25.04.05

Giorni d'Aprile 1945

di Giorgio Boratto
[da BoBoGi Blog]

Giorni d’aprile del 1945: giorni di liberazione e di vita, giorni di commozione infinita…non ci sarà giorno in quel mese, dell’anno 1945, in cui una notizia brutta non sia affiancata da una bella.

Alcune date importanti:
23 aprile liberazione del campo di Flossembürg; evacuato il 20 aprile, coloro che non erano stati incolonnati nelle lunghe marce della morte verso altri Lager furono liberati dall'esercito americano.

Il complesso industriale triestino dell'ex pilatura del riso trasformato in lager, detto anche Riseria di San Sabba, fu liberato il 30 aprile del 1945, dopo che i nazisti abbatterono con cariche di dinamite l'edificio del forno crematorio e la ciminiera. Molti deportati vennero uccisi in Risiera: i loro corpi venivano bruciati nell'essiccatoio del riso, trasformato nel marzo del 1944 in forno crematorio.

Le ceneri e le ossa combuste venivano scaricate in mare dentro sacchi di tela.
Dachau è una cittadina bavarese sita pochi chilometri a nord-ovest di Monaco; in quel campo furono rinchiusi gli oppositori tedeschi del nazismo: comunisti, socialdemocratici, sindacalisti, Testimoni di Geova, giornalisti e religiosi non in linea con le idee naziste.

Con l'avanzata degli eserciti alleati, nei primi mesi del 1945 confluirono a Dachau migliaia di deportati provenienti da altri Lager. Il Lager di Dachau fu liberato dall'esercito americano il 29 aprile del 1945.

Il comitato di resistenza che operava clandestinamente nel Lager di Buchenwald rese possibile l'ingresso nel Lager ad alcune unità della terza armata americana, dopo che le SS erano fuggite: era l'11 aprile del 1945. Nel Lager ebbero luogo uccisioni in massa di molti prigionieri di guerra; molti deportati morirono per la fame e per le malattie, per le terribili condizioni di lavoro, per le torture e le violenze ed anche in conseguenza di esperimenti medici.

Il giorno 30 aprile del 1945 l'Armata Rossa liberò il Lager femminile di Ravensbrück rendendo la libertà a quelle circa 3.500 donne che, non essendo in grado di muoversi, non erano state fatte marciare.

Questo era un elenco di ‘liberazioni’ estreme; liberazioni di campi di sterminio, dopo quella di Auschwitz avvenuta il 27 gennaio dall’Armata Rossa, che influenzò in modo determinante la coscienza del mondo da fare dire: mai più.
Ma poi per l’Italia dopo il 9 aprile, quando partono le operazioni di attacco alla valle del Po, superato il Senio, gli alleati giungono a Imola il 14 aprile, mentre in città i partigiani hanno già scatenato l’insurrezione.

Sul fronte tirrenico, Carrara insorge il giorno 10 aprile, e due giorni dopo vi giungono gli anglo-americani. Alla metà del mese molte zone dell’Italia settentrionale vivono già in una situazione pre-insurrezionale (sciopero generale di Torino, 18 aprile), mentre Mussolini abbandona la residenza di Gargnano per trasferirsi, assieme al governo della Rsi, a Milano.

Il 21 aprile viene liberata Bologna; il giorno 25 aprile il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia ordina l’insurrezione generale; a Milano inizia lo sciopero generale, mentre Mussolini fugge dal capoluogo lombardo in direzione di Como.

Tra il 25 e il 29 aprile le principali città dell’Italia settentrionale vengono liberate, con il concorso decisivo delle formazioni partigiane: Genova, Milano, Torino, Parma, Brescia…il 28 aprile vengono fucilati Benito Mussolini a Giulino di Mezzegra e numerosi altri gerarchi a Dongo, l’uno e gli altri catturati sulla via della fuga in direzione del confine svizzero. Gli ultimi, importanti combattimenti si svolgono tra la fine di aprile e l’inizio di maggio nell’area veneto-friulana, in alcuni casi anche dopo la resa definitiva delle truppe tedesche in Italia, annunciata ufficialmente il 2 maggio 1945.

L’Italia libera ricorda in questo mese i suoi 60 anni.

23.04.05

La liturgia non è uno show

da saltino.iobloggo.com

«la liturgia non è uno show, uno spettacolo che abbisogni di registi geniali e di attori di talento. La liturgia non vive di sorprese simpatiche, di trovate accattivanti, ma di ripetizioni solenni»

Benedetto XVI (già la scelta del nome: segno di discontinuità con il pontificato di Giovanni Paolo II)

L'affermazione recentissima sulla liturgia non fa una piega se viene osservata nell'ambito dottrinale ortodosso dell'enunciato stesso, segna però una svolta al senso di "Pontificato" veramente di livello epocale.

Rammento a me stesso ed a tutti voi che pontificato significa, per l'appunto, "ponte",
intento questo difficilmente riconducibile alla Chiesa di Ratzinger che non si pone in una posizione dialogica, bensì si ritira dall'altra parte del fiume, presentandosi solo come alternativa ai modelli culturali ed etici dominanti.

Tra le due dimensioni si crea dunque un fossato (altro che pontefice), senza che ci sia la volontà di costruire un ponte per attraversarlo. In questo Ratzinger ribadisco sarà ben poco «pontefice». Questo strappo rappresenta fra le altre cose un'impostazione molto lontana dalla visione di Chiesa così come «sale, luce e lievito» del mondo, auspicata nella Gaudium et spes, una delle costituzioni fondamentali del Concilio Vaticano II.

La Chiesa conciliare voleva essere pienamente immersa nella società, in uno scambio continuo di arricchimento reciproco, necessario per una crescita e un cammino comuni, che hanno come fine supremo il bene dell'umanità.

Mi spaventa, ed anche parecchio, un "pontefice" che si rifà alla concezione benedettina dell'ora et labora, volto al modello di una chiesa del monachesimo, chiusa fra le mura di un monastero piuttosto che aperta al confronto con la modernità.

