di ALESSANDRO BARICCO
da la Repubblica del 1/3/2006
QUESTO è un articolo che non dovrei scrivere. Lo so. Me lo dico da me. E lo scrivo. Dunque. La scorsa settimana, su queste pagine, esce un articolo di Pietro Citati. Racconta quanto lo ha deliziato mettersi davanti al televisore e vedere i pattinatori-ballerini delle Olimpiadi. Lo deliziava a tal punto – scrive – che «dimenticavo tutto: le noie, le mediocrità, gli errori della mia vita; dimenticavo perfino l´Iliade di Baricco, e la vasta e incomprensibile ottusità dei volti di Roberto Calderoli e di Alfonso Pecoraro Scanio». Io ero lì, innocente, che mi leggevo con piacere l´esercizio di stile sull´argomento del giorno e, trac, mi arriva la coltellata. Va be´, dico. E, giusto per mite rivalsa, lascio l´articolo e vado a leggermi l´Audisio.
Qualche giorno dopo, però, vedo sull´Unità un lungo articolo di Giulio Ferroni sull´ultimo libro di Vassalli. Bene, mi dico. Perché mi interessa sapere cosa fa Vassalli. Malauguratamente, alcuni dei racconti che ha scritto sono sul rapporto tra gli uomini e l´automobile. Mentre leggevo la recensione sentivo che finivamo pericolosamente in area Questa storia (il mio ultimo romanzo, che parla anche di automobili).
Con lo stato d´animo dell´agnello a Pasqua vado avanti temendo il peggio. E infatti, puntuale, quel che mi aspettavo arriva. Al termine di una lunghissima frase in cui si tessono (credo giustamente) elogi a Vassalli, arriva una bella parentesi. Neanche una frase, giusto una parentesi. Dice così: «Che distanza abissale dalla stucchevole e ammiccante epica automobilistica dell´ultimo Baricco!». E voilà. Con tanto di punto esclamativo.
Ora, nessuno è tenuto a saperlo, ma Citati e Ferroni sono, per il loro curriculum e per altre ragioni per me più imperscrutabili, due dei più alti e autorevoli critici letterari del nostro paese. Sono due mandarini della nostra cultura. Per la cronaca, Citati non ha mai recensito la mia Iliade, e Ferroni non ha mai recensito Questa storia. Il loro alto contributo critico sui miei due ultimi libri è racchiuso nelle due frasette che avete appena letto, seminate a infarcire articoli che non hanno niente a che vedere con me.
Non si può relegare a due frasi sferzanti il giudizio negativo sul lavoro di uno narratore. Se trovate così stucchevole quel che migliaia di italiani leggono dovreste spiegargli anche perché si stanno sbagliando
Mi sorprende il vostro sistematico sottrarvi a un confronto aperto. La critica è il vostro mestiere. Esercitatelo
È un modo di fare che conosco bene, e che è piuttosto diffuso, tra i mandarini. Si aggirano nel salotto letterario, incantando il loro uditorio con la raffinatezza delle loro chiacchiere, e poi, con un´aria un po´ infastidita, lasciano cadere lì che lo champagne che stanno bevendo sa di piedi. Risatine complici dell´uditorio, deliziato. Io sarei lo champagne.
Potrei dire che non me ne frega niente. Ma non è vero. Mi ferisce poco la gomitata assestata a tradimento, ma mi offende molto il fatto che sia tutto ciò di cui sono capaci. Mi sorprende il loro sistematico sottrarsi al confronto aperto. La critica è il loro mestiere, santo iddio, che la facciano. Cosa sono queste battutine trasversali messe lì per raccogliere l´applauso ottuso dei fedelissimi? Vi fa schifo che uno adatti l´Iliade per una lettura pubblica e lo faccia in quel modo? Forse è il caso di dirlo in maniera un po´ più argomentata e profonda, chissà che ci scappi una riflessione utile sul nostro rapporto con il passato, chissà che non vi balugini l´idea che una nuova civiltà sta arrivando, in cui l´uso del passato non avrà niente a che fare con il vostro collezionismo raffinato e inutile.
E se trovate così stucchevole un libro che centinaia di migliaia di italiani si affrettano a leggere, e decine di paesi nel mondo si prendono la briga di tradurre, forse è il caso di darsi da fare per spiegare a tutta questa massa di fessi che si stanno sbagliando, e che la letteratura è un´altra cosa, e che a forza di dare ascolto a gente come me si finirà tutti in un mondo di illetterati dominati dal cinema e dalla televisione, un mondo in cui intelligenze come quelle di Citati e Ferroni faranno fatica a trovare uno stipendio per campare.
Si dirà che è un diritto dei critici scegliersi i libri di cui scrivere. E che anche il silenzio è un giudizio. E´ vero. Ma non è completamente vero. Lo so che per persone intelligenti e colte come Citati e Ferroni i miei libri stanno alla letteratura come il fast-food alla cucina francese, o come la pornografia all´erotismo. Per usare una frase di Vonnegut che mi fa sempre tanto ridere, mi sa che per loro i miei libri, nel loro piccolo, stanno facendo alla letteratura quello che l´Unione Sovietica ha fatto alla democrazia (non si riferiva a me, Vonnegut, che purtroppo non sa nemmeno che esisto).
Ma quale arroganza intellettuale può indurre a pensare che non sia utile capire una degenerazione del genere, e magari spiegarla a chi non ha gli strumenti per comprenderla? Come si fa a non intuire che magari i miei libri sono poca cosa, ma lì i lettori ci trovano qualcosa che allude a un´idea differente di libro, di narrazione scritta, di emozione della lettura?
Perché non provate a pensare che esattamente quello - una nuova, sgradevole, discutibile idea di piacere letterario - è il virus che è già in circolo nel sistema sanguigno dei lettori, e che magari molta gente avrebbe bisogno da voi che gli spiegaste cos´è questo impensabile che sta arrivando, e questa apparente apocalisse che li sta seducendo? Non sarà per caso che la riflessione nel campo aperto del futuro vi impaurisce, e che preferite raccogliere consensi declinando da maestri mappe di un vecchio mondo che ormai conosciamo a memoria, rifiutandovi di prendere atto che altri mondi sono stati scoperti, e la gente già ci sta vivendo?
Se quei mondi vi fanno ribrezzo, e la migrazione massiccia verso di loro vi scandalizza, non sarebbe esattamente vostro degnissimo compito il dirlo? Ma dirlo con l´intelligenza e la sapienza che la gente vi riconosce, non con quelle battutine, please.
