quando lo sberleffo diventa arte

di GINO CASTALDO
[da la Repubblica di Domenica 29 Maggio 2005]

L´ironia e il sarcasmo esprimono al meglio la creatività degli autori. E poi i tempi della comicità e della musica sono gli stessi
Arbore fa il pieno di ascolti del sabato sera. E l´esordiente Simone Cristicchi stupisce con "Vorrei cantare come Biagio". Torna così alla ribalta un genere antico che da Petrolini a Elio e le Storie Tese, dalle "macchiette" al rock demenziale, passando per Jannacci, Fo e Gaber, ha raccontato il Paese meglio di tanti saggi. Segnando spesso i salti evolutivi della nostra tradizione canora

La sapete l´ultima? La canzone fa ridere, anzi ha sempre fatto ridere. È un intreccio malizioso, un debordante calembour, un´aggressione destabilizzante che non ha risparmiato re e principi, santi ed eroi, vizi e manie del nostro vissuto. Renzo Arbore ne ha appena offerto una rigogliosa antologia televisiva nella notte del sabato. Ma è solo il testimone più recente. Anche i giovani non perdono occasione. È di questi giorni il successo montante di un esordiente di nome Simone Cristicchi che sta inflazionando le radio con un titolo che non lascia dubbi: Vorrei cantare come Biagio, e si tratta ovviamente di Biagio Antonacci. Dice il cantautore: «Fin da piccolo il mio mito era Jim Morrison, con Rambo e Rocky» ma poi capitola: «Adesso è solo Biagio Antonacci». Provate ad ascoltarla. Non si può fare a meno di ridere.

Valanghe di comici incidono dischi, non perdono occasione per lanciare sberleffi e graffi satirici attraverso la canzone. È un amore antico, mai decaduto. Dallo sfrontato viveur Gastone di Petrolini alla Terra de cachi di Elio e le Storie Tese è tutta una risata, di quelle capaci di seppellire monumenti, ipocrisie e certezze acquisite. Si ride per buonumore, per liberarsi, si ride perché, come dice Daniele Luttazzi, i tempi (intesi come ritmi) della comicità assomigliano molto a quelli della musica, si ride infine perché anche cantando non si può non ridere. Ridendo ridendo c´è di mezzo l´intera storia del costume del nostro paese: le boutade antidepressive di Carosone e Buscaglione nel conformismo anni Cinquanta, le acide e corrosive sparate del rock demenziale nel ´77 bolognese, l´iconoclasta cabaret milanese del boom economico. Forse, come vedremo, c´è anche qualcosa in più.

C´è anche chi ha riso tanto per ridere. Un secolo fa un signore di nome Gerardo Cantalamessa, contrastando il suo impegnativo cognome, inventò una canzone che si chiamava semplicemente: ´A risata. Il contenuto? Null´altro che una risata, contagiosa, irrefrenabile, che nel giro di due minuti travolgeva la platea in una liberatoria convulsione collettiva. Erano i tempi delle "macchiette" quando Maldacea e Gill, tra gli altri, ai margini della nobilissima canzone napoletana, inventavano esilaranti caricature, parodie sociali che anche ascoltate oggi farebbero la loro dignitosissima figura.

Era un trucco vecchissimo. I cantastorie di ogni latitudine l´hanno utilizzato per millenni, ma quei geniali caricaturisti napoletani stavano costruendo quella che allora, pur essendo in dialetto, era l´unica canzone "nazionale" che fossimo in grado di vantare. Gli stessi autori classici, non disdegnavano di tanto in tanto la canzone comica. Cioffi sapeva alternare ´Na sera e maggio a Ciccio formaggio e Dove sta Zazà, senza alcun sobbalzo.

La canzone comica è spesso il risvolto di quella "seria". L´alternanza è tipica, talvolta nel mondo di uno stesso autore. Pensiamo a Jannacci che ha scritto anche canzoni di intensa drammaticità, una per tutte Vincenzina e la fabbrica, a Modugno, a Giorgio Gaber che sapeva far ridere e piangere con la stessa efficacia. Perfino Guccini, almeno una volta, non ha resistito alla tentazione incidendo la sua Opera buffa.

Queste ricorrenze inducono a riflessioni insolite. E se la canzone comica fosse qualcosa di più di un semplice divertissement?
Se ci disponiamo a notare le coincidenze significative, ci accorgiamo che ogni volta che la canzone italiana ha compiuto un balzo evolutivo c´è di mezzo una risata. Delle "macchiette" abbiamo già detto, ma continuando la traccia dell´epoca, mentre il ventennio fascista congelava le melodie in inni di propaganda, in "faccette nere" e sproloqui retorici sulla "giovinezza", a tenere alto il tasso creativo ci pensavano i debosciati artisti del cafè chantant, i libertini e maliziosi cantori dei doppisensi. In quell´epoca, per ovvi motivi, il doppiosenso divenne un´arte a sé stante.