Un ultimo appello ai tanti "piccoli vaticanisti" improvvisati come me... se continuate a cianciare di donne, sesso e rock and roll sperando di adattare modelli bukowskiani al senso critico comune, vi rendete "meramente" ridicoli, la dottrina, la fede, la teologia adottano un linguaggio che bisogna sposare per poter controbattere e dialogare con la chiesa, documentarsi non è difficile, basta cercare e leggere, le rivoluzioni sono sempre partite dal basso e dall'interno, la storia dovrebbe
insegnarCi qualcosa, difatti anche il solo termine "rivoluzione" è quanto mai inappropriato trattando argomenti come questi, va da se
che "pontefici" lo possiamo essere tutti, ponendoci come tramite fra
mondi e realtà diverse.

Come recita lo stesso proemio della Gaudium e spes "la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia". Su al lavoro diamoci tutti da fare, le vigne le lasciamo saccheggiare agli ebbri ortodossi dell'inquisizione, forza avanti gente, cum grano salis!!

21.04.05

Così diventò integralista

di ELFI REITER
[da il Manifesto del 20 Aprile 2005]

La carriera del cardinale Joseph Ratzinger è cominciata con una esperienza shock nei lontani anni sessanta, quando all'università di Tubinga era arrivato Ernst Bloch a insegnare filosofia. Bloch veniva dall'università di Lipsia nella ex Germania orientale comunista, ed era già malvisto dai fedeli del Sed, il partito socialista di Ulbricht, e definito controrivoluzionario perché si ribellava apertamente ai loro dogmi partitici.

Quell'estate del '61, Bloch era in visita al festival wagneriano a Bayreuth e, colto di sorpresa dalla costruzione del muro di Berlino, era stato «esiliato» a forza nella Germania occidentale e chiamato quindi a Tubinga.

Il più giovane Ratzinger, classe 1927, che all'epoca insegnava Dogmatica e Principi fondamentali della teologia a Monaco e alla stessa università di Tubinga, vide nelle lezioni del filosofo laico ebreo una «tentazione marxista» delle «facoltà teologiche», e un buon motivo per indire una battaglia a favore del cristianesimo minacciato fortemente, secondo lui, da questo «riduzionismo esistenzialista».

Il biografo americano del nuovo papa, John L. Allen, riferisce nel suo libro Cardinal Ratzinger quella esperienza a Tubinga e la definisce come «iniziatica», punto di partenza per la marcia su Roma del «defensor fidei» nella veste di difensore della morale cattolica. L'apostolo traumatizzato Ratzinger temeva per il futuro della chiesa romana, il Vaticano, che diventa allora il suo principale obiettivo e dove approda dopo diverse tappe intermedie, «per lottare contro tutte le minacce al dogma: donne, teologi liberali, comunisti, Hans Küng, dubbiosi sul potere assoluto del papa, consultori, richieste dei laici, liberalizzazione della morale sessuale, ecc.».

Ratzinger era stato così impressionato dal pericolo nascente per una fede «pura», rappresentato da filososo attaccato dai comunisti ortodossi da un lato e dai cristiano-cattolici dall'altro, che deciderà di cominciare da lì la sua crociata, da Ernst Bloch, che nelle sue lezioni aveva «dissacrato il dogma». Ma qual era questa pericolosa dissacrazione? E perché il «filosofo di stato» della ex Ddr era stato cacciato violentemente dall'università di Lipsia, dove era tornato nel 1949 dall'esilio negli Stati Uniti?

Bloch, figlio di ebrei, che all'età di 64 anni aveva partecipato con grande speranza alla costruzione di un nuovo stato socialista sfidando le malinterpretazioni totalitarie staliniste, aveva pesantemente attaccato «i maestri sapientoni rossi» con le loro «lezioni degne di una setta e del catechismo antelitteram».

Il filosofo predicava anche contro il capitalismo portatore di «alienazione del sé» , «disumanizzazione» e «mercificazione di ogni essere umano e cosa», ed era anche poco gradito dagli ambienti della destra perché predicava un «cristianesimo materialista», ed era molto ascoltato dagli studenti del `68 per la sua «filosofia della speranza». Fu soprattutto il saggio filosofico-religioso Atheismus im Christentum (L'ateismo nel cristianesimo), dove chiede una antropologizzazione radicale della religione affermando che «solo un ateo può essere un buon cristiano», a suscitare le ansie di Ratzinger.

Bloch era considerato un revisionista del «dogma marxista» a Mosca e un revisionista del «dogma cristiano» a Roma. Su di lui e contro di lui, Joseph Ratzinger plasmerà la sua vocazione di integralista della fede.

19.04.05

E il 25 aprile non c’è l’amnistia?

di Adriano Sofri
[Il Foglio del 19 aprile 2005]

Ho ascoltato – in parte, alla radio, come potevo – le riunioni svolte nel fine settimana a Roma e a Firenze fra addetti carcerari, detenuti ed ex detenuti, Pannella e i suoi compagni, operatori penitenziari, membri di associazioni e volontari, e naturalmente aderisco all’appello a incoraggiare con la propria testimonianza il dibattito convocato da Gaetano Pecorella mercoledì in Commissione Giustizia su amnistia e indulto.

Spero che la situazione del governo non pregiudichi ulteriormente il tentativo di discutere della situazione del carcere e delle leggi proposte – la ex Cirielli, con le sue conseguenze drammatiche sui recidivi, cioè soprattutto su quelli che il ministero riconosce come “morti di fame”, maggioranza fra i 58mila detenuti attuali; la legge Meduri, nella quale gli assistenti sociali e i centri per adulti denunciano una liquidazione del loro impegno – che vanno nella direzione opposta al riequilibrio dell’affanno penitenziario.