Per quello che ne capisco, i miei libri saranno presto dimenticati, e andrà già bene se rimarrà qualche memoria di loro per i film che ci avranno girato su. Così va il mondo. E comunque, lo so, i grandi scrittori, oggi, sono altri. Ma ho abbastanza libri e lettori alle spalle per poter pretendere dalla critica la semplice osservanza di comportamenti civili. Lo dico nel modo più semplice e mite possibile: o avete il coraggio e la capacità di occuparvi seriamente dei miei libri o lasciateli perdere e tacete. Le battute da applauso non fanno fare una bella figura a me, ma neanche a voi.
Ecco fatto. Quel che avevo da dire l´ho detto. Adesso vi dico cosa avrei dovuto fare, secondo il galateo perverso del mio mondo, invece che scrivere questo articolo. Avrei dovuto stare zitto (magari distraendomi un po´ ripassando il mio estratto conto, come sempre mi suggerisce, in occasioni come queste, qualche giovane scrittore meno fortunato di me), e lasciar passare un po´ di tempo. Poi un giorno, magari facendo un reportage su, che ne so, il Kansas, staccare lì una frasetta tipo «questi rettilinei nella pianura, interminabili e pallosi come un articolo di Citati». Il mio pubblico avrebbe gradito.
Poi, un mesetto dopo, che so, andavo a vedere la finale di baseball negli Stati Uniti, e avrei sicuramente trovato il modo di chiosare, in margine, che lì si beve solo birra analcolica, «triste e inutile come una recensione di Ferroni». Risatine compiacenti. Pari e patta. E´ così che si fa da noi. Pensate che animali siamo, noi intellettuali, e che raffinata lotta per la vita affrontiamo ogni giorno nella dorata giungla delle lettere…
Purtroppo però non è andata così. Il fatto è che l´altro giorno ho visto il film su Truman Capote. Si impara sempre qualcosa spiando i veri grandi. Lui in quel film è così orrendo, spregevole, sbagliato, megalomane, imprudente, indifendibile. Mi ha ricordato una cosa, che talvolta insegno perfino a scuola, e che però mi ostino a dimenticare. Che il nostro mestiere è, innanzitutto, un fatto di passione, cieca, maleducata, aggressiva e vergognosa.
Posa su una autostima delirante, e su un´incondizionata prevalenza del talento sulla ragionevolezza e sulle belle maniere. Se perdi quella prossimità al nocciolo sporco del tuo gesto, hai perso tutto. Scriverai solo cosette buone per una recensione di Ferroni (no, scherzo, davvero, è uno scherzo). Scriverai solo cosette che non faranno male a nessuno. Insomma è tutta colpa di quel film su Truman Capote.
D´improvviso mi è sembrato così falso starmene lì, come una bella statuina, a prendere sberle dal primo che passa. E´ una cosa che non c´entra niente col mestiere che è il mio. Vedi, se me ne stavo a casa a vedere Lazio-Roma, oggi eravamo tutti più sereni e tranquilli. E penosi, of course.
di Roberto Alajmo
[Editori Laterza - 2005, pp. 144, euro 9.00]
«Ne hai sentite di storie sulla Città. Anche questa guida ha contribuito a raccontartene almeno un paio che se non sono false, poco ci manca. Ma ti assicuro che qui vengono raccontate per vere. E dopo un poco questo genere di storie a forza di raccontarle diventano vere sul serio.»
La Città è così. È fatta a strati. Ogni volta che ne sbucci uno ne resta un altro da sbucciare.
UNO: Benvenuto nella Città
Bisogna farsi dare un posto dal lato del finestrino e sperare di arrivare in una giornata limpida e soleggiata. Ce ne sono anche d'inverno, perché in ogni stagione la Città ci tiene a fare sempre la sua figura. Quando l'aereo comincia ad abbassarsi, dal finestrino appaiono le scogliere rosse di Terrasini, e il mare color turchese e blu senza che si possa dire dove finisce il blu e dove comincia il turchese. Persino le case, i cosiddetti villini, ti possono sembrare magari troppi, ma visti dal cielo non mostrano la sciatteria con pretese di originalità che invece rivelano nell'inquadratura dal basso. Tu osservi tutto questo e pensi di essere arrivato nel posto più bello del mondo. Ammettilo: credevi di esserti fatto un'idea della Città e dell'Isola perché è difficile sfuggire ai luoghi comuni; ma di fronte allo spettacolo della costa intorno all'aeroporto ogni pregiudizio cade all'istante.
Guardando dal finestrino hai il tempo di formulare pensieri del genere, di struggerti di fronte a tanta bellezza, persino di riflettere sull'ipotesi di mollare tutto – lavoro, famiglia, radici – per venire a vivere da queste parti. E quando ormai la tua testa si è scaldata all'idea di un'estate perenne, ecco che subito arriva un contrordine. Arriva sempre dal finestrino, perché mentre hai ancora gli occhi pieni di luce e mare, ecco che ti si para davanti una montagna. Un'enorme montagna grigia su cui l'aereo sembra destinato a schiantarsi da un momento all'altro.
L'aeroporto di Punta Raisi è costruito su una stretta lingua di terra che separa il mare dalla montagna; tanto che in passato è successo che un aereo sia finito sulla montagna (5 maggio 1972) e un altro in mare (23 dicembre 1978). L'aeroporto della Città è fatto così. La Città è fatta così. Tu, viaggiatore, queste cose prima di partire le sapevi, ma le avevi dimenticate di fronte all'accecante bellezza del paesaggio. Adesso magari ti fai prendere da una leggera forma di panico, perché la montagna si avvicina, e si avvicina in maniera preoccupante. Ma puoi stare tranquillo, alla fine non succederà niente perché i piloti ormai sono bravi a infilarsi esattamente nella striscia praticabile fra mare e montagna, e nel susseguente sollievo avrai modo di riflettere sul fatto che la Città ha provveduto ad avvertirti subito: non credere che le cose da queste parti siano sempre come appaiono a prima vista. Non è che tu ti possa abbandonare alla contemplazione del bello come se fossimo in Polinesia o nella campagna toscana. Qui non c'è da fidarsi, e anzi è proprio quando sembra di aver raggiunto l'estasi che arriva il cazzotto sullo sterno, quello che ti leva il fiato e ti costringe a riprendere la misura del distacco dalle cose.
