di Marco Boato*
[da ItaliaOggi del 16/6/2005]
Dopo quasi due anni di tensione istituzionale tra il presidente della Repubblica Ciampi e il ministro della Giustizia Castelli, la questione del potere in materia di grazia arriva al giudizio della Corte costituzionale sotto il profilo di un conflitto di attribuzione tra i poteri dello stato (previsto dall'art. 134 della Costituzione).
E’ stato nel luglio-agosto 2003 che ha cominciato a emergere pubblicamente con sempre maggiore evidenza, da una parte, l'orientamento favorevole che stava maturando da parte del presidente Ciampi e, dall'altra, la posizione rigidamente contraria assunta dal ministro Castelli.
Di fronte al delinearsi, fin da allora, di un conflitto istituzionale difficilmente risolubile, il 30 luglio 2003 era stata presentata (a prima firma dello scrivente) una proposta di legge (Ac 4237) recante "Norme di attuazione dell'art. 87 della Costituzione in materia di concessione della grazia", sottoscritta 'trasversalmente' da una trentina di deputati di quasi tutti i gruppi parlamentari (eccetto la Lega nord).
Non si trattava, dunque, di una modifica costituzionale ma di una proposta di legge ordinaria di attuazione della Costituzione vigente, che prevedeva la conferma del potere presidenziale in materia di grazia e la controfirma del presidente del Consiglio.
Il 30 dicembre 2003, a iter parlamentare già avviato in sede referente presso la commissione Affari costituzionali, si verificavano due fatti di singolare importanza in materia. Quello stesso giorno, con un proprio intervento sul quotidiano del suo partito, la Padania, il ministro Castelli, pur ribadendo la sua contrarietà alla grazia a Sofri, riconosceva che egli stava esercitando un 'potere di interdizione' nei confronti del capo dello stato. Sotto il titolo eloquente "Castelli: grazia, sì alla nuova legge" il ministro aggiungeva testualmente: "Mi pare che la proposta Boato, presentata recentemente alla camera, sia ragionevole e dia una risposta corretta ai problemi suesposti".
Questo intervento spiega perché quel giorno stesso il presidente Ciampi si sia rivolto al presidente della camera Casini per informarsi sull'iter della proposta di legge in materia di grazia, provocando in tal modo l'iniziativa di Casini di convocare sull'argomento una conferenza dei presidenti di gruppo per il 5 gennaio 2004.
Contravvenendo tuttavia a tutti i pronunciamenti in precedenza favorevoli, l'iter della legge si tramutò in un suo progressivo snaturamento, fino alla sua definitiva bocciatura nella seduta del 17 marzo 2004, di cui furono principali protagonisti An e la stessa Lega nord, il partito del ministro che aveva giudicato "ragionevole" la legge.
Sbarrata la via parlamentare, il presidente Ciampi il 30 marzo 2004 riassumeva l'iniziativa, sollecitando il ministro Castelli a presentargli il fascicolo su Ovidio Bompressi (che per due volte aveva fatto domanda di grazia) e a istruire un fascicolo su Adriano Sofri (promuovendo così una procedura di grazia "d'ufficio", prevista esplicitamente dall'art. 681, comma 4, del cpp).
Da questo diniego formale, dunque, considerato come un esplicito impedimento a esercitare il potere presidenziale di grazia previsto dall'art. 87 della Costituzione, nasce la decisione definitiva di Ciampi (già ipotizzata il 7 aprile con le parole "fino al chiarimento definitivo") di mettere allo studio la procedura finalizzata a sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dello stato, formalizzata con l'iniziativa resa pubblica lunedì 13 giugno 2005, dopo la definitiva conclusione della vicenda referendaria.
Il ricorso del presidente della Repubblica chiede di annullare la lettera di diniego del ministro Castelli del 24 novembre 2004 e specifica che, in caso di atti "formalmente e sostanzialmente presidenziali" quali la grazia, "la controfirma ministeriale si presenta come un atto dovuto, in quanto ha una funzione, per così dire, notarile, di mera attestazione di provenienza dell'atto da parte del capo dello stato, oltre che di controllo della sua regolarità formale".
Questo tipo di conflitto istituzionale di fronte alla Corte costituzionale è una novità assoluta, priva di precedenti in tutta la storia repubblicana. Sull'argomento, nei decenni passati, la dottrina si era variamente pronunciata. Il già "costituente" Costantino Mortati si era pronunciato a favore del potere "formalmente e sostanzialmente presidenziale" in materia di grazia, mentre successivamente era prevalsa in parte una dottrina a favore del "potere duale", confortata da una prassi tralatizia con rare eccezioni.
Negli ultimi anni, tuttavia, si sono moltiplicati invece i pronunciamenti favorevoli (come il Mortati fin dall'inizio) a riaffermare, nel nuovo quadro costituzionale repubblicano, il potere presidenziale sulla grazia, conformemente al dettato dell'art. 87 della Costituzione, riconoscendo nella controfirma ministeriale un mero "atto dovuto".
Ora la parola definitiva spetta alla Corte costituzionale. L'occasione è il "caso Bompressi" (e, conseguentemente, il "caso Sofri"). Ma la vera posta in gioco, in linea generale, è la questione della natura del potere presidenziale in materia di grazia e la riaffermazione, conseguente, del principio di leale collaborazione tra i poteri dello stato.
Il ministro Castelli ha riconosciuto di suo pugno che sta esercitando un "potere di interdizione" nei confronti del presidente della Repubblica. Ma è proprio questo "potere di interdizione" che, salvo clamorose smentite, non è previsto in alcun modo dalla Costituzione repubblicana.