Né si sono visti passi concreti quanto alla riforma del codice penale. Voglio aggiungere un dettaglio sull’ “indultino”, del quale tutti ormai riconoscono l’irrilevanza. Secondo il dato ufficiale esso ha portato fuori dal carcere oltre 5.000 persone. Dato ingannevolissimo: l’indultino si applica a chi ha una pena residua inferiore ai due anni, e nei quasi due anni che ci separano dal suo varo una buona quota dei suoi beneficiari sarebbero usciti lo stesso. Intanto Marco Pannella ha annunciato per mercoledì la ripresa dello sciopero della fame. Rinuncio a esprimere le preoccupazioni per un simile maltrattamento del proprio corpo, cioè di sé. Marco mi ha interpellato su una serie di temi e proverò, nei limiti stretti della mia condizione, a rispondergli.

Intanto devo inventare ogni giorno modi di rispondere alle domande di molti dei miei vicini di casa. Hanno chiesto con insistenza: “Ma quando muore il Papa non c’è l’amnistia?”. Ora cominciano a smettere. Ora cominciano a chiedere: “Ma quando nominano un nuovo Papa non c’è l’amnistia?”. Ieri Jamel, che è marocchino e ha saputo delle migliaia di suoi connazionali amnistiati in patria, dopo che gli avevo spiegato perché il 25 aprile è festa, la Liberazione eccetera, mi ha chiesto: “E il 25 aprile non c’è l’amnistia?”.

12.04.05

Essere TV o non essere TV?

di Giorgio Boratto

[da BoBoGi Blog]

Anche Berlusconi alla fine si è accorto che le sue apparizioni televisive, fatte dal ‘cameriere camerlengo’ Bruno Vespa, non ottenevano più consensi. Così dopo la batosta elettorale e dopo 9 anni di monologhi televisivi ha deciso di andare a Ballarò: la trasmissione politica di punta di Rai3.
Gettandosi ‘senza rete’, in un dibattito televisivo serrato come quello di Ballarò, Berlusconi ha dato anche un segnale per fare capire che lui crede ancora molto in se stesso e nella sua capacità di rigenerarsi come attore principale, come guest star.

Qui, però, si è riscontrato quello che era già previsto; di fronte a D’Alema e Rutelli che gli ponevano domande precise e lo incalzavano con dati precisi, lui rispondeva con la frase consueta: tutto falso, la sinistra è campione di falsità, lei controlla stampa, televisioni, scuole superiori…Berlusconi dimostrava, se ce n’era ancora bisogno, tutta la sua inconsistenza politica; l’opposto di quello che sarebbe necessario per affrontare la grave recessione economica italiana.

Ora mentre il centrodestra sta studiando il modo di recuperare consensi e cerca di organizzarsi per affrontare l’anno che ci separa dalle prossime elezioni, nella testa di Berlusconi c’è un nuovo interrogativo: come affronto le prossime trasmissioni televisive? Questo è il suo vero dilemma. L’uomo della TV, nato con le televisioni, ottenendo con queste il consenso che lo ha portato ad essere il leader di uno schieramento, ora si chiede: essere TV o non essere TV?

Per Berlusconi cui affidava all’immagine, alla ‘presenza’, all’abilità comunicativa ogni mossa politica, vedersi tradito gli provoca sconcerto. ‘Tutto previsto’ è stata la frase d’approccio dopo la sconfitta. Ancora qualche sorriso e poi, via al rilancio: come un giocatore di poker, Berlusconi rilancia ma ormai tutti hanno capito il bluff. Quale sarà il ruolo della TV nel suo prossimo futuro?

In politica prima o poi tutti i nodi vengono al pettine e i siparietti cui ci ha abituati ormai non incantano più. Se ci devono essere risposte alla crisi del paese, e del centrodestra, queste non saranno certo dettate dall’auditel o dall’aspetto fisico. In queste ultime elezioni un altro fatto dovrebbe fare pensare: è finito il successo per chi passa dallo spettacolo alla politica; si è visto con alcuni protagonisti tipo Flavia Vento, Miss o campionesse di fitness: tutte bocciate.

Allora ancora: essere TV o non essere Tv? Questo è per Berlusconi il dilemma.

13.03.05

Rai, l'ultimo atto di una monarchia assoluta

di Giuseppe Giulietti
[da l'Unità del 13/3/2005]

Le truppe mediatiche di Berlusconi hanno sostenuto, nel corso del recente dibattito parlamentare dedicato alla Rai, che mai il servizio pubblico, nella sua lunga storia, avrebbe conosciuto una stagione di così grandi successi e di così immensa libertà.

Per riuscire in questa "impossibile missione" hanno dovuto inventare i dati e nascondere il trascurabile dettaglio che l'Italia di Berlusconi è diventata, anche in materia di TV è di libertà dei media, la maglia nera d'Europa, come è stato sanzionato e acclarato dal Parlamento europeo, dalla commissione europea, dalle principali agenzie internazionali indipendenti che si occupano di questa materia.

L'attuale governo monocolore della Rai si è segnalato per aver espulso dal video quanti risultavano sgraditi al "signore e padrone delle Tv". In questo elenco sono terminati persino donne e uomini, distantissimi dalla sinistra, ma orgogliosi della loro autonomia culturale e professionale.

La cosiddetta Rai del centro-sinistra avrà avuto tanti difetti, ma allora era possibile scegliere tra Biagi e Mimum, fra Vespa e Santoro, tra la Guzzanti e Mara Venier, adesso il diritto di scelta è stato letteralmente fagocitato. La
destra in Tv non si è proposta di aggiungere nuove voci, ma solo e soltanto di spazzare via tutte le voci sgradite.

La destra in tv ha così portato miseria, povertà, terrore attraverso le liste di
proscrizione per usare una immagine tanto cara al presidente del consiglio-editore. La Rai di Cattaneo si è sempre dimostrata forte con i deboli e debole con i forti. L'ultima audizione del direttore generale della Rai nella sede della commissione parlamentare di vigilanza ne è stata solo l'ultima testimonianza.