La difficoltà del pilota in fase di atterraggio, il problema di evitare gli opposti disastri di mare e montagna, è una metafora delle difficoltà quotidiane che comporta il fatto di vivere nell'Isola in generale e nella Città in particolare; che dell'Isola è, oltre che capitale, anche una specie di grandiosa esasperazione. Meglio dunque non rilassarti mai, tenere i sensi sempre all'erta. Da un momento all'altro potrebbe succedere qualcosa di irreparabile.
Una volta recuperato il bagaglio – operazione anche questa non facile a Punta Raisi: non proprio come atterrare, ma quasi – prendi un taxi e tieni gli occhi aperti. Per capire una città, tante volte basta fare il tragitto che va dall'aeroporto al centro. Nell'impossibilità di una visita più approfondita – mentre si aspetta una coincidenza, magari – basta prendere un taxi, andare e tornare. Nel tragitto autostradale c'è buona parte di ciò che la città, consciamente o inconsciamente, ci tiene a far sapere di sé. Non è tutto, né è tutto spontaneo. Ma tenendo gli occhi aperti almeno qualcosa si riesce a capire. Fra l'aeroporto e il centro si trova il biglietto da visita della città. Ci sono città che questo lo sanno, ne tengono conto e curano la propria immagine mettendo in mostra il meglio; e ci sono città che invece se ne fregano dell'immagine e lasciano fare al caso. La Città appartiene a questa seconda categoria. Tuttavia anche il caso si riserva le sue sottigliezze, e nel giro di pochi chilometri ha provveduto a distribuire almeno tre punti focali.
Il primo di questi punti arriva quasi subito. Guardando a sinistra, verso il mare, più o meno all'altezza di Carini vedrai una bidonville costruita direttamente sulla spiaggia. Lo stato di abbandono in cui versano le baracche, il fatto che sembrino costruite con materiali raccolti in una discarica, che siano corrose dalla salsedine, tutto lascia pensare che si tratti di un quartiere abusivo per necessità. Gente costretta a vivere in condizioni da terzo mondo. Magari sei autorizzato a immaginare che qualcuno avrà fatto il furbo trasformando la necessità in virtù: dovendosi costruire un tetto sotto il quale dormire, tanto valeva costruirselo in riva al mare. E invece no, nessuna necessità abitativa: queste baracche sono le seconde case degli abitanti della Città. Le case dove la gente si trasferisce d'estate per fare la villeggiatura.
A suo tempo vennero costruite secondo le regole del far west. Oggi chi vuole fare lo spiritoso la chiama edilizia creativa, sebbene l'espressione stia poco a poco perdendo la sua connotazione sarcastica, e presto edilizia creativa diventerà uno stile a se stante. I muri non sono intonacati perché poi ci sarà tempo di intonacarli. I tondini di ferro spuntano dal tetto perché non è detto che un domani non si riesca a realizzare un altro piano per la figlia che si sposa. Le case si lasciano incompiute nelle parti esterne per diversi motivi; alcuni pratici e altri, per così dire, etici. Intanto si aspetta sempre una sanatoria che consenta di rendere l'abitazione ineccepibile anche all'occhio fiscale dello Stato. E poi c'è il fatto che l'interno è una cosa e l'esterno un'altra. Nell'Isola quel che avviene un passo oltre la soglia di casa è considerato superfluo, se non addirittura volgare. Per rendersene conto basta visitare un condominio. Un condominio qualsiasi, dove abita anche gente ricca. Se ti capita, facci caso: dopo le sei del pomeriggio ogni appartamento avrà un sacchetto di spazzatura poggiato per terra appena fuori dall'uscio. Nelle ore precedenti il sacchetto si è andato riempiendo, fino a quando la brava madre di famiglia si è incaricata di farne una confezione da relegare fuori dalla sacra cerchia delle mura di casa. Appena possibile la spazzatura va messa a carico della comunità, fosse anche solo quella comunità solidale che è il pianerottolo di un condominio. Una volta chiuso e annodato, il sacchetto non riguarda più gli abitanti della casa. L'immondizia appartiene alla sfera pubblica. La casa deve rimanere inviolabile dalle sporcizie del mondo. Perciò c'è da scommettere che l'arredamento interno delle case sul litorale di Cinisi è curatissimo, in pieno contrasto con l'aspetto esterno. Dell'aspetto esterno i proprietari se ne fregano, non è particolare che li riguardi. La facciata esterna è spazzatura, e come tale riguarda lo Stato.
Ma c'è pure un altro motivo per cui queste case sono tanto sciatte a vedersi. Gli abitanti della Città nutrono un'avversione scaramantica per ogni forma di compiutezza. Se inaugurano un teatro, lo fanno sempre in assenza di qualche requisito essenziale per il pieno funzionamento. Se si costruisce una diga saranno le canalizzazioni a restare incompiute. Al completamento si penserà poi, se e quando sarà possibile. Dietro questa sistematica inconcludenza è possibile rintracciare un profilo ancestrale di superstizione. Sembra quasi che gli abitanti della Città inconsciamente avvertano che nella piena compiutezza è inscritta un'infelicità latente. Sopravvive l'antica credenza che l'appagamento possa attrarre il malocchio degli invidiosi, ma non è solo questo. Il vero timore riguarda lo sconforto che deriva dal non avere qualcosa che pensavi di avere una volta che finalmente hai avuto tutto quello che desideravi avere. C'è sempre qualcosa che sfugge alle maglie anche strette della rete che ci siamo fabbricati con le nostre mani. Allora tanto vale lasciare che le cose vengano come vengono. Forse è addirittura un retaggio arabo. Nella perfezione della tessitura dei loro tappeti gli antichi maestri persiani introducevano sempre un piccolissimo errore. Lo facevano apposta per non sfidare Dio sul terreno che è solo di Sua competenza. Quello della perfezione, appunto. Ma qui, nelle case davanti al mare di Carini, si è decisamente esagerato con questa forma di devozione [...].
di ENRICO BELLAVIA
[da la Repubblica di Sabato 4 giugno 2005]
Inchiesta sul sommerso nel mondo delle imprese a caccia di evasori fiscali
Controlli dal bar in viale Strasburgo alla jeanseria vicino al Palazzo di giustizia.
C´era la quindicenne di Partinico che aveva mollato gli studi per un salario da fame. Le davano 250 euro al mese per stare 8 ore in piedi, tirando fuori magliette dagli scaffali, ripiegarle e ricominciare daccapo al cliente successivo.