*Deputato dei Verdi e presidente del Gruppo Misto alla Camera
(L'intervento del presidente Boato è stato pubblicato sul quotidiano Italia Oggi, in edicola oggi.)
di STEFANO CHIARINI
[da il manifesto dell'11/3/2005]
Radiografia del percorso che è stato il teatro della sparatoria in cui è stato ucciso l'agente del Sismi
Dietro l'ultima curva dopo aver attraversato i quartieri della guerriglia, l'auto è stata crivellata di colpi da una pattuglia Usa nascosta nel buio
Circa venti minuti per arrivare dal luogo del rapimento (all'università di Jadriyah), alla casa prigione, venti-venticinque minuti per arrivare dalla villetta al luogo dove Calipari ha trovato in un'auto Giuliana Sgrena (sembra nel quartiere di al Mansur), venti-venticinque minuti per arrivare da qui alla tragica curva della strada per l'aeroporto dietro la quale era appostata la pattuglia americana che, ci vogliono far credere, si sarebbe trovata li per proteggere il passaggio di un ambasciatore come Negroponte che va sempre all'aeroporto in elicottero e mai in automobile per evidenti ragioni di sicurezza. Se non altro per coerenza dal momento che lui stesso ha emanato un ordine a tutti i diplomatici Usa di non percorrere mai in auto quella strada.
Tutta la vicenda del rapimento di Giuliana Sgrena sembra essersi svolta nella parte ovest e sud ovest della città nel raggio di qualche chilometro attorno all'altissima torre di Saddam Hussein nella zona di al Mamoun. Una serie di quartieri come al Mansur, al Rashid, al Khadra, al Ameriyah, e, più a nord, al Ghazaliya particolarmente ostili alle forze occupanti e roccaforti della resistenza irachena «patriottica» in quanto abitati in gran parte da membri e ufficiali dell'esercito iracheno sciolto dagli occupanti, dei vari ministeri, dei membri dei servizi di sicurezza del passato regime che avevano ricevuto dal governo un pezzo di terra e il cemento per potersi costruire delle villette, modeste ma confortevoli, uni o bifamigliari.
Qui ad al Mansour sorgeva il comando dei servizi servizi segreti e poco lontano, al di là dell'aerporto, verso abu Ghraib, in un hangar abbandonato, negli anni novanta, in vista di una possibile occupazione del paese, si tenevano i corsi «di addestramento alla resistenza diffusa» del «Direttorato per le operazioni speciali». In altri termini a girare da queste parti sembra proprio che una parte dell'esercito nazionale iracheno - in quanto tale mai arresosi formalmente agli occupanti - non si sia affatto sciolta ma stia ancora combattendo.
Da questo punto di vista l'uso di una macchina civile per portare in salvo Giuliana Sgrena da parte di Nicola Calipari e il non tornare in ambasciata dall'altra parte della città, era in realtà l'unica scelta possibile per poter sperare di arrivare sani e salvi all'aeroporto. Secondo le prime testimonianze l'auto si sarebbe diretta verso l'aeroporto senza transitare sui primi dieci chilometri dell'autostrada, i più pericolosi.
Non si sa invece dove la Toyota Corolla si sia inserita sulla striscia di asfalto, prendendo quella curva a destra dove l'attendeva la pattuglia assassina (come chiamarla altrimenti considerando che un check point non si fa nascondendosi al buio al lato della strada in una notte di pioggia a meno che non si voglia uccidere qualcuno, anche se non necessariamente i passeggeri dell'auto con a bordo i nostri tre concittadini?).
In altri termini dove si trova quella curva fatale? Dalle prime testimonianze emerge che la curva si sarebbe trovata «a 700 metri dell'aeroporto». Se con tale espressione si intende l'aerostazione vera e propria allora l'agguato sarebbe avvenuto lungo la curva che, nei pressi di uno sbarramento di cemento, tira verso destra per poi adagiarsi davanti al terminal.
In tal caso, la pattuglia Usa sapeva perfettamenta che la Toyota Corolla aveva già superato di sicuro (non essendoci altre strade), lungo la fast lane riservata ai diplomatici e ai contractor, il primo grande check point dove le auto autorizzate devono semplicemente rallentare e non fermarsi dal momento che la zona è sorvegliata e controlalta elettronicamente.
Un camion-computer della Cia registra e studia le immagini di tutte le auto e dei loro passeggeri mentre dall'alto l'intera area è fotografata dalle telecamere di un grande pallone aerostatico. Tanto che, dopo il primo check point, a 5 chilometri dall'aeroporto, sulla destra c'è un grande cartello verde nel quale si invitano le scorte a mettere la sicura alle armi in quanto ormai in zona sicura.
Vi è però anche la possibilità che mancassero 700 metri non al terminal ma proprio a questo check point e che l'auto con Giuliana e Calipari, avesse percorso le strade interne (ma in tal caso la presenza di un auto apripista ci sembra probabile) da al Mansour al Maamoun, al Qadra (dove c'è uno dei più grossi distributori abusivi di benzina della zona lungo la strada per Ramadi) per poi immettersi nell'autostrada all'altezza del sottopasso di Ameriya, solitamente allagato.
Dopo aver svoltato a destra sulla strada per l'aeroporto si tira un sospiro di sollievo dal momento che subito lì a destra inizia Camp Victory, la grande base Usa dell'aeroporto, e a poche centinaia di metri più avanti si vedono le luci del check point. Anche in questo secondo caso l'attacco alla macchina (dando per buona l'improbabile versione dei soldati che avrebbero sparato per paura - di che non si sa, visto che nascosti nel buio nessuno poteva vederli), appare altrettanto ingiustificato, e quindi analogamente criminale, dal momento che in ogni caso poche centinaia di metri più avanti il mezzo sarebbe stato costretto quasi a fermarsi. A meno che quei soldati appostati nel buio non avessero un altro obiettivo.
di GIULIANA SGRENA
[da il Manifesto del 6/2/2005]
«La nostra auto andava piano, gli americani hanno sparato senza motivo, Calipari è morto fra le mie braccia». Giuliana Sgrena torna in Italia e racconta il suo rapimento e la sua sanguinosa liberazione. Gli Usa insistono: solo un incidente. Ma la versione americana è smentita dai testimoni Il governo italiano tace, solo Ciampi insiste: «Mi aspetto spiegazioni». I pm indagano per omicidio volontario.
