25.02.05

Grillo Ruggente

di Andrea Scanzi
[da L'Espresso n°8/2005]

Politici. Industriali. Manager. Ma anche televisioni e giornali. Il comico lancia un affondo a tutto campo. E scommette su Internet: 'Nella guerra mondiale per l'informazione solo il Web ci può salvare'

colloquio con Beppe Grillo

Affari Suoi
Nel 1991, un sondaggio Abacus attestò che Beppe Grillo era il comico più famoso d'Italia. Oggi, a giudicare dai Palasport puntualmente pieni, non molto è cambiato. Eppure Grillo non fa più televisione. Da molto tempo. Niente più 'Te la do io l'America', 'Fantastico'. Niente più Sanremo. Niente più 'Discorsi all'umanità'. Da 15 anni, Grillo porta avanti una satira che prima di lui non esisteva, quella economico-ecologica. Un monologo a stagione, sempre in giro per l'Italia, 5 mila spettatori a serata. Il Tour 2005, varato a Pordenone, si chiama 'Beppe Grillo.it'. Al centro, una convinzione: solo la Rete può salvarci.

Perché crede che Internet sia così importante?

"Siamo nel mezzo della terza guerra mondiale: quella dell'informazione. L'unico modo per salvarsi è sapere. Conoscere le notizie. Noi abbiamo un mezzo, la Rete, che ci consente di arrivare dritti alle notizie. La politica, le televisioni, i giornali arrivano sempre dopo. Quando c'è stato lo tsunami, Fini andava in tv e faceva lo sguardo di circostanza come rappresentante dell'unità di crisi. Gli passavano i bigliettini e diceva che i dispersi erano 18, poi 16, poi 10. Nel frattempo bastava collegarsi a Internet e c'era tutta la lista dei ricoverati negli ospedali. Fini non rappresentava l'unità di crisi: rappresentava la crisi".

Non nutre fiducia nella politica.

"I politici sono superati. Non ci rappresentano più. La sinistra mi mette tristezza. Per vincere basterebbe che si chiudesse in una beauty farm per un anno e non avesse alcun contatto con l'esterno. Non dovrebbe parlare mai. Vincerebbe ovunque. E invece parla. Io vorrei una sinistra che non replica a Calderoli, perché a uno come Calderoli non devi replicare: devi guardarlo con sbigottimento, solo questo. La sinistra si interroga sui leader, ma noi non siamo bambini, siamo adulti. Non abbiamo bisogno di leader. Ma di programmi, di progetti sui grandi temi: energia e informazione".

Nello spettacolo se la prende con Fassino.

"Fassino è una brava persona, lo è anche Bertinotti. Bertinotti voleva mettermi in contatto con Rifkin, quello della macchina a idrogeno. Gli ho detto di dargli la mia mail, l'indirizzo del mio blog, www.beppegrillo.it. Ho sentito un silenzio: 'Non mi puoi dare il telefono?'. Poi ha aggiunto: 'Come si scrive www?'. Questo dà il senso di quanto certi politici siano inadeguati. A 'Porta a Porta' Fassino aveva davanti Paolo Scaroni, l'amministratore delegato Enel, sotto inchiesta a Rovigo per disastro ambientale e condannato anni fa per corruzione perché con la sua Techno-Int pagava tangenti proprio all'Enel: viste le credenziali, questo governo non poteva non fargli fare carriera. Scaroni ha detto che 'il futuro è il nucleare, il nucleare è sicuro'. Io speravo che Fassino gli saltasse alla gola e con la forza dei suoi tre globuli rossi lo strozzasse, ma ha replicato timidamente. Siamo costretti a scegliere tra una destra che vuole il nucleare e una sinistra rimasta al carbone. Tra il peggio e il leggermente meno peggio. Io non voglio votare pro o contro Fassino. Voglio votare pro o contro Scaroni, Tronchetti, Romiti, perché è questa la gente che mi cambia la vita".

Perché ha aperto il blog?

"Perché è una cosa viva, la gente lascia messaggi. Da qui alla fine manderemo un milione di mail a Ciampi, chiedendo il ritiro delle truppe dall'Iraq. Gustavo Selva, il presidente della commissione Esteri della Camera, ha candidamente affermato a 'Libero' che siamo andati in Iraq per fare una guerra, e che la storia dell'intervento umanitario era una ipocrisia per ingannare Ciampi. Per una cosa così, ovunque sarebbero scesi in piazza. Da noi no. Provo sgomento per la morte dell'elicotterista italiano, ma non puoi chiamare 'costruttore di pace' un mitragliere. Il futuro è in siti di democrazia diretta come Wikipedia, Oracle, Soaw. Cose nate per scherzo, dentro un garage, come fu per la Apple e Google. Di fronte alle torture in Iraq, Usa e Inghilterra hanno parlato di 'mele marce'. Non è così. Da Internet mi sono scaricato l'Exploitation Training Manual, un trattato dell'83 che è il manuale del perfetto torturatore. Lo applicano a Fort Benning, una scuola in Georgia che ha 'laureato' anche Noriega. Nel manuale, con linguaggio manageriale, c'è scritto tutto: come deve essere la prigione, come si tortura un uomo colto, come si tortura un ottimista".

Dopo il crack Parmalat, lei è diventato il più grande consulente globale di finanza in Italia.

"Ma io faccio il comico, non dovrebbe essere così. Del caso Parmalat parlavo da sette anni, la Finanza mi ha prelevato alle 9 di mattina e chiesto come facevo a sapere. Semplice: avevo fatto delle ricerche. Già che c'ero, gli ho portato il materiale su Mediaset e Telecom, così magari si portavano avanti nel lavoro. La Cnn americana ha trasmesso quattro volte nel mondo una mia intervista di 15 minuti nelle sue news. In Italia non mi ha cercato nessuno".

Parla spesso di "capitalismo senza capitali" come grande male dell'economia italiana.

"In Italia i grandi manager comprano le azioni delle loro società, le pagano meno e poi le rivendono a un prezzo maggiorato. Rubano con le stock option. È un meccanismo facile, perché il consulente finanziario che ti controlla i bilanci è lo stesso che prima ti ha insegnato a falsificarli. In America becchi 24 anni per falso in bilancio, da noi lo depenalizzano, la chiamano 'contabilità creativa'. Da noi le leggi vengono fatte dai fuorilegge. In trent'anni abbiamo cancellato tutte le nostre industrie. In Bangladesh le banche hanno salvato i poveri dagli aguzzini, da noi fanno il contrario. Il 'Time' ha dedicato la copertina al nostro capitalismo malato, e a me tocca vedere Geronzi che va dal papa e afferma di condividere i suoi 'principi evangelici'. I grandi capitalisti come Olivetti e Piaggio non esistono più, ora abbiamo Lapo Elkann, che agli azionisti dice che 