C´era l´egiziano maturo senza permesso di soggiorno che per meno di 500 euro al mese, di ore in piedi, al bancone di un bar di viale Strasburgo, ne trascorreva 9. C´erano le 12 ragazze di un´affollata jeanseria a due passi dal palazzo di Giustizia che per lo stesso ingaggio dell´extracomunitario volavano da uno stand all´altro, da un camerino all´altro, e quando era necessario si presentavano al lavoro anche alla domenica.
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Storie di lavoro nero, nella galassia del sommerso. Storie venute fuori da una indagine a campione della Guardia di finanza. È stato sufficiente un raid mirato, 130 controlli in altrettanti negozi e locali pubblici e in una fabbrica, per far venire fuori 70 irregolarità. In cima alla lista commessi e banconisti sconosciuti alla previdenza, inesistenti per le assicurazioni, sottopagati e sfruttati.
In qualche caso costretti a firmare buste paga fasulle. Con compensi di gran lunga inferiori al reale. O con stipendi pagati per metà con la copertura contributiva e per l´altra metà rigorosamente in contanti e sottobanco.
Prendere o lasciare. Per un lavoratore che si ribella, dieci tacciono e soggiacciono. Alla fine del primo giro delle Fiamme gialle i conti sono da brivido. Su 300 lavoratori controllati, 220 erano in nero: il 73 per cento. Più del doppio della stima prudente degli enti di ricerca che piazzano di poco sotto al 30 per cento la quota di lavoro nero in Sicilia e a Palermo. Ben oltre anche le pessimistiche previsioni del sindacato attestato, sulla scorta dei dati di esperienza, mai al di sotto del 40 per cento.
In via Alcide de Gasperi in nero erano tutti e 7 i banconisti di un bar e il pasticciere. Nel negozio di scarpe in viale Strasburgo in regola erano solo 2 delle 8 commesse. Nel grande magazzino di viale Regione sei impiegati, nessuno in regola. Lo stesso in un centro estetica di via Sciuti, o in un pub di via Spedalieri dove si alternavano tra i tavoli in 9. In via Bonanno, locale alla moda, gli aperitivi li servivano in 6, ma solo uno prendeva uno stipendio degno di quel nome. In un solo caso l´attenzione della Guardia di finanza si è spostata su un deposito. Era un magazzino di confezioni destinate ai mercatini rionali. Anche qui lavoratori in nero e verbali a raffica.
Quel che viene fuori dall´indagine è infatti il far west del commercio. Il regno dell´illegalità diffusa. Dove le commesse, la stragrande maggioranza dei 220 lavoratori fantasma conoscono il turn over dei ribelli e gli alterni capricci del padrone. Giovani, giovanissime, anche minorenni, alla prima o alla seconda esperienza, con alle spalle anche due o tre anni di lavoro.
Tremavano come foglie alla vista della Finanza. Provavano a fuggire. Tre le hanno scoperte in bagno. Dove le aveva mandate con tono imperioso il proprietario di un negozio di calzature. «Siamo qui, in prova, da qualche giorno», hanno recitato in coro. La messinscena è durata poco. I loro nomi con tanto di stipendi: 750 euro al mese, la veterana del gruppetto, 500 le altre, erano incolonnati su un registro anonimo con la contabilità reale dell´azienda. Quattro luci, elegante, clientela facoltosa e fatturati sostenuti.
Non si sono mossi alla cieca i finanzieri. Una mappa dell´esistente, un campione significativo, alcune informazioni incrociate e una messe di notizie arrivate al 117. Segnalazioni precise, ma anche sfoghi di commesse decise a vuotare il sacco e liberarsi di soprusi e angherie. Per sette giorni, gli uomini del comando provinciale di Palermo sono piombati a sorpresa negli esercizi della città e dei maggiori centri della provincia: Bagheria, Carini, Termini Imerese, Partinico. A ogni controllo un sospetto. Per ogni dubbio un verbale.
L´obiettivo era controllare la condizione dei lavoratori. Ma il «nero» si porta appresso una gran quantità di altro. A cominciare dagli acquisti non fatturati e dalle vendite non annotate. Soldi che creano provviste, soldi che non figurano. Rischiano una quantità imprevedibile di guai anche per questo i commercianti finiti nella rete dei controlli. C´è l´evasione contributiva, ci sono le multe e ci sono le verifiche fiscali. Quelle procedono, con i libri di cassa passati adesso ai raggi x.
di GINO CASTALDO
[da la Repubblica di Domenica 29 Maggio 2005]
L´ironia e il sarcasmo esprimono al meglio la creatività degli autori. E poi i tempi della comicità e della musica sono gli stessi
Arbore fa il pieno di ascolti del sabato sera. E l´esordiente Simone Cristicchi stupisce con "Vorrei cantare come Biagio". Torna così alla ribalta un genere antico che da Petrolini a Elio e le Storie Tese, dalle "macchiette" al rock demenziale, passando per Jannacci, Fo e Gaber, ha raccontato il Paese meglio di tanti saggi. Segnando spesso i salti evolutivi della nostra tradizione canora
La sapete l´ultima? La canzone fa ridere, anzi ha sempre fatto ridere. È un intreccio malizioso, un debordante calembour, un´aggressione destabilizzante che non ha risparmiato re e principi, santi ed eroi, vizi e manie del nostro vissuto. Renzo Arbore ne ha appena offerto una rigogliosa antologia televisiva nella notte del sabato. Ma è solo il testimone più recente. Anche i giovani non perdono occasione. È di questi giorni il successo montante di un esordiente di nome Simone Cristicchi che sta inflazionando le radio con un titolo che non lascia dubbi: Vorrei cantare come Biagio, e si tratta ovviamente di Biagio Antonacci. Dice il cantautore: «Fin da piccolo il mio mito era Jim Morrison, con Rambo e Rocky» ma poi capitola: «Adesso è solo Biagio Antonacci». Provate ad ascoltarla. Non si può fare a meno di ridere.
Valanghe di comici incidono dischi, non perdono occasione per lanciare sberleffi e graffi satirici attraverso la canzone. È un amore antico, mai decaduto. Dallo sfrontato viveur Gastone di Petrolini alla Terra de cachi di Elio e le Storie Tese è tutta una risata, di quelle capaci di seppellire monumenti, ipocrisie e certezze acquisite. Si ride per buonumore, per liberarsi, si ride perché, come dice Daniele Luttazzi, i tempi (intesi come ritmi) della comicità assomigliano molto a quelli della musica, si ride infine perché anche cantando non si può non ridere. Ridendo ridendo c´è di mezzo l´intera storia del costume del nostro paese: le boutade antidepressive di Carosone e Buscaglione nel conformismo anni Cinquanta, le acide e corrosive sparate del rock demenziale nel ´77 bolognese, l´iconoclasta cabaret milanese del boom economico. Forse, come vedremo, c´è anche qualcosa in più.