Neppure in questa occasione Cattaneo ha potuto e voluto annunciare un gesto di pacificazione e di buon senso aziendale e professionale. Nulla di comprensibile in lingua italiana ha detto sul reintegro di Michele Santoro che ha già stravinto in tutti i tribunali. Nulla ha detto sulla censura inflitta da Rai2 a Paolo Rossi. Nulla ha detto dell’ostracismo che ha colpito Sabina Guzzanti, Dniele Luttazzi, Oliviero Beha, la trasmissionr XII Round.

Nulla ha detto sulle incredibili vicende accadute al Tgl in relazione al caso Sgrena. Nulla ha detto sulla trasmissione «Punto e a Capo» nel corso della quale sono state trasmesse, pe la prima volta in Tv, le intercettazioni telefoniche ancora non acquisite come prova da tribunali. In quest'ultimo caso, a
differenza di quanto era accaduto in altre occasioni, Cattaneo non ha disposto nessun provvedimento immediato, non ha imposto alcuna puntata di riparazione, come pure aveva fatto quando la riparazione era stata chiesta gran voce dall'amico Totò Cuffaro, il presidente inquisito della regione Sicilia, offeso per una bella e coraggiosa inchiesta di Report sulla mafia.

Qualche mese prima, al contrario, era stata soppressa a trasmissione di Sabina Guzzanti "Raiot" senza se e senza ma, anche a seguito delle piccate proteste delle aziende di proprietà... di Berlusconi. In questi casi Cattaneo e le sue truppe d'ordine sono state inflessibili, non hanno guardato in faccia nessuno,
hanno tirato dritto. Negli altri casi il direttore generale della Rai è Stato invece colpito da improvvise amnesie e da provvidenziali ed inediti scrupoli garantisti.

Biagi, Guzzanti, Paolo Rossi, Santoro, Freccero, Luttazzi, e tanti tanti altri, sono stati cancellati dal video. Il prode Berti già stretto collaboratore del presidente del Consiglio, ed n prode Masotti, giornalista di auto-dichiarata fiducia del presidente del consiglio, compaiono ogni sera e possono serenamente partecipare alla campagna in atto contro Giuliana Sgrena e contro quei giornalisti che vorrebbero ancora tentare di fare il loro mestiere ed illuminare le tante oscurità della politica internazionale e nazionale.

Basterebbe questo per giudicare la monarchia assoluta che ha despotizzato la Rai dopo l'espulsione della presidente di garanzia Lucia Annunziata e che non lascerà rimpianto alcuno, dentro e fuori l'azienda. Ci auguriamo che quella di Cattaneo sia stata davvero la sua ultima audizione, almeno nella sede della commissione parlamentare di vigilanza Rai.

02.03.05

I tempi oscuri della mediacrazia

di Danny Schechter
[Filmmaker indipendente. L'ultimo film documentario di Danny Schechter è Weapon of Mass Deception («Armi di disinformazione di massa»), sull'informazione durante la guerra in Iraq. Questo articolo è una riduzione del suo intervento alla sessione sull'informazione del Tribunale Internazionale sull'Iraq, tenuto a Roma dal 10 al 13 febbraio. Traduzione Marina Impallomeni. Da il Manifesto del 28/2/2005]


Giornalisti embedded, nuove tecnologie, l'inganno e la censura come strategia deliberata. Sono le armi di disinformazione di massa del «quarto fronte» bellico, quello dei media

Ci sono state due guerre in Iraq. Una è stata combattuta dagli eserciti con i loro soldati, le bombe e la loro temibile forza militare, l'altra invece con le telecamere, i satelliti, i giornalisti e le tecniche di propaganda. La prima è stata giustificata col tentativo di trovare le «armi di distruzione di massa» di Saddam Hussein, la seconda è stata combattuta con armi ancora più potenti, le «armi di disinformazione di massa». Durante l'invasione del'Iraq nel marzo 2003, in America le reti televisive hanno visto nell'informazione non-stop il loro momento migliore, puntando sui giornalisti embedded e sulle nuove tecnologie che avrebbero permesso ai telespettatori di vedere per la prima volta una guerra da vicino. Ma diversi paesi hanno visto guerre diverse.

Per quelli di noi che guardavano, la guerra era più che altro uno spettacolo, una maratona globale che vedeva le emittenti darsi battaglia tra loro distorcendo la verità.

Questa non è semplicemente la censura tradizionale.
Durante l'invasione del'Iraq nel marzo 2003, in America le reti televisive hanno visto nell'informazione non-stop il loro momento migliore, puntando sui giornalisti embedded e sulle nuove tecnologie che avrebbero permesso ai telespettatori di vedere per la prima volta una guerra da vicino. Ma diversi paesi hanno visto guerre diverse.

Per quelli di noi che guardavano, la guerra era più che altro uno spettacolo, una maratona globale che vedeva le emittenti darsi battaglia tra loro distorcendo la verità. Questa non è semplicemente la censura tradizionale.

Censura, auto-censura e distorsione delle notizie sembrano fenomeni comuni in tutte le guerre. I governi cercano di limitare le notizie che possono metterli in una luce sfavorevole e di massimizzare quelle capaci di galvanizzare il consenso sul fronte interno.

Tutte le guerre suscitano sciovinismo in settori dei media e dell'informazione. Sun Tsu, il grande teorico cinese della guerra, diceva che l'inganno è uno strumento in ogni guerra, per definizione. Ma quella che in passato era stata considerata una tattica o uno strumento, è diventata una strategia utilizzata in modo sistematico.

Le dottrine sulla guerra dell'informazione puntano a conseguire un'influenza strategica grazie all'inganno. Questo concetto è profondamente radicato nelle ideologie neocon basate sull'opera del filosofo dell'Università di Chicago Leo Strauss.

E' una strategia deliberata. Molti al Pentagono sono convinti che sia colpa dell'informazione se la guerra del Vietnam è stata persa. Anche in quella guerra avevamo assistito a una battaglia mediatica. L'ex reporter del Washington Post William Prochna ricorda che prima del Vietnam «avevamo già subito un secolo pieno di guerre. Guerre pesantemente censurate.