Sesso e politica, tabù dell´epoca, circolavano liberamente nei teatri, mascherati con metafore ardite, e spesso di irresistibile comicità. Il fascismo da par suo produceva comicità involontaria costringendo i cantanti affascinati dallo swing americano a ribattezzare pezzi come St. Louis blues in Le malinconie di San Luigi, ma lo swing, pur mascherato, e chiamato italicamente "ritmo moderno" fu un seme potente, un ciclone sprovincializzante, un antidoto allo "strapaese" melodico, da noi coniugato quasi immancabilmente in chiave ironica. Natalino Otto, Ernesto Bonino, Alberto Rabagliati, hanno cantato alcune tra le canzoni più divertenti e surreali della nostra storia.

Ma soprattutto portarono fuori dalla palude retorica la nostra obsoleta cultura musicale. Non a caso di recente gli Articolo 31, in vena di scherzi, hanno ripreso con gaudio Mamma voglio anch´io la fidanzata, e prima ancora Freakantoni, con lo pseudonimo di Peppe Starnazza aveva rivisto quell´epopea in chiave rock´n´roll.

In Italia le canzoni hanno sempre riso. Mentre trionfavano soporifere "edere" e altri fiori profumati, Renato Carosone scovò un batterista di nome Gegè di Giacomo, da poco scomparso, che era un comico naturale. Era lui che intonava «canta Napoli...» all´inizio delle canzoni, ogni volta declinando a tema: Napoli petrolifera, Napoli farmaceutica, e via dicendo. Buscaglione aveva inventato un mondo fantastico di duri di cartapesta. Van Wood si giocava i numeri al lotto, e l´Italia rideva, grata. Così com´era grata alla magnifica bonomia del Quartetto Cetra.

E rideva anche quando la canzone moderna fece il suo apparire al nord d´Italia. Tra i grandi innovatori, i genovesi erano per la verità poco inclini allo scherzo. Tenco, Paoli, Bindi, erano schivi e tormentati, ma a scuotere il mondo della musica con l´arte, quantomai arguta e spesso politicizzata, della risata ci pensarono i milanesi, forti di un legame di ferro col cabaret. I Gufi scelsero tute nere e argomenti macabri, sfidando il più resistente dei tabù italiani: la superstizione.

Io vado in banca, stipendio fisso, cantavano per deridere la piccola borghesia, ma questo era niente al confronto delle storie di becchini e sesso al cimitero che suonavano a ritmo dixieland. Jannacci e Fo giganteggiavano cantando un´Italia di derelitti, comici sì ma allo stesso tempo inguaribilmente teneri, talvolta goffi, perfino tragici, che facessero il palo per una banda di sfigati criminali o il sesso in piedi per poche lire. Era un´Italia che allora nessun altro aveva il coraggio di cantare.

Ci pensò la canzone comica. Che una volta, sempre grazie a Jannacci, ebbe anche la fortuna di arrivare prima in classifica. Correva un anno fatidico, il 1968, e l´Italia si ritrovò a cantare unanime Vengo anch´io. No tu no (scritta con Dario Fo e Fiorenzo Fiorentini). Significava molto. Tutti la fischiettavano, tutti rispondevano a tormentone «no tu no» a qualsiasi domanda, ma dietro c´era molto di più, il protagonista era un tipico figlio della vena di Jannacci, un paria, uno dei tanti abbonati all´emarginazione.

Quando c´è di mezzo il ridere la fantasia non manca. Se altrove imperano i cliché delle rime sempiterne, il tono comico ha giustificato un costante fuoco d´artificio di invenzioni. Roberto Benigni ha scritto L´inno del corpo sciolto celebrando le mille varianti della defecazione, Alberto Sordi ha osato fare dell´ironia su una candida Nonnetta, Renzo Arbore ha cantato allegramente e maliziosamente di clarinetti e materassi, gli Skiantos hanno inventato un blues sui carabinieri, Elio e le Storie Tese hanno scritto una intera saga di canti bulgari, eroi della pornografia, icone religiose, extracomunitari, servi della gleba, cani e padroni di cani. Sembra quasi che quando le cose ristagnano, quando il linguaggio si fa trito e prevedibile, debba essere una risata a muovere le acque.

Da anni del resto, da Bisio a Davide Riondino, da Fabio De Luigi a Paola Cortellesi, i comici usano abitualmente la musica, ci giocano, ne fanno una parte considerevole del loro lavoro. Sarà perché i tempi comici e i tempi della canzone si assomigliano, sarà perché un bravo comico deve avere una sua naturale musicalità, ma la risata è sempre dietro l´angolo. Forse nessun paese al mondo ha prodotto e produce tanta canzone comica, e almeno in questo gli italiani sono davvero originali.