C´è anche chi ha riso tanto per ridere. Un secolo fa un signore di nome Gerardo Cantalamessa, contrastando il suo impegnativo cognome, inventò una canzone che si chiamava semplicemente: ´A risata. Il contenuto? Null´altro che una risata, contagiosa, irrefrenabile, che nel giro di due minuti travolgeva la platea in una liberatoria convulsione collettiva. Erano i tempi delle "macchiette" quando Maldacea e Gill, tra gli altri, ai margini della nobilissima canzone napoletana, inventavano esilaranti caricature, parodie sociali che anche ascoltate oggi farebbero la loro dignitosissima figura.
Era un trucco vecchissimo. I cantastorie di ogni latitudine l´hanno utilizzato per millenni, ma quei geniali caricaturisti napoletani stavano costruendo quella che allora, pur essendo in dialetto, era l´unica canzone "nazionale" che fossimo in grado di vantare. Gli stessi autori classici, non disdegnavano di tanto in tanto la canzone comica. Cioffi sapeva alternare ´Na sera e maggio a Ciccio formaggio e Dove sta Zazà, senza alcun sobbalzo.
La canzone comica è spesso il risvolto di quella "seria". L´alternanza è tipica, talvolta nel mondo di uno stesso autore. Pensiamo a Jannacci che ha scritto anche canzoni di intensa drammaticità, una per tutte Vincenzina e la fabbrica, a Modugno, a Giorgio Gaber che sapeva far ridere e piangere con la stessa efficacia. Perfino Guccini, almeno una volta, non ha resistito alla tentazione incidendo la sua Opera buffa.
Queste ricorrenze inducono a riflessioni insolite. E se la canzone comica fosse qualcosa di più di un semplice divertissement?
Se ci disponiamo a notare le coincidenze significative, ci accorgiamo che ogni volta che la canzone italiana ha compiuto un balzo evolutivo c´è di mezzo una risata. Delle "macchiette" abbiamo già detto, ma continuando la traccia dell´epoca, mentre il ventennio fascista congelava le melodie in inni di propaganda, in "faccette nere" e sproloqui retorici sulla "giovinezza", a tenere alto il tasso creativo ci pensavano i debosciati artisti del cafè chantant, i libertini e maliziosi cantori dei doppisensi. In quell´epoca, per ovvi motivi, il doppiosenso divenne un´arte a sé stante.
Sesso e politica, tabù dell´epoca, circolavano liberamente nei teatri, mascherati con metafore ardite, e spesso di irresistibile comicità. Il fascismo da par suo produceva comicità involontaria costringendo i cantanti affascinati dallo swing americano a ribattezzare pezzi come St. Louis blues in Le malinconie di San Luigi, ma lo swing, pur mascherato, e chiamato italicamente "ritmo moderno" fu un seme potente, un ciclone sprovincializzante, un antidoto allo "strapaese" melodico, da noi coniugato quasi immancabilmente in chiave ironica. Natalino Otto, Ernesto Bonino, Alberto Rabagliati, hanno cantato alcune tra le canzoni più divertenti e surreali della nostra storia.
Ma soprattutto portarono fuori dalla palude retorica la nostra obsoleta cultura musicale. Non a caso di recente gli Articolo 31, in vena di scherzi, hanno ripreso con gaudio Mamma voglio anch´io la fidanzata, e prima ancora Freakantoni, con lo pseudonimo di Peppe Starnazza aveva rivisto quell´epopea in chiave rock´n´roll.
In Italia le canzoni hanno sempre riso. Mentre trionfavano soporifere "edere" e altri fiori profumati, Renato Carosone scovò un batterista di nome Gegè di Giacomo, da poco scomparso, che era un comico naturale. Era lui che intonava «canta Napoli...» all´inizio delle canzoni, ogni volta declinando a tema: Napoli petrolifera, Napoli farmaceutica, e via dicendo. Buscaglione aveva inventato un mondo fantastico di duri di cartapesta. Van Wood si giocava i numeri al lotto, e l´Italia rideva, grata. Così com´era grata alla magnifica bonomia del Quartetto Cetra.
E rideva anche quando la canzone moderna fece il suo apparire al nord d´Italia. Tra i grandi innovatori, i genovesi erano per la verità poco inclini allo scherzo. Tenco, Paoli, Bindi, erano schivi e tormentati, ma a scuotere il mondo della musica con l´arte, quantomai arguta e spesso politicizzata, della risata ci pensarono i milanesi, forti di un legame di ferro col cabaret. I Gufi scelsero tute nere e argomenti macabri, sfidando il più resistente dei tabù italiani: la superstizione.
Io vado in banca, stipendio fisso, cantavano per deridere la piccola borghesia, ma questo era niente al confronto delle storie di becchini e sesso al cimitero che suonavano a ritmo dixieland. Jannacci e Fo giganteggiavano cantando un´Italia di derelitti, comici sì ma allo stesso tempo inguaribilmente teneri, talvolta goffi, perfino tragici, che facessero il palo per una banda di sfigati criminali o il sesso in piedi per poche lire. Era un´Italia che allora nessun altro aveva il coraggio di cantare.
Ci pensò la canzone comica. Che una volta, sempre grazie a Jannacci, ebbe anche la fortuna di arrivare prima in classifica. Correva un anno fatidico, il 1968, e l´Italia si ritrovò a cantare unanime Vengo anch´io. No tu no (scritta con Dario Fo e Fiorenzo Fiorentini). Significava molto. Tutti la fischiettavano, tutti rispondevano a tormentone «no tu no» a qualsiasi domanda, ma dietro c´era molto di più, il protagonista era un tipico figlio della vena di Jannacci, un paria, uno dei tanti abbonati all´emarginazione.
Quando c´è di mezzo il ridere la fantasia non manca. Se altrove imperano i cliché delle rime sempiterne, il tono comico ha giustificato un costante fuoco d´artificio di invenzioni. Roberto Benigni ha scritto L´inno del corpo sciolto celebrando le mille varianti della defecazione, Alberto Sordi ha osato fare dell´ironia su una candida Nonnetta, Renzo Arbore ha cantato allegramente e maliziosamente di clarinetti e materassi, gli Skiantos hanno inventato un blues sui carabinieri, Elio e le Storie Tese hanno scritto una intera saga di canti bulgari, eroi della pornografia, icone religiose, extracomunitari, servi della gleba, cani e padroni di cani. Sembra quasi che quando le cose ristagnano, quando il linguaggio si fa trito e prevedibile, debba essere una risata a muovere le acque.