Sto ancora nel buio. E' stata quella di venerdì la giornata più drammatica della mia vita. Erano tanti i giorni che ero stata sequestrata. Avevo parlato solo poco prima con i miei rapitori, da giorni dicevano che mi avrebbero liberato. Vivevo così ore di attesa. Parlavano di cose delle quali soltanto dopo avrei capito l'importanza. Dicevano di problemi «legati ai trasferimenti». Avevo imparato a capire che aria tirava dall'atteggiamento delle mie due «sentinelle», i due personaggi che mi avevano ogni giorno in custodia. Uno in particolare che mostrava attenzione ad ogni mio desiderio, era incredibilmente baldanzoso. Per capire davvero quello che stava succedendo gli ho provocatoriamente chiesto se era contento perché me ne andavo oppure perché restavo. Sono rimasta stupita e contenta quando, era la prima volta che accadeva, mi ha detto «so solo che te ne andrai, ma non so quando». A conferma che qualcosa di nuovo stava avvenendo a un certo punto sono venuti tutti e due nella stanza come a confortarmi e a scherzare: «Complimenti - mi hanno detto - stai partendo per Roma». Per Roma, hanno detto proprio così.
Ho provato una strana sensazione. Perché quella parola ha evocato subito la liberazione ma ha anche proiettato dentro di me un vuoto. Ho capito che era il momento più difficile di tutto il rapimento e che se tutto quello che avevo vissuto finora era «certo» ora si apriva un baratro di incertezze, una più pesante dell'altra. Mi sono cambiata d'abito. Loro sono tornati: «Ti accompagniamo noi, e non dare segnali della tua presenza insieme a noi sennò gli americani possono intervenire». Era la conferma che non avrei voluto sentire. Era il momento più felice e insieme il più pericoloso. Se incontravamo qualcuno, vale a dire dei militari americani, ci sarebbe stato uno scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto. Dovevo avere gli occhi coperti. Già mi abituavo ad una momentanea cecità. Di quel che accadeva fuori sapevo solo che a Baghdad aveva piovuto. La macchina camminava sicura in una zona di pantani. C'era l'autista più i soliti due sequestratori. Ho subito sentito qualcosa che non avrei voluto sentire. Un elicottero che sorvolava a bassa quota proprio la zona dove noi ci eravamo fermati. «Stai tranquilla, ora ti verranno a cercare...tra dieci minuti ti verranno a cercare». Avevano parlato per tutto il tempo sempre in arabo, e un po' in francese e molto in un inglese stentato. Anche stavolta parlavano così.
Poi sono scesi. Sono rimasta in quella condizione di immobilità e cecità. Avevo gli occhi imbottiti di cotone, coperti da occhiali da sole. Ero ferma. Ho pensato...che faccio? comincio a contare i secondi che passano da qui ad un'altra condizione, quella della libertà? Ho appena accennato mentalmente ad una conta che mi è arrivata subito una voce amica alle orecchie: «Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele Polo, stai tranquilla sei libera».
Mi ha fatto togliere la «benda» di cotone e gli occhiali neri. Ho provato sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per le parole di questo «Nicola». Parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una consolazione quasi fisica, calorosa, che avevo dimenticato da tempo. La macchina continuava la sua strada, attraversando un sottopassaggio pieno di pozzanghere, e quasi sbandando per evitarle. Abbiamo tutti incredibilmente riso. Era liberatorio. Sbandare in una strada colma d'acqua a Baghdad e magari fare un brutto incidente stradale dopo tutto quello che avevo passato era davvero non raccontabile. Nicola Calipari allora si è seduto al mio fianco. L'autista aveva per due volte comunicato in ambasciata e in Italia che noi eravamo diretti verso l'aeroporto che io sapevo supercontrollato dalle truppe americane, mancava meno di un chilometro mi hanno detto...quando...Io ricordo solo fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti prima.
L'autista ha cominciato a gridare che eravamo italiani, «siamo italiani, siamo italiani...», Nicola Calipari si è buttato su di me per proteggermi, e subito, ripeto subito, ho sentito l'ultimo respiro di lui che mi moriva addosso. Devo aver provato dolore fisico, non sapevo perché. Ma ho avuto una folgorazione, la mia mente è andata subito alle parole che i rapitori mi avevano detto. Loro dichiaravano di sentirsi fino in fondo impegnati a liberarmi, però dovevo stare attenta «perché ci sono gli americani che non vogliono che tu torni». Allora, quando me l'avevano detto, avevo giudicato quelle parole come superflue e ideologiche. In quel momento per me rischiavano di acquistare il sapore della più amara delle verità.
Il resto non lo posso ancora raccontare.
Questo è stato il giorno più drammatico. Ma il mese che ho vissuto da sequestrata ha probabilmente cambiato per sempre la mia esistenza. Un mese da sola con me stessa, prigioniera delle mie convinzioni più profonde. Ogni ora è stata una verifica impietosa sul mio lavoro. A volte mi prendevano in giro, arrivavano a chiedermi perché mai volessi andar via, di restare. Insistevano sui rapporti personali. Erano loro a farmi pensare a quella priorità che troppo spesso mettiamo in disparte. Puntavano sulla famiglia. «Chiedi aiuto a tuo marito», dicevano. E l'ho detto anche nel primo video che credo avete visto tutti. La vita mi è cambiata. Me lo raccontava l'ingegnere iracheno Ra'ad Ali Abdulaziz di "Un Ponte per" rapito con le due Simone, «la mia vita non è più la stessa», diceva. Non capivo. Ora so quello che voleva dire. Perché ho provato tutta la durezza della verità, la sua difficile proponibilità. E la fragilità di chi la tenta.