Durante la prima guerra mondiale la manipolazione dell'opinione pubblica da parte del governo era così totale, che in seguito il principale propagandista Usa definì il suo operato "la più grande avventura nel mondo della pubblicità". Durante la seconda guerra mondiale la censura era accettata così uniformemente, che la rivista Life non pubblicò una sola fotografia di un americano morto fino al 1943, e il direttore dell'Ufficio della censura ricevette una menzione speciale del Premio Pulitzer.

La guerra fredda, con la sua minaccia di estinzione nucleare, ha portato l'autocensura a un livello prima sconosciuto.

Kennedy all'inizio credette di poter condurre la guerra in Vietnam così come i comunisti combattevano le loro: in segreto. Com'era possibile censurare una guerra che non si stava combattendo? Così il Vietnam iniziò senza censura e continuò senza censura. Ma Kennedy non poté evitare l'escalation della guerra, e certamente non poté tenerla segreta.

Inevitabilmente, Kennedy andò a cozzare contro l'inizio del cosiddetto "gap generazionale" che avrebbe ossessionato gli anni `60 e contro un massiccio cambiamento di rotta nel giornalismo americano. O fu il Vietnam a dare inizio a entrambi? Le guerre sono combattute da giovani. Sono anche raccontate da giovani, e all'inizio degli anni `60 i giovani reporter del Vietnam non erano limitati dalla censura né dalle certezze della guerra totale.

Quando cominciarono a raccontare che l'imperatore era nudo, fu uno shock. Gli americani stavano morendo. Il governo stava mentendo. (...) Il cambiamento di rotta non mancò di provocare le sue cicatrici tra i reporter, molti dei quali ancora ventenni. Il governo Kennedy li attaccò accusandoli di essere troppo giovani e inesperti, e la polizia segreta sud-vietnamita gli dette la caccia come simpatizzanti comunisti. Furono aggrediti, il loro patriottismo fu messo in discussione dalla vecchia guardia presente negli stessi giornali.

Con la fine del Vietnam, alla Scuola di guerra cominciarono i gruppi di studio, seminari e lezioni per prepararsi a gestire i media nelle guerre che sarebbero inevitabilmente seguite. Se la censura non poteva essere la regola, aggirare l'ostacolo poteva...».

Così una grossa quantità di denaro e di mano d'opera sono stati investiti nel controllo dei media. Allo stesso tempo, con la crescita dell'industria dell'informazione e la sua integrazione nello show business, vi è stato un nuovo cambiamento di rotta.

Questo quadro viene spesso dimenticato quando si critica Bush. Questa guerra non è stata organizzata da un uomo solo, ma da istituzioni potenti: un intero complesso mediatico-industriale. Dobbiamo collocarla non solo nel contesto della politica estera americana, ma anche in quello del nostro sistema mediatico moderno. In Italia i telespettatori hanno potuto vedere come il sistema televisivo, dalla Rai ai canali privati, sia stato berlusconizzato. Si è creata un'alleanza perversa tra i media e il governo.

Negli Usa, i grandi media sono ormai al servizio di interessi particolari. I manager dell'informazione che non sono giornalisti hanno preso iln potere. Presto i pundit sono diventati più numerosi dei giornalisti. Le scuole di giornalismo hanno cominciato a produrre più esperti di pubbliche relazioni che inviati. Il governo ha portato le pubbliche relazioni a un nuovo livello: è chiamato «perception management» (gestione della percezione); e tratta la guerra come un prodotto da «esibire» e promuovere.

I canali televisivi via cavo che trasmettono ventiquattr'ore al giorno sono rapidamente degenerati diventando una hit parade di titoli. Il giornalismo investigativo aveva già da tempo ceduto il passo alle «breaking news» prive di contesto e retroterra. I documentari di approfondimento sono scomparsi dalle fasce di maggiore ascolto dei palinsesti. I «reality show» hanno preso il posto dei servizi basati sulla realtà. Gli anchormen hanno protestato dicendo che i media, da «cani da guardia», sono diventati cani da salotto: ma non hanno fatto niente per impedirlo.

Questa trasformazione del sistema mediatico - avvenuta in oltre vent'anni grazie alla deregulation delle leggi sull'interesse pubblico - ha reso i media complici volontari, specialmente nel clima di paura e patriottismo post 11 settembre. Quando gli anchormen hanno cominciato a emulare i politici appuntandosi le bandierine americane al risvolto della giacca, è apparso ormai chiaro che stavamo assistendo a un'integrazione dei media in un sistema mediatico di stato.

Presto gli inviati embedded hanno concentrato i loro servizi sulla campagna di terra in Iraq, mentre gli attacchi aerei, l'uso di armi proibite, le squadre speciali per le operazioni segrete e le vittime civili non venivano documentate. Erano fatti deliberati, ma venivano commentati solo di rado, dato che i network cercavano l'approvazione del Pentagono per i loro esperti ed ex generali impegnati a fare valutazioni davanti alle telecamere come si usa per gli eventi sportivi.

Gli inviati hanno cominciato a identificarsi con i soldati, usando spesso la parola «noi» nei loro servizi come se fossero parte in causa - e in effetti lo erano. Le tecniche narrative di Hollywood hanno preso il posto del giornalismo basato sui fatti. Per confezionare l'informazione sulla guerra sono stati reclutati grafici e produttori di Hollywood. Era come girare un film.

Il comandante militare americano Tommy Franks ha messo a punto un «piano segreto» che è stato fatto filtrare ai giornalisti amici, come quelli di Fox News. Egli ha parlato dei media come del «quarto fronte» della guerra. Christiane Amanpour della Cnn ha ammesso in seguito: «Sembra che questa sia stata disinformazione ai massimi livelli». Amanpour se l'è presa non solo col governo ma anche con gli «sbruffoni» della rete Fox di Rupert Murdoch. In un ambiente iper-competitivo, quando il presidente dice ripetutamente che si è «o con noi o con i terroristi», nessuno vuole essere accusato di appoggiare il terrorismo. I grandi media che hanno bisogno di favori, di accesso al potere, e di cambiamenti delle regole, difficilmente assumono una posizione critica.