Da anni del resto, da Bisio a Davide Riondino, da Fabio De Luigi a Paola Cortellesi, i comici usano abitualmente la musica, ci giocano, ne fanno una parte considerevole del loro lavoro. Sarà perché i tempi comici e i tempi della canzone si assomigliano, sarà perché un bravo comico deve avere una sua naturale musicalità, ma la risata è sempre dietro l´angolo. Forse nessun paese al mondo ha prodotto e produce tanta canzone comica, e almeno in questo gli italiani sono davvero originali.
Intervista di Mario Pappagallo
[dal Corriere della Sera - 15/05/05]
«Ogni giorno almeno 10 mila uova fecondate in normali rapporti di coppia non attecchiscono in utero e muoiono. Circa 300 mila al mese, 3 milioni e seicentomila l´anno. E questo solo in Italia. Una strage di potenziali bambini e, secondo la Chiesa, di anime che non si sa dove vanno. Un eccidio di innocenti inspiegabile».
Umberto Veronesi, ex ministro della Sanità, oncologo e scienziato di fama internazionale voterà sì al referendum di abrogazione di alcuni punti controversi della ormai nota legge 40 che regola in Italia la procreazione medicalmente assistita o fecondazione artificiale.
Professore, secondo lei dove vanno tutti questi ovuli fecondati?
«Da scienziato e ateo rispondo: da nessuna parte «(...)Ma secondo la Chiesa, non essendo battezzati, dovrebbero finire tutti nel Limbo. Ipotesi scartata però da San Tommaso d’Aquino che fissa al terzo mese di vita la comparsa dell’anima. Mentre per l’ebraismo il momento chiave è il quarto mese. Detto questo, ricordo la mia infanzia di bimbo cresciuto in cascina: la mortalità neonatale era allora altissima e ricordo l'angoscia dei genitori per non far finire il loro figlio al Limbo. Quando i piccoli stavano male, chiamavano prima il prete del medico».
Ma allora, quand’è che questo ovulo fecondato si completerebbe con l’anima?
«Scientificamente potremmo far coincidere l’anima con il pensiero, con la psiche. È ormai provato che il feto pensa, all’ottavo-nono mese. È ragionevole quindi ipotizzare che l’anima esiste se c’è il pensiero. Ed è ragionevole immaginare che l’anima, e secondo il pensiero cattolico la vita, entra nel corpo quando c’è un abbozzo di struttura pensante, di avvio dell’intelligenza. Tant’è che la morte oggi coincide con la morte del cervello: l’espianto di organi vitali è consentito anche dalla Chiesa dopo la morte documentata del cervello. Ma quando l’embrione inizia ad avere questo abbozzo? Questo accade dopo due settimane dall’attecchimento in utero. Prima è solo un ammasso di cellule. Un progetto di essere vivente».
Di essere vivente o di essere umano?
«Uno scimpanzé che cos’è? Un essere vivente con una differenza minima nel genoma rispetto all’uomo. Talmente minima, i geni sono uguali al 99,5 per cento, che potenzialmente potrebbe essere un progetto di uomo. E allora perché non tutelare anche lui? La Chiesa in realtà ha una visione antropocentrica: solo l’uomo conta. Ma io che sono animalista e vegetariano mi chiedo, provocatoriamente, perché non tuteliamo anche gli embrioni degli scimpanzé, anch’essi sono progetti di esseri umani».
Quindi, che cosa non va nella legge 40?
«Innanzitutto che tutela più gli ammassi di cellule che la donna o i feti veri e propri».
In che senso?
«Basti pensare all’inumana proibizione della diagnosi preimpianto per verificare la buona salute dell’embrione. Una palese contraddizione con la legislazione italiana in vigore che prevede l’esame prenatale del liquido amniotico o dei villi coriali, così come l’ecografia già dal secondo mese, che in caso dimostri una malformazione o una situazione grave del feto autorizza la scelta dell’aborto. E credo che nessuna donna ami abortire. Eppure mentre è prevista l’eliminazione di un feto, di un essere umano, si tutela un ammasso di cellule non pensante... Almeno fino a quando non diventa pensante, perché poi l’aborto è ammesso... Sconcertante».
Ma non c’è un rischio di deriva eugenetica?
«Bè, anche l’esame del liquido amniotico o l’ecografia al secondo mese in teoria nascondono il rischio di selezione eugenetica. Forse che poi la differenza non è fatta dall’etica del medico e dall’amore dei genitori in attesa. Non ho mai sentito di un aborto legato al colore degli occhi del futuro bambino. Eppure potenzialmente questo potrebbe accadere... In realtà la legge 40 offende i successi della ricerca scientifica che era arrivata ad anticipare la verifica della salute dell’embrione addirittura a prima dell’impianto evitando drammi psicologici ben maggiori. Offende me scienziato».
E sul numero massimo di tre embrioni da creare e impiantare, per evitare di congelarli?
«Anche in questo esiste una grave contraddizione etica. Se l’embrione è un essere vivente perché ne prevediamo la morte per legge?».
Che cosa vuol dire?
«Semplice, se impiantiamo tre embrioni sappiamo per certo che minimo uno muore, se non tutti e tre. Inoltre i parti plurigemellari sono un rischio per la donna. Allora, o si preleva un ovulo per volta, lo si feconda e lo si impianta. O si preparano più embrioni, si congelano e se ne impianta uno per volta. Questa peraltro è l’ultima indicazione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)».
La legge però serviva a regolare una sorta di Far West?
«Parlare di situazione da Far West è un oltraggio per la medicina italiana che in questo campo era al primo posto in Europa. E comunque, come dice il giurista Pietro Rescigno, sarebbe stato meglio il vuoto normativo a una legge lacunosa e contraddittoria».
E il problema degli embrioni congelati «orfani»?