Nei primi giorni del rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero semplicemente infuriata. Dicevo in faccia ai miei rapitori: «Ma come, rapite me che sono contro la guerra?!». E a quel punto loro aprivano un dialogo feroce. «Sì, perché tu vai a parlare con la gente, non rapiremmo mai un giornalista che se ne sta chiuso in albergo. E poi il fatto che dici di essere contro la guerra potrebbe essere una copertura». E io ribattevo, quasi a provocarli: «E' facile rapire una donna debole come me, perché non provate con i militari americani?». Insistevo sul fatto che non potevano chiedere al governo italiano di ritirare le truppe, il loro interlocutore «politico» non poteva essere il governo ma il popolo italiano che era ed è contro la guerra.
E' stato un mese di altalena, tra speranze forti e momenti di grande depressione. Come quando, era la prima domenica dopo il venerdì del rapimento, nella casa di Baghdad dove ero sequestrata e su cui svettava una parabolica, mi fecero vedere un telegiornale di Euronews. Lì ho visto la mia foto in gigantografia appesa al palazzo del comune di Roma. E mi sono rincuorata. Poi però, subito dopo, è arrivata la rivendicazione della Jihad che annunciava la mia esecuzione se l'Italia non avesse ritirato le sue truppe. Ero terrorizzata. Ma subito mi hanno rassicurata che non erano loro, dovevo diffidare di quei proclami, erano dei «provocatori». Spesso chiedevo a quello che, dalla faccia, sembrava il più disponibile che comunque aveva, con l'altro, un aspetto da soldato: «Dimmi la verità, mi volete uccidere». Eppure, molte volte, c'erano strane finestre di comunicazione, proprio con loro. «Vieni a vedere un film in tv», mi dicevano, mentre una donna wahabita, coperta dalla testa ai piedi girava per casa e mi accudiva.
I rapitori mi sono sembrati un gruppo molto religioso, in continua preghiera sui versetti del Corano. Ma venerdì, al momento del mio rilascio, quello tra tutti che sembrava il più religioso e che ogni mattina si alzava alla 5 per pregare, mi ha fatto le sue «congratulazioni» incredibilmente stringendomi fortemente la mano - non è un comportamento usuale per un fondamentalista islamico -, aggiungendo «se ti comporti bene parti subito». Poi, un episodio quasi divertente. Uno dei due guardiani è venuto da me esterrefatto sia perché la tv mostrava i miei ritratti appesi nelle città europee e sia per Totti. Sì Totti, lui si è dichiarato tifoso della Roma ed era rimasto sconcertato che il suo giocatore preferito fosse sceso in campo con la scritta «Liberate Giuliana» sulla sua maglietta.
Ho vissuto in una enclave in cui non avevo più certezze. Mi sono ritrovata profondamente debole. Avevo fallito nelle mie certezze. Io sostenevo che bisognava andare a raccontare quella guerra sporca. E mi ritrovavo nell'alternativa o di stare in albergo ad aspettare o di finire sequestrata per colpa del mio lavoro. «Noi non vogliamo più nessuno», mi dicevano i sequestratori. Ma io volevo raccontare il bagno di sangue di Falluja dalle parole dei profughi.
E quella mattina già i profughi, o qualche loro «leader» non mi ascoltavano. Io avevo davanti a me la verifica puntuale delle analisi su quello che la società irachena è diventata con la guerra e loro mi sbattevano in faccia la loro verità: «Non vogliamo nessuno, perché non ve ne state a casa, che cosa ci può servire a noi questa intervista?». L'effetto collaterale peggiore, la guerra che uccide la comunicazione, mi precipitava addosso. A me che ho rischiato tutto, sfidando il governo italiano che non voleva che i giornalisti potessero raggiungere l'Iraq, e gli americani che non vogliono che il nostro lavoro testimoni che cosa è diventato quel paese davvero con la guerra e nonostante quelle che chiamano elezioni.
Ora mi chiedo. E' un fallimento questo loro rifiuto?
di Gianni Barbacetto
[ da diario n°17/2004]

Il presidente della Sicilia Cuffaro. Il boss Guttadauro. Politici e mafiosi sono indagati, insieme, nell’inchiesta di cui nessuno parla.

C’è, nel Paese chiamato Italia, un’incredibile vicenda di politica e di mafia che molti conoscono, ma di cui nessuno parla. Una storia i cui singoli elementi sono noti, ma il risultato finale è invisibile. Una vicenda inesistente. La tv non ne parla. I giornali raccontano, in breve, di tanto in tanto, qualche passaggio, ma la trama complessiva resta sconosciuta.
E allora bisogna raccontarla, questa storia. Accade in Sicilia, nei palazzi del potere, della politica, dell’imprenditoria. E ha per protagonisti il politico più amato e votato dell’isola, Totò Cuffaro da Raffadali, e l’imprenditore più ricco e influente di Sicilia, Michele Aiello da Bagheria. Comprimari, in questa storia dove un ruolo centrale è giocato da Cosa nostra, non sono picciotti, pecorari, killer, ma stimati medici, irreprensibili professionisti: borghesia mafiosa, mai come oggi visibile nella trama sociale e criminale della Sicilia.
Questa, è chiaro, è una storia siciliana. Ma pone, come vedremo, un grosso problema anche alla politica nazionale: perché Totò Cuffaro, presidente della Regione e numero uno dell’Udc nell’isola, è l’azionista di maggioranza del partito di Casini, Follini e Buttiglione, che senza i voti raccolti in Sicilia da Cuffaro non potrebbero, a Roma, stare seduti dove sono. D’altra parte, qui è in corso una competizione durissima, come vedremo, tra Udc e Forza Italia, in lotta tra loro per conquistare il centro – in tutti i sensi – della scena politica.
Ma procediamo con ordine: questa storia, come tutte le storie siciliane, è complicata, dunque per non perdersi è necessario innanzitutto conoscerne personaggi e interpreti. Cuffaro e Aiello, protagonisti assoluti, li abbiamo già introdotti sulla scena. Il primo è un medico radiologo diventato politico straripante e infine presidente della Regione, dopo aver dimostrato sul campo di essere una macchina acchiappavoti, abilissimo a costruire consenso, tanto da aver saputo creare dal nulla, appunto, l’Udc, che qui è forte come in nessun’altra parte d’Italia (ha un quarto delle tessere e otto deputati su quaranta nazionali).