Un risultato: su ottocento esperti andati in onda in tutti i canali americani dal periodo di preparazione della guerra fino al 9 aprile 2003, quando i soldati americani hanno buttato giù la statua di Saddam insieme a una folla attentamente assemblata di sostenitori Usa, soltanto sei erano contrari alla guerra.

L'ambiente mediatico è stato spesso caricato di un mix di cooptazione seduttiva che ha dato ai giornalisti selezionati accesso alle prime linee e alla protezione militare. I reporter non allineati hanno subito intimidazioni, attacchi, denunce - o aggressioni deliberate come quella dell'Hotel Palestine, che ha provocato la morte di alcuni giornalisti.

Il mio film WMD - Weapons of Mass Deception (Armi di disinformazione di massa) riferisce questi episodi e cita l'apprezzato storico dei media e della guerra, Phillip Knightly, il quale si è detto convinto che i siti dei media sono stati attaccati deliberatamente.

Nel gennaio scorso, durante un dibattito al World Economic Forum, il direttore delle news della Cnn Eason Jordan delha detto che i giornalisti sono stati presi di mira. Messo sotto pressione, Jordan sembra avere ritrattato la sua tesi iniziale secondo cui l'esercito americano avrebbe ucciso dodici giornalisti. Si attende ancora una indagine indipendente (lui però intanto si è dimesso).

Tutto questo non è un catalogo di errori. Tutto questo è stato pianificato, pre-prodotto e poi mandato in onda con l'obiettivo di persuadere.

Certo, alcuni media tra cui il Washington Post e il New York Times hanno in seguito ammesso di non avere esercitato una critica abbastanza serrata, specialmente sulla questione delle armi di distruzione di massa che si è rivelata una totale mistificazione. Più recentemente abbiamo visto come le elezioni irachene, in cui gli elettori hanno chiesto di porre fine all'occupazione, sono state fatte passare per una conferma alla politica bellica americana. Il presidente Bush è stato presentato come il chiaro vincitore con un aumento del consenso da parte dell'opinione pubblica.

L'informazione favorevole alla guerra continua anche se l'opinione pubblica contraria alla guerra cresce. Chi è contrario alla guerra deve combattere per poter andare in onda mentre i rappresentanti dell'Amministrazione e i democratici favorevoli alla guerra sono costantemente davanti alle telecamere.

Cosa significa tutto questo? Che viviamo in una mediacrazia, non in una democrazia. Che i nostri media, protetti dalla Costituzione per agire come guardiani della democrazia, invece la stanno mettendo in pericolo. Ciò a cui stiamo assistendo è un crimine contro la democrazia e contro il diritto del pubblico di essere informato.

04.05.04

Poteri e notizie

di Roberto Zanini
[da il manifesto di oggi]

Brutta gente i giornalisti. Si intrufolano, depredano, diffamano e s'infamano, arruffano e arruffianano, a comando depistano. Informano quando possono, mentono quando vogliono. Ogni tanto qualcuno ci crepa, specie in tempo di guerra - ma non solo - e si pubblicano coccodrilli epici e giuramenti immantenibili.

E ogni tanto qualcuno si incarica di spegnerli. Come fa la nota ufficiale di Palazzo Chigi che chiede il silenzio stampa sulla vicenda degli ostaggi «a tutte le reti radiotelevisive sia nei telegiornali che nelle trasmissioni di approfondimento» (curiosamente la carta stampata è esente, sarà che i rapitori leggono meno ancora degli italiani o che i governanti dei rapiti non la considerano proprio).

In questo caso la questione è semplice: nessun potere si deve azzardare a limitare la stampa per nessun motivo. Camuffare i compiti della politica con quelli dell'informazione è un errore letale che non è possibile commettere in buona fede, un errore proprio dei regimi. Valgono per la libertà di stampa le stesse banalità che valgono per la democrazia: meglio brutta che nessuna, il peggior sistema possibile eccetto tutti gli altri eccetera.

Il confine tra potere e informazione è spesso labile, la terra di nessuno tra i due luoghi è particolarmente estesa, una fangosa zona grigia in cui avviene un po' di tutto, e in genere niente che non sia maleodorante. La richiesta di silenzio che viene da un potere annette a quest'ultimo l'intera palude, con tutti i suoi miasmi. Le vite degli ostaggi e le foto dei torturatori americani e britannici - aspettiamoci gli italiani, come in Somalia - finiscono nello stesso frullatore. Ciò è pericoloso. Come pericolosa è l'adesione che alcuni dei media richiesti hanno manifestato, con prontezza degna di tempi ancora più oscuri di questi.

In subordine, è particolarmente indecente che la richiesta di silenzio giunga dall'individuo smodato e incontinente che oggi fa il premier, mero proprietario di ogni cosa si muova dentro un teleschermo in questo paese, autore di una decina di tremende sparate consecutive sulla stessa questione che oggi pretende di silenziare. Non ultima quella di far dire al Sismi che l'incaglio nelle trattative era tutta colpa dei giornalisti - «notizie false e ricostruzioni suggestive non aiutano la liberazione degli ostaggi», testo di un rapporto dei servizi consegnato al governo solo dieci giorni fa, e chissà chi l'avrà passato alla stessa stampa che porta la colpa di tutto.

La cosa è grave ma forse non è seria. La richiesta di silenziatore attiene più all'assoluto obnubilamento del governo nel gestire la questione degli ostaggi che non alla reale possibilità di mettere la sordina alla stampa. Qualche direttore di tg si è precipitato a garantire riservatezza, ma è difficile che chi non lo farà venga spedito a Sant'Elena. Del resto la telecrazia non ha bisogno di far rotolare le teste. Si limita a renderle inutili.

(A proposito, ieri cadeva la quattordicesima giornata mondiale della libertà di stampa. Non è una battuta).