«Ho già espresso più volte il mio pensiero: piuttosto che finire in un lavandino, potrebbero essere fondamentali per la ricerca sulle cellule staminali e altro. Donatori di cellule così come un adulto, constatata la morte cerebrale, può essere un donatore di organi... E poi, quando un domani, studiando le cellule staminali di un embrione, all’estero verrà trovato un farmaco che cura per esempio il Parkinson, i cattolici che fanno?... Non lo prendono?».
di Benedetto XVI
«Signori Cardinali, venerati Fratelli nell'episcopato e nel sacerdozio, distinte Autorità e Membri del Corpo diplomatico, carissimi Fratelli e Sorelle! Per ben tre volte, in questi giorni così intensi, il canto delle litanie dei santi ci ha accompagnato: durante i funerali del nostro Santo Padre Giovanni Paolo II; in occasione dell'ingresso dei Cardinali in Conclave, ed anche oggi, quando le abbiamo nuovamente cantate con l'invocazione: Tu illum adiuva - sostieni il nuovo successore di San Pietro. Ogni volta in un modo del tutto particolare ho sentito questo canto orante come una grande consolazione. Quanto ci siamo sentiti abbandonati dopo la dipartita di Giovanni Paolo II! Il Papa che per ben 26 anni è stato nostro pastore e guida nel cammino attraverso questo tempo. Egli varcava la soglia verso l'altra vita - entrando nel mistero di Dio. Ma non compiva questo passo da solo. Chi crede, non è mai solo - non lo è nella vita e neanche nella morte.
In quel momento noi abbiamo potuto invocare i santi di tutti i secoli - i suoi amici, i suoi fratelli nella fede, sapendo che sarebbero stati il corteo vivente che lo avrebbe accompagnato nell'aldilà, fino alla gloria di Dio. Noi sapevamo che il suo arrivo era atteso. Ora sappiamo che egli è fra i suoi ed è veramente a casa sua. Di nuovo, siamo stati consolati compiendo il solenne ingresso in conclave, per eleggere colui che il Signore aveva scelto. Come potevamo riconoscere il suo nome? Come potevano 115 Vescovi, provenienti da tutte le culture ed i paesi, trovare colui al quale il Signore desiderava conferire la missione di legare e sciogliere? Ancora una volta, noi lo sapevamo: sapevamo che non siamo soli, che siamo circondati, condotti e guidati dagli amici di Dio. Ed ora, in questo momento, io debole servitore di Dio devo assumere questo compito inaudito, che realmente supera ogni capacità umana. Come posso fare questo? Come sarò in grado di farlo? Voi tutti, cari amici, avete appena invocato l'intera schiera dei santi, rappresentata da alcuni dei grandi nomi della storia di Dio con gli uomini. In tal modo, anche in me si ravviva questa consapevolezza: non sono solo. Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo.
La schiera dei santi di Dio mi protegge, mi sostiene e mi porta. E la Vostra preghiera, cari amici, la Vostra indulgenza, il Vostro amore, la Vostra fede e la Vostra speranza mi accompagnano. Infatti alla comunità dei santi non appartengono solo le grandi figure che ci hanno preceduto e di cui conosciamo i nomi». «Noi tutti siamo la comunità dei santi, noi battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, noi che viviamo del dono della carne e del sangue di Cristo, per mezzo del quale egli ci vuole trasformare e renderci simili a se medesimo. Sì, la Chiesa è viva - questa è la meravigliosa esperienza di questi giorni.
Proprio nei tristi giorni della malattia e della morte del Papa questo si è manifestato in modo meraviglioso ai nostri occhi: che la Chiesa è viva. E la Chiesa è giovane. Essa porta in sè il futuro del mondo e perciò mostra anche a ciascuno di noi la via verso il futuro. La Chiesa è viva e noi lo vediamo: noi sperimentiamo la gioia che il Risorto ha promesso ai suoi. La Chiesa è viva - essa è viva, perchè Cristo è vivo, perchè egli è veramente risorto. Nel dolore, presente sul volto del Santo Padre nei giorni di Pasqua, abbiamo contemplato il mistero della passione di Cristo ed insieme toccato le sue ferite. Ma in tutti questi giorni abbiamo anche potuto, in un senso profondo, toccare il Risorto. Ci è stato dato di sperimentare la gioia che egli ha promesso, dopo un breve tempo di oscurità, come frutto della sua resurrezione. La Chiesa è viva - così saluto con grande gioia e gratitudine voi tutti, che siete qui radunati, venerati Confratelli Cardinali e Vescovi, carissimi sacerdoti, diaconi, operatori pastorali, catechisti. Saluto voi, religiosi e religiose, testimoni della trasfigurante presenza di Dio. Saluto voi, fedeli laici, immersi nel grande spazio della costruzione del Regno di Dio che si espande nel mondo, in ogni espressione della vita».
«Il discorso si fa pieno di affetto anche nel saluto che rivolgo a tutti coloro che, rinati nel sacramento del Battesimo, non sono ancora in piena comunione con noi; ed a voi fratelli del popolo ebraico, cui siamo legati da un grande patrimonio spirituale comune, che affonda le sue radici nelle irrevocabili promesse di Dio. Il mio pensiero, infine - quasi come un'onda che si espande - va a tutti gli uomini del nostro tempo, credenti e non credenti». «Cari amici! In questo momento non ho bisogno di presentare un programma di governo. Qualche tratto di ciò che io considero mio compito, ho già potuto esporlo nel mio messaggio di mercoledì 20 aprile; non mancheranno altre occasioni per farlo. Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicchè sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia.
Invece di esporre un programma io vorrei semplicemente cercare di commentare i due segni con cui viene rappresentata liturgicamente l'assunzione del Ministero Petrino; entrambi questi segni, del resto, rispecchiano anche esattamente ciò che viene proclamato nelle letture di oggi». «Il primo segno è il Pallio, tessuto in pura lana, che mi viene posto sulle spalle. Questo antichissimo segno, che i Vescovi di Roma portano fin dal IV secolo, può essere considerato come un'immagine del giogo di Cristo, che il Vescovo di questa città, il Servo dei Servi di Dio, prende sulle sue spalle. Il giogo di Dio è la volontà di Dio, che noi accogliamo.
«E questa volontà non è per noi un peso esteriore, che ci opprime e ci toglie la libertà. Conoscere ciò che Dio vuole, conoscere qual è la via della vita - questa era la gioia di Israele, era il suo grande privilegio. Questa è anche la nostra gioia: la volontà di Dio non ci aliena, ci purifica magari in modo anche doloroso e così ci conduce a noi stessi. In tal modo, non serviamo soltanto Lui ma la salvezza di tutto il mondo, di tutta la storia. In realtà il simbolismo del Pallio è ancora più concreto: la lana d'agnello intende rappresentare la pecorella perduta o anche quella malata e quella debole, che il pastore mette sulle sue spalle e conduce alle acque della vita. La parabola della pecorella smarrita, che il pastore cerca nel deserto, era per i Padri della Chiesa un'immagine del mistero di Cristo e della Chiesa. L'umanità noi tutti - è la pecora smarrita che, nel deserto, non trova più la strada. Il Figlio di Dio non tollera questo; Egli non può abbandonare l'umanità in una simile miserevole condizione. Balza in piedi, abbandona la gloria del cielo, per ritrovare la pecorella e inseguirla, fin sulla croce.