Al Nord è arrivata solo la leggenda di Totò Vasa-Vasa (Bacia-Bacia), per via dell’incredibile numero di mani che riesce a stringere e di baci che riesce a regalare nei suoi viaggi in giro per la Sicilia. Meno noto è un altro dei suoi soprannomi, «cioccolatino» (così veniva chiamato in vecchie intercettazioni telefoniche). E ancor meno conosciuta è la leggendaria dote delle sue agende, in cui sono memorizzati migliaia di nomi, e la sua mostruosa capacità di conoscere persone, incontrare gente, ricordare volti e nomi: per tutti ha la parola giusta, per ciascuno il saluto personalizzato, il ricordo preciso, la promessa da mantenere. Migliaia di richieste, grandi o minute, gli arrivano, personalmente o attraverso la sua segreteria. A tutte risponde, esaudendo le preghiere e dispensando miracoli.
Puffaro il kamikaze. L’ultimo miracolo l’ha fatto al Vinitaly di Verona, poche settimane fa: ha presentato due vini, «Euno» e «Pluzia». Il primo è un nero d’Avola, il secondo un blend di grillo e chardonnay. Per la cronaca, Euno è un siciliano che nel secondo secolo avanti Cristo difese gli schiavi, per questo finì processato, ma fu infine dagli schiavi stessi proclamato re.
Il pubblico della tv lo vide per la prima volta nel 1993, durante una tesissima puntata di Samarcanda in cui Michele Santoro aveva voluto raccontare, in diretta da un teatro palermitano, le vicende di Calogero Mannino, boss democristiano accusato di essere sceso a patti con Cosa nostra. D’improvviso, irruppe sulla scena un ometto rotondo che, contro tutto e tutti, difese strillando il leader democristiano. Quell’ometto era Totò Cuffaro, allora sconosciuto collaboratore di Mannino. Dopo quell’azione kamikaze, l’ometto fu irriso e per lungo tempo chiamato Puffaro. Ma è stato sufficiente aspettare qualche anno e la ruota della storia lo ha riportato alla ribalta. E in posizione di primo piano, questa volta: era lui, ormai, il leader dell’eterna Dc targata Udc.
Sempre al governo: Totò Vasa-Vasa, diventato assessore regionale all’Agricoltura, era come la Terra nel sistema tolemaico, le maggioranze cambiavano, al centrodestra seguiva il centrosinistra e poi ancora il centrodestra, ma lui era sempre al suo posto, eterno assessore con ogni maggioranza. Fino al 2001, quando il voto popolare con un milione e mezzo di suffragi lo incorona «governatore» della Sicilia.
Cuffaro continua a controllare l’azienda di famiglia, una delle più grandi imprese siciliane di autolinee. Con ciò dà origine, in verità, a un piccolo conflitto d’interessi: con una mano elargisce, come presidente della Regione, finanziamenti pubblici ai trasportatori privati (una lobby potente che intasca denaro pubblico per 300 miliardi di lire l’anno); con l’altra incassa quei finanziamenti e li mette nella sua tasca d’imprenditore. Ma chi sta a guardare un conflitto d’interessi per qualche rete d’autobus, nell’Italia delle reti televisive?
Totò, comunque, è soprattutto medico. Questo gli è stato utilissimo anche in politica: quante persone, da medico, ha incontrato, assistito, consolato, indirizzato, aiutato... Per tutti una ricetta, un consiglio, una raccomandazione. Quanti amici si è fatto, Totò, grazie al camice bianco, quanti voti si è conquistato. Ma il settore della sanità si presta a interventi anche più remunerativi. Un vecchio amico di partito, Salvatore Lanzalaco, con lui nella segreteria politica dell’onorevole Mannino, ha raccontato che già dalla fine degli anni Ottanta il giovane Cuffaro era, per conto di Mannino, il grande manovratore dei concorsi ospedalieri, lo specialista nella distribuzione di incarichi a medici e primari e di posti di lavoro in ospedali e Asl. Era lui – sempre secondo Lanzalaco – che determinava i membri delle commissioni di concorso, riuscendo così a «sistemare» da 2.000 a 2.500 tra medici e paramedici.
Lui nega, smussa, minimizza. Ammette, è vero, di aver ricevuto almeno 200 medici, nel 2001, accorsi a farsi segnalare per un concorso con in palio sei posti di assistente medico. Ma giura di avere sempre ascoltato tutti, senza aver mai fatto niente per nessuno (e come mai allora in tanti continuavano ad andare da lui?).
Aiello ne ha fatte di strade. Ha a che fare con la sanità anche il secondo protagonista di questa storia, Michele Aiello. Re delle cliniche siciliane, scrivono i giornali, proprietario di strutture mediche d’eccellenza, nel 2000 risulta essere il maggior contribuente della Sicilia: vuol dire che, se non è effettivamente il più ricco, è almeno quello che nell’isola deve dichiarare il reddito più alto (2.899.446 euro quattro anni fa), visto che le sue entrate in gran parte provengono dai finanziamenti pubblici, della Regione, per la sanità.
Aiello ha però una lunga storia alle spalle. Ingegnere, oggi è titolare di un gran numero di società che si occupano di movimento terra, edilizia, servizi, forniture di materiali per ufficio, oltre che di sanità, oggi il suo core business. Ma ha cominciato, a metà degli anni Ottanta, costruendo strade interpoderali. In questo campo la sua Straedil srl diventa rapidamente quasi monopolistica. Dieci anni dopo si butta nel business della salute. Nel 1996 rileva la Diagnostica per immagini srl, che poi diventa la Villa Santa Teresa di Bagheria. L’espansione è rapida: dalla diagnosi clinica alla terapia, dalla degenza alla riabilitazione.