30.04.04

Hanno spento la tv

di Vittorio Emiliani
[da l'Unità di oggi]

Dopo una lunga battaglia parlamentare costata 410 voti segreti, 90 sessioni in commissione e 44 in aula, la legge Gasparri che «sistema» la televisione italiana, nel senso che la sistema ai piedi del capo del governo, di Mediaset e della stessa Rai (Vespa dixit), è stata approvata definitivamente al Senato. Dopo un primo «sì» essa era stata rinviata alle Camere dal presidente della Repubblica il quale, sulla base del messaggio inviato al Parlamento sul pluralismo, indicava in essa talune carenze e insidie al pluralismo medesimo.

Essenzialmente: le grasse telepromozioni non considerate spot pubblicitari per le sole reti berlusconiane e quindi non conteggiate nei loro affollamenti (col conseguente impoverimento delle fonti pubblicitarie per l'editoria giornalistica); un Sic (Sistema Integrato dell'Informazione) troppo gonfiato con la concreta prospettiva di determinare (o ribadire) posizioni dominanti per Publitalia e Sipra, rinsaldando più che mai il duopolio Mediaset-Rai che rastrella e si spartisce il 95 per cento del mercato pubblicitario televisivo.

Rispetto alle osservazioni del presidente Ciampi, il testo definitivo della legge Gasparri votato definitivamente ieri presenta variazioni davvero significative rispetto a quello “rimandato”? No, proprio no.

Per le telepromozioni non è stata cambiata una virgola: erano “zona franca” di caccia per Publitalia nel primo testo e tali rimangono nel secondo continuando a drenare pubblicità su di un mercato che è quello della carta stampata senza venire conteggiate per i “tetti” di Mediaset. Continueranno ad esserlo invece per quelli della Rai. Una autentica beffa. Un privilegio tagliato su misura per il Cavaliere.

E fanno una fetta di torta cospicua di milioni di euro, ogni anno.
Per il Sic - che era stato valutato nella prima versione sui 32 miliardi di euro - si è operato un qualche dimagramento, ma, secondo il “Sole-24 Ore”, il cosiddetto paniere di riferimento per calcolare il 20 per cento di “tetto” per Mediaset e Rai varrà pur sempre 26 miliardi di euro, circa 50 mila miliardi di vecchie lire. Ciò significa che l'asticella del 20 per cento sarà fissata a 5,2 miliardi di euro (oltre 10 mila miliardi di lire). Poiché il polo berlusconiano formato da Publitalia, Mondadori e Medusa fattura oggi 4 miliardi di euro, potrà irrobustire il portafoglio di un altro fruttuoso 30 per cento (Publitalia, da sola, potrebbe aumentare del 50).

Nel contempo, si afferma, poiché Sipra-Rai fattura di meno, potrà crescere di più, ma è un discorso tutto e solo teorico, accademico, essendo il primo polo integralmente commerciale, fortemente aggressivo, e il secondo invece un polo ancor oggi di servizio pubblico, pagato per metà dal canone, cioè dagli utenti. Quindi, le prospettive di nuovi business sono tutte per Mediaset. Non va dimenticato, in questo quadro, che alla fine del 2010 cadrà uno dei pilastri della prima legge antitrust sull'editoria firmata da Oscar Mammì e cioè il divieto di incroci fra detentori di emittenti tv e proprietari di quotidiani e pertanto la corazzata berlusconiana potrà entrare a vele spiegate nel porto delle testate quotidiane facendovi shopping, acquistando giornali, condizionando ancor di più l'informazione già così pesantemente omologata.

Siamo quindi alla più clamorosa cena delle beffe: il banchetto per chi siede oggi a capotavola detenendo il potere della emittenza televisiva e quello delle decisioni di governo diventa una generale abbuffata. Alla faccia del pluralismo, della concorrenza pubblico-privato, della competizione televisioni-quotidiani-periodici-libri. C'è qualcosa di simile nel mondo delle democrazie parlamentari? Se c'è, ce lo indichino i valletti del Presidente. L'Europarlamento ha già detto la sua ed è stata duramente critica, in modo circostanziato.

Con la legge Gasparri inoltre si avvia una finta privatizzazione della Rai. Finta perché, a quattro mesi di distanza dalla fusione della Rai in Rai Holding (in mano totalmente al Tesoro, cioè al governo), ci sarà una prima offerta di pubblica vendita di azioni Rai. Attenzione però : nessun azionista privato potrà detenere più dell'1 per cento del pacchetto. Nulla di paragonabile, nei suoi effetti, alla messa sul mercato, per esempio, di una rete Rai: anche Raidue, pur ridotta dalla gestione del centrodestra ai minimi termini con poco più del 9 per cento di share in prima serata (superata, anche nell'ultima settimana, da Italia 1 col 10,35), privatizzata con criterio, potrebbe costituire la base di un terzo polo televisivo.

Già, ma esso entrerebbe subito in competizione sul mercato pubblicitario con le reti del Presidente il quale, prediligendo il monopolio, non ama per niente simili prospettive. Quindi, finta privatizzazione. Mentre rimane sul terrestre, grazie al decreto Gasparri, la beneamata Rete 4 la cui frequenza analogica, secondo tutte le leggi e le sentenze italiane ed europee, sarebbe spettata al proprietario privato di Europa 7, Di Stefano. Ora toccherà all'Authority per le Comunicazioni giudicare se il digitale terrestre offerto in fretta e furia in questi mesi e giorni ha aumentato il “grado di pluralismo” del nostro sistema televisivo. È un'altra amarissima commedia nella commedia: il decreto è scritto in modo che basterà una copertura tecnica di rete del 50 per cento dei possibili utenti e la fruizione soltanto potenziale da parte dei medesimi per far scattare la permanenza di Rete 4 sulla frequenza terrestre.