La carica sulle sue spalle, porta la nostra umanità, porta noi stessi Egli è il buon pastore, che offre la sua vita per le pecore. Il Pallio dice innanzitutto che tutti noi siamo portati da Cristo. Ma allo stesso tempo ci invita a portarci l'un l'altro. Così il Pallio diventa il simbolo della missione del pastore, di cui parlano la seconda lettura ed il Vangelo. La santa inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto. E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell'abbandono, della solitudine, dell'amore distrutto. Vi è il deserto dell'oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell'uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perchè i deserti interiori sono diventati così ampi. Perciò i tesori della terra non sono più al servizio dell'edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti possano vivere, ma sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della distruzione.
La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l'amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza. Il simbolo dell'agnello ha ancora un altro aspetto. Nell'Antico Oriente era usanza che i re designassero se stessi come pastori del loro popolo. Questa era un'immagine del loro potere, un'immagine cinica: i popoli erano per loro come pecore, delle quali il pastore poteva disporre a suo piacimento. Mentre il pastore di tutti gli uomini, il Dio vivente, è divenuto lui stesso agnello, si è messo dalla parte degli agnelli, di coloro che sono calpestati e uccisi. Proprio così Egli si rivela come il vero pastore: 'Io sono il buon pastore... Io offro la mia vita per le pecorè, dice Gesù di se stesso (Gv 10, 14s). Non è il potere che redime, ma l'amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell'umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall'impazienza degli uomini». «Una delle caratteristiche fondamentali del pastore deve essere quella di amare gli uomini che gli sono stati affidati, così come ama Cristo, al cui servizio si trova. 'Pasci le mie pecorè, dice Cristo a Pietro, ed a me, in questo momento. Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza, che egli ci dona nel Santissimo Sacramento.
Cari amici - in questo momento io posso dire soltanto: pregate per me, perchè io impari sempre più ad amare il Signore. Pregate per me, perchè io impari ad amare sempre più il suo gregge - voi, la Santa Chiesa, ciascuno di voi singolarmente e voi tutti insieme. Pregate per me, perchè io non fugga, per paura, davanti ai lupi. Preghiamo gli uni per gli altri, perchè il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli uni gli altri». «Il secondo segno, con cui viene rappresentato nella liturgia odierna l'insediamento nel Ministero Petrino, è la consegna dell'anello del pescatore. La chiamata di Pietro ad essere pastore, che abbiamo udito nel Vangelo, fa seguito alla narrazione di una pesca abbondante: dopo una notte, nella quale avevano gettato le reti senza successo, i discepoli vedono sulla riva il Signore Risorto. Egli comanda loro di tornare a pescare ancora una volta ed ecco che la rete diviene così piena che essi non riescono a tirarla su; 153 grossi pesci: 'E sebbene fossero così tanti, la rete non si strappo» (Gv 21, 11). Questo racconto, al termine del cammino terreno di Gesù con i suoi discepoli, corrisponde ad un racconto dell'inizio: anche allora i discepoli non avevano pescato nulla durante tutta la notte; anche allora Gesù aveva invitato Simone ad andare al largo ancora una volta. E Simone, che ancora non era chiamato Pietro, diede la mirabile risposta: Maestro, sulla tua parola getterò le reti! Ed ecco il conferimento della missione: 'Non temere! D'ora in poi sarai pescatore di uominì (Lc 5, 1 11)».
«Anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo - a Dio, a Cristo, alla vera vita. I Padri hanno dedicato un commento molto particolare anche a questo singolare compito. Essi dicono così: per il pesce, creato per l'acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all'uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. È proprio così nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. È proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell'evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l'amicizia con lui.
Il compito del pastore, del pescatore di uomini può spesso apparire faticoso. Ma è bello e grande, perchè in definitiva è un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che vuol fare il suo ingresso nel mondo». «Vorrei qui rilevare ancora una cosa: sia nell'immagine del pastore che in quella del pescatore emerge in modo molto esplicito la chiamata all'unità. 'Ho ancora altre pecore, che non sono di questo ovile; anch'esse io devo condurre ed ascolteranno la mia voce e diverranno un solo gregge e un solo pastorè (Gv 10, 16), dice Gesù al termine del discorso del buon pastore. E il racconto dei 153 grossi pesci termina con la gioiosa constatazione: 'sebbene fossero così tanti, la rete non si strappo» (Gv 21, 11). Ahimè, amato Signore, essa ora si è strappata! vorremmo dire addolorati. Ma no - non dobbiamo essere tristi! Rallegriamoci per la tua promessa, che non delude, e facciamo tutto il possibile per percorrere la via verso l'unità, che tu hai promesso.
Facciamo memoria di essa nella preghiera al Signore, come mendicanti: sì, Signore, ricordati di quanto hai promesso. Fà che siamo un solo pastore ed un solo gregge! Non permettere che la tua rete si strappi ed aiutaci ad essere servitori dell'unità! In questo momento il mio ricordo ritorna al 22 ottobre 1978, quando Papa Giovanni Paolo II iniziò il suo ministero qui sulla Piazza di San Pietro. Ancora, e continuamente, mi risuonano nelle orecchie le sue parole di allora: 'Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo!' Il Papa parlava ai forti, ai potenti del mondo, i quali avevano paura che Cristo potesse portar via qualcosa del loro potere, se lo avessero lasciato entrare e concesso la libertà alla fede. Sì, egli avrebbe certamente portato via loro qualcosa: il dominio della corruzione, dello stravolgimento del diritto, dell'arbitrio. Ma non avrebbe portato via nulla di ciò che appartiene alla libertà dell'uomo, alla sua dignità, all'edificazione di una società giusta. Il Papa parlava inoltre a tutti gli uomini, soprattutto ai giovani.
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell'angustia e privati della libertà? Ed ancora una volta il Papa voleva dire: no! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla - assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! solo in quest'amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest'amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest'amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera. Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall'esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo e troverete la vera vita. Amen».
24 aprile 2005