Per un giorno è socio anche di Cuffaro, o meglio di sua moglie, Giacoma Chiarelli, che aveva una quota del Laboratorio Diagnostica Ormonale. Il 29 luglio 1997, infatti, Aiello entra nella società e sottoscrive l’aumento di capitale. I vecchi soci, tra cui Giacoma Vasa-Vasa, non seguono l’esempio e se ne vanno. Il Laboratorio diventa così di Aiello.
I guai per l’impresario di strade diventato re della sanità arrivano nel 2003. Di un certo Aiello in rapporti con Cosa nostra si era già sentito parlare a metà degli anni Novanta. Su un «pizzino», un biglietto proveniente da Provenzano e caduto nelle mani degli sbirri nel 1994, era scritto: «Ditta Aiello: deve fare lavoro strada interpoderale a Bubudello. Lago di Pergusa Enna. Ditta Aiello deve fare lavoro strada interpoderale al Bivio Catena Piazza Armerina». Ma è Nino Giuffré, l’ultimo dei «pentiti», a far chiudere il cerchio: l’Aiello vicino a Bernardo Provenzano, con il suo assenso costruttore di strade prima e re della sanità poi, è proprio l’ingegnere di Bagheria. Arrestato il 5 novembre 2003, con l’accusa di essere un imprenditore a disposizione di Cosa nostra.
Il tariffario segreto. Destino comune, quello di Aiello e quello di Cuffaro: sono due uomini di successo del settore sanitario. Potevano non incontrarsi? Si conoscono, si parlano, si consultano, si vedono. Ma dalla primavera 2003, quando decollano le indagini su di loro, smettono di comunicare. Evidentemente sanno dell’inchiesta. Hanno un incontro diretto, ma con accorgimenti tali che sembra uscito da un film di spie. Avviene alle 18 del 31 ottobre 2003, cinque giorni prima dell’arresto di Aiello. Niente contatti diretti tra i due. Nessuna telefonata. Intermediari per fissare l’appuntamento. Luogo scelto: una boutique di Bagheria, Bertini Uomo. Cuffaro, per non avere testimoni, addirittura semina la scorta. E infine, eccolo di fronte ad Aiello. Di che cosa parlano? L’ingegnere, dopo l’arresto, lo confessa: «Quel giorno parlammo del tariffario regionale della sanità che a me interessava per i rimborsi delle prestazioni delle mie strutture, ma discutemmo anche delle indagini in corso».
Sì, perché entrambi sanno che i carabinieri sono sulle loro tracce: hanno notizie di prima mano e una squadretta di spioni che li tiene ben informati. Cuffaro, nel suo interrogatorio del 9 febbraio 2004, non può non ammettere l’incontro, ma cerca di limitare i danni: «Non abbiamo parlato di indagini, ma solo del tariffario». Quella del tariffario della sanità è una bella grana, in Sicilia. Mettete due cordate imprenditoriali in competizione tra loro: Aiello da una parte, Guido Filosto dall’altra. Mettete, alle loro spalle, due diversi sostegni politici: l’Udc di Cuffaro dietro Aiello, Forza Italia e l’assessore Ettore Cittadini dietro Filosto. Mettete che, comunque, è la Regione che paga sempre. Otterrete uno scontro epico, in cui diventa determinante il tariffario dei rimborsi regionali: se si pagano meglio gli interventi sofisticati, incassano di più le strutture d’eccellenza di Aiello; se si privilegiano le prestazioni medie, cresce il guadagno di Filosto. In casa di Aiello è stata sequestrata una bozza del tariffario regionale, ancora segreto, con sottolineate in blu le parti più «delicate». Ma mentre lo scontro era ancora in corso, sono arrivati i carabinieri.
Ora la contesa continua sul piano politico: Forza Italia ha fatto il pieno di voti in Sicilia, ma l’Udc di Cuffaro continua a erodere consensi, e proprio nel bacino da cui attinge anche Forza Italia. La vocazione dell’Udc, in fondo, è quella di rendere inutile il partito di Berlusconi, di sostituirsi a Forza Italia, di conquistarne gli interlocutori (di ogni tipo), di riconquistare infine il ruolo che fu della Dc. Come finirà? A chi gioveranno le indagini in corso? Lo sapremo il 13 giugno.
La squadretta di spioni. Per difendersi da eventuali indagini, Aiello aveva a disposizione una squadretta di spioni che lo informavano in tempo reale sulle inchieste, sulle intercettazioni, sulle microspie. Ne facevano parte il maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo, il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, l’ex carabiniere passato alla politica (nell’Udc, naturalmente) Antonio Borzacchelli. Aiello per mesi non parla mai ai telefoni della sua clinica di Bagheria (sa che sono intercettati). A chi lo chiama fa dire che non c’è. Poi, appena viene sospeso il servizio d’intercettazione, si attacca al telefono e parla, parla, parla. Che qualcosa non quadri appare chiaro anche al tenente colonnello dei carabinieri che sta conducendo le indagini, Giammarco Sottili, che poi, con vezzo classico, titolerà il suo rapporto «Timeo Danaos»: «Temo i Greci, anche quando portano doni», scriveva Virgilio. Il dono in questione era un grande cavallo di legno; e cavalli di Troia erano le talpe che scavavano tra investigatori e magistrati del palazzo di giustizia di Palermo per poi riferire ad Aiello. Avevano organizzato una rete telefonica parallela e segreta, per evitare le intercettazioni. Ma Sottili la scopre e scopre così il gioco delle talpe. Ciuro e Riolo vengono arrestati insieme ad Aiello.
Le notizie più delicate, però, arrivano al re delle cliniche da una fonte diversa, più informata: una supertalpa. Chi è? Secondo i magistrati è Totò Cuffaro in persona. È lui ad avvertire Aiello e i suoi coimputati degli snodi più delicati, dei passaggi più critici dell’indagine: «Cuffaro mi disse», «L’ho saputo da Totò», ripetono i protagonisti di questa storia. E le fonti del «governatore» non sono le talpine palermitane, ma semmai una qualche talpona romana. Finora senza volto.