Ciliegina finale sulla torta della Gasparri così dolce per il capo del governo e per i suoi cari: nel 2005 il Consiglio di Amministrazione della Rai non sarà più di 5 ma di 9 componenti i quali verranno così nominati, 2 dal ministro dell'Economia stesso (se nulla muta, da Tremonti) e fra loro sarà scelto il presidente, e altri 7 dalla Commissione di Vigilanza, cioè dai partiti in essa presenti. Dopo di che il cordone ombelicale con la maggioranza di governo e, nel caso presente, col capo del governo sarà tale che i consigli di amministrazione, anziché in Viale Mazzini, potranno essere tenuti nella sede romana di Mediaset, in Largo del Nazareno, a Palazzo Grazioli, o addirittura nel villone di Arcore.

D'estate si consiglia una delle sette ville in Sardegna, con serata canora dopo l'imbrunire. Ovviamente la legge Gasparri gronda motivi di incostituzionalità ad ogni passaggio fondamentale. Già ben individuati dal gruppo di giuristi coordinato per Articolo 21 da Roberto Zaccaria il quale conclude il suo volume più recente, “Televisione: dal monopolio al monopolio”, con la frase: “È ritornato il Monopolio… ma questa volta, quello di Berlusconi”: un nemico acerrimo del Comunismo (che non c'è più), un protagonista di nuovi monopolii privati, i più pericolosi per la democrazia perché trattano la materia dell'informazione e dei modelli di comportamento. Monopolii che furono in sede di Costituzione la preoccupazione quotidiana di un grande presidente liberale come Luigi Einaudi. Un “comunista” pure lui?

29.04.04

Giornalisti in politica, una strada a senso unico

di Beppe Severgnini
[dal Corriere della Sera di oggi]


Un giornalista può decidere di mettersi in politica? Certamente sì. I parlamenti del mondo si svuoterebbero, se uscissero i miei ex colleghi. Un giornalista, dopo che ha fatto il politico, può tornare a fare il giornalista? Probabilmente no. Tra le due professioni esiste una porta girevole: ma funziona in un senso solo. Almeno: io la penso così, e credo che Lilli Gruber la pensi allo stesso modo. Nell'intervista che le ho fatto in marzo per Sky Tv, quindi, credo d'aver raccolto il suo «addio alle armi» (giornalistiche): e un po' mi dispiace. A un certo punto le ho chiesto di commentare una frase di H.L. Mencken: «Il rapporto tra un giornalista e il potere dev'essere quello tra un cane e un lampione». E' scoppiata a ridere e ha detto che le piaceva molto. Chissà se si rende conto che adesso è passata dalla parte dei lampioni, e deve guardarsi intorno.

Conosco Lilli da quindici anni. Abbiamo condiviso molte cose - discussioni, progetti, l'acquisto di un cappotto ai magazzini Gum, una pagina di «Io Donna» e una foto su «Novella 2000» - e quindi non chiedetemi se ha fatto bene a lasciare il Tg1.
Posso dire questo: so che era a disagio, da tempo, e sognava una tv pubblica meno ossequiosa verso il potere di turno. Spero che la capolista Gruber lo dica a Prodi. Perché se l'Ulivo aspetta di vincere per buttarsi sulle telepoltrone, senza cambiar le regole, il harakiri giornalistico di Lilli sarà stato inutile.
Qualcuno dirà: ma perché, Severgnini, si occupa di una faccenda che coinvolge una sua amica? Chi glielo fa fare? Risposta: perché un luogo come «Italians» non consente d'evitare le questioni difficili. I lettori hanno l'udito fine, e le omissioni sono rumorose (anche quelle nei telegiornali, ma lì c'è qualcuno che fa finta di non sentire). Lilli, insieme a Bruno Vespa, è il volto più noto del giornalismo Rai: un personaggio pubblico, che provoca curiosità pubbliche alle quali bisogna rispondere pubblicamente.
Ecco un campionario delle opinioni arrivate in redazione (non è un «panino» stile Tg1: è un «club sandwich»). Mario Secchi (msecchi2@hotmail.com): «Leggo che la Gruber, Santa Lilli della Ns. Informazione, lascia il Tg1 per candidarsi alle europee... Dio l'abbia in gloria, così magari ci leviamo di torno questo saccente e arrogante mezzobusto, inviato di guerra, seppur agghindata come alla prima della Scala». Mari Rossetto (mari.rossetto@tin.it): «Un pensiero e un augurio a Lilli Gruber che coraggiosamente si mette in gioco. Certo dalla sua ha la popolarità conquistata con il video: ma nel tempo mi è sembrata coerente e professionale». Francesco Rossano (roxfr@ciaoweb.it): «Esaminate il roboante annuncio della signora Gruber che ha polemicamente lasciato le sue mansioni di conduttrice e inviato del Tg1 per candidarsi alle europee. Credo che la signora non si sia neppure sognata di licenziarsi, bensì si sia 'messa a disposizione'».
Dal Belgio, Claudio Truzzi (claudio.truzzi@convergent-electronics.com): «La decisione di lasciare la carriera giornalistica per 'cercare di contribuire alla definizione di quelle regole di cui soprattutto l'Italia avverte il bisogno e l'urgenza' è coerente. Si può non essere d'accordo con la sua scelta politica, ma non si può ignorare la sua capacità di osservare, giudicare, concludere, prendere decisioni e agire (nell'ordine). In altre parole, la sua integrità. Brava». Come la penso io? Diciamo che ho due timori e una certezza. Timore n. 1: a destra avranno buon gioco nel dire che Lilli è sempre stata una militante di sinistra (non è vero, ma lo diranno lo stesso). Timore n. 2: il lavoro di anni verrà riletto dai maliziosi in chiave politica (è successo anche a Tana De Zulueta, che nel 1996 ha lasciato «The Economist» per il Senato). La certezza: se Lilli decidesse di tornare al giornalismo, metà del pubblico dubiterà di lei; l'altra metà pretenderà militanza continua.
Ecco perché non credo che Lilli rientrerà al Tg o in un giornale. Approvo fin d'ora questa scelta, ma mi dispiace: la mia amica parla quattro lingue, è tosta come una noce e cauta come una pantera. Mica ce ne sono tante, così.

(Beppe Severgini)