Borghesia mafiosa. I guai di Cuffaro precedono quelli di Aiello. Cominciano nel 2001, quando due magistrati di Palermo determinati e intelligenti, Nino Di Matteo e Gaetano Paci, mettono sotto indagine un gruppo di professionisti palermitani. La loro attenzione è catturata dapprima da un medico quarantenne: Mimmo Miceli, ex assessore alla Sanità a Palermo, uomo di fiducia di Cuffaro, da questi posto al vertice della Multiservizi, la società che svolge le manutenzioni per il Comune di Palermo ed è uno dei serbatoi di consenso dell’Udc.
Miceli, secondo i magistrati, era in stretti rapporti con Giuseppe Guttadauro detto Peppino, ex primario dell’ospedale civico di Palermo. Oggi Guttadauro, come medico, è in pensione, ma resta in attività – sempre secondo i magistrati – come mafioso: boss di Brancaccio, già condannato in passato per la sua affiliazione a Cosa nostra, è lo sponsor di Miceli alle elezioni regionali del 2001. Miceli non riesce a essere eletto, ma diventa il braccio operativo di Guttadauro dentro l’amministrazione comunale e la politica. «Berlusconi, se vuole risolvere i suoi problemi, ci deve risolvere pure quelli nostri», dice Guttadauro, intercettato dai carabinieri.
Nel mirino di Di Matteo e Paci entra anche un mafioso di Altofonte residente a Milano e a Milano in contatto con Marcello Dell’Utri: Salvatore Aragona, anch’egli medico, grande amico di Guttadauro, già condannato a nove anni per favoreggiamento di Giovanni Brusca, l’uomo che azionò il telecomando contro Giovanni Falcone.
Borghesia mafiosa, gente colta, rispettati professionisti. Ben inseriti in quell’area grigia che collega Cosa nostra con la società, gli affari, la politica. Guttadauro, Aragona e Miceli vengono arrestati il 26 giugno 2003. Hanno tutti una cosa in comune: stretti rapporti con Totò Cuffaro. E Miceli, il pupillo di Guttadauro, che lo aveva sostenuto in campagna elettorale, era il tramite tra i mafiosi e Vasa-Vasa. Scatta così il primo avviso di garanzia inviato al presidente della Regione: per concorso esterno in associazione mafiosa. Totò era stato eletto «governatore» da meno di tre settimane e già andava a incontrare all’hotel Excelsior di Palermo, il 30 luglio 2001, Miceli e il cognato di Peppino Guttadauro, Vincenzo Greco, anch’egli medico, già condannato nel 1996 per avere curato il killer di padre Pino Puglisi. Peccato che le telecamere dei carabinieri abbiano ripreso tutto. Le microspie, poi, registrano Peppino che spiega alla moglie Gisella: «Ogni volta che ci andiamo ci devono mettere il tappeto, devono stare affacciati al finestrone e dire: stanno venendo. Perché quando tu fai a uno una campagna elettorale, e gliela fai per davvero, non è che poi si babbulia». Non si scherza con il boss che ti ha fatto eleggere.
Dopo aver individuato i rapporti tra Totò, Mimmo e Peppino, i magistrati si dedicano alle indagini su Aiello, sul suo collaboratore Aldo Carcione, sulle talpine e sulle talpone. Altri uomini dell’Udc finiscono sotto inchiesta: accanto a Miceli e Borzacchelli, capita al deputato nazionale Francesco Saverio Romano, uomo di collegamento tra Cuffaro e Roma; all’ex consigliere provinciale Antonino Cosimo D’Amico, candidato di Provenzano alle regionali del 2001 («I picciotti di Bagheria hanno u piaciri di portare questo signore», aveva detto Binnu a Giuffré, consegnandogli i «santini» elettorali da diffondere); a Bartolo Pellegrino, assessore di Cuffaro, che a pranzo con un boss malediva – intercettato – gli «sbirri e infami»; e a Nenè Lo Giudice, detto Mangialasagne, assessore regionale che aveva fatto la campagna elettorale con la musica del Padrino e diceva: «Io sono amico di quelli giusti, i mafiosi con le palle».
Problema udc. Ma gli occhi sono puntati su di lui, su Totò. Nessuno oggi ricorda più la vecchia inchiesta per abusivismo edilizio e abuso d’ufficio aperta dalla procura di Agrigento su Cuffaro in quanto socio della H&C and Sons, proprietaria dell’albergo di Capo Rossello a Realmonte. Poca attenzione hanno avuto anche le rivelazioni di Gioacchino Genchi, superconsulente della procura di Palermo, che nel corso di un processo ha raccontato che il funzionario regionale Natale Tubiolo, escluso dal gabinetto del presidente Cuffaro dopo che erano state scoperte le sue pendenze giudiziarie, era in contatto con molti mafiosi e, contemporaneamente, con Cuffaro. Dimostrato dai tabulati telefonici del 1992-93, che evidenziano contatti tra Tubiolo e Totò, allora deputato regionale. «Niente di scandaloso», replica Cuffaro, «Tubiolo allora era un dirigente della Dc».
Più clamore hanno fatto le indagini in corso a Palermo, in cui Cuffaro deve rispondere dei reati di concorso esterno in associazione mafiosa e rivelazione di segreto d’ufficio. A queste ora si è aggiunta l’indagine di Messina sullo smaltimento rifiuti: è accusato, anche qui, di aver divulgato notizie riservate sugli appalti. Del resto, Cuffaro è anche commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Sicilia. Da uomo trasversale qual è, Totò a Messina non si è smentito: è indagato insieme a uomini della sinistra, gli «imprenditori rossi» Gulino e il boss Ds Mirello Crisafulli.
Ma pochi hanno ritenuto scandaloso che il presidente della Regione sia indagato per mafia. Pochissimi hanno rilevato che già le ammissioni fatte («Con Aiello abbiamo parlato solo del tariffario») siano gravissime. La vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, Angela Napoli di An, ha chiesto le dimissioni di Totò, ma è stata subito smentita anche dai leader del suo stesso partito.
Dell’affaire Cuffaro la politica non si cura. Non se ne cura il suo partito, solitamente così giudizioso a Roma. Non se ne curano i più alti esponenti dell’Udc, il presidente della Camera Pierferdinando Casini, il segretario Marco Follini, il ministro Rocco Buttiglione. Ormai la mafia non indigna, l’antimafia non appassiona. Un investigatore di Palermo dice, con un sorriso amaro: «La situazione è migliorata. Ieri si diceva: “La mafia non c’è”. Oggi si dice: “La mafia c’è stata”». Quanto a lui, Totò Cuffaro, dopo avere a suo tempo difeso dalle «mascariate» il suo amico e maestro Calogero Mannino, ora difende se stesso. Anche candidandosi alle elezioni europee: un seggio a Strasburgo vuol dire immunità.
Ha collaborato Alessio Gervasi
di Renato Caprile
[da la Repubblica di oggi]
Nella ex prigione di Saddam ci sono diecimila detenuti in condizioni "inumane". Chi è passato in quelle celle racconta: "Le immagini che ho visto dei marines mi ricordano gli aguzzini del raìs".
Nel gergo dei criminali iracheni era semplicemente Madinat al ro´ub. La città del Male. Definizione fin troppo calzante per dare l´idea di cosa sia stato Abu Ghraib, il carcere di Saddam. L´immensa prigione color della sabbia dove sono stati torturati ed uccisi migliaia di oppositori del regime.
Costruito nei primi anni Settanta a una ventina di chilometri scarsi da Bagdad sulla strada che porta a Falluja, Abu Ghraib anche oggi che il rais non c´è più continua a essere un inferno. Diecimila detenuti. Troppi. Il doppio di quelli che potrebbero starci. Uomini e donne. Ladri, assassini e terroristi. E violenze di ogni tipo, stupri ed anche torture.
Ma stavolta gli aguzzini non sono iracheni. Vestono la divisa dei marines che controllano da oltre un anno il penitenziario. Un pugno di soldati che si sono macchiati di crimini orrendi. Hasina, ventidue anni, sorella e complice di un presunto guerrigliero ha denunciato di essere stata insieme alle sue compagne di cella ripetutamente stuprata.
Un grido d´aiuto sotto forma di messaggio fatto uscire all´esterno. Poche righe affisse sui muri del suo quartiere e distribuite all´esterno della moschea. «Attaccate il carcere, venite a liberarmi, se dovessi restare incinta mi uccido». Il carcere non l´hanno attaccato ma un effetto quella denuncia lo ha comunque prodotto. Sei soldati sono finiti sotto inchiesta con l´accusa di violenza sessuale ai danni di alcune detenute.
Il generale americano Mark Kimmit ha assicurato che subiranno un processo. Poi la storia delle torture denunciata ieri l´altro dai media Usa che ha inorridiro Tony Blair.
«Non è cambiato niente», dice Raad Abdullah che ad Abu Ghraib c´è stato sette lunghissini anni. «Erano delle canaglie i nostri secondini, ma non mi pare che siano migliori gli americani. Non tutti è vero ma quelle immagini che ha diffuso ieri al Jazeera mi hanno ricordato gli aguzzini del presidente. Più o meno gli stessi metodi». Raad non è né un ladro né un assassino. Aveva disertato, l´hanno acciuffato e si è beccato dieci anni.
Ma ha beneficiato insieme ad altri tremila detenuti dell´amnistia regalata da Saddam poco prima dell´inizio della guerra. Negli ultimi giorni aveva bisogno di tutti il raìs, anche della feccia della società, degli psicopatici, dei serial killer, liberati così da un giorno all´altro. Raad quel carcere quindi lo conosce bene. «Non ho mai sentito di uno che sia riuscito ad evadere.
Impossibile. Tra il muro di cinta e il corpo della prigione c´è più di un chilometro allo scoperto. Dalle torrette avevano l´ordine di sparare su qualunque cosa si muovesse in quell´area. E lo facevano».
I più poveri, quelli senza alcuna protezione, finivano in camerate con cinquanta brande. «Chi non c´è stato non può capire cosa sia. Ci si accoltellava per un niente. Eravamo come degli animali, peggio che animali. Chi aveva un po´ di soldi riusciva a strappare una sistemazione migliore, con soltanto cinque o dieci compagni di sventura. Anche lì i soldi avavano il potere di farti soffrire di meno. Ma questo soltanto per quelli che si eranno macchiati come me di reati comuni, perché i politici avevano un trattamento a parte.
Non li vedevamo, di notte li sentivamo urlare. Sapevamo che c´era una camera per le torture, ma io non l´ho mai vista. Mercoledì era il giorno delle esecuzioni. Chi voleva poteva assistere. E così una volta ho visto qualcosa che non dimenticherò. Il condannato era un tipo piccolino, magro come un chiodo, avrà pesato sì e no una quarantina di chili. Non ho idea di che cosa fosse accusato. Lo dovevano impiccare.
Il boia gli ha passato la corda intorno alla testa, poi ha aperto la botola, ma quel poveraccio non moriva. Troppo leggero. E lui, occhi negli occhi, gli si è avvicinato, lo ha preso per le spalle e lo spinto giù fino a spezzargli il collo».
Dopo la caduta di Bagdad, il penitenziario di Abu Ghraib è stata assaltato diverse volte. A colpi di mortaio nell´agosto dello scorso anno (sei morti e 59 feriti). Sempre a colpi di mortaio poco più di una settimana fa con un bilancio da strage: venti morti e oltre cento feriti.
I tentativi di rivolta non si contano e spesso sedarli non è stato facile. Davanti a quel carcere nel quale hanno perso la vita anche molti soldati americani è stato ucciso un cameraman della Reuter´s, il palestinese Mazen Dama. E non lontano da quella prigione, che è in una zona tra le più degradate del paese, sono stati sequestrati anche i quattro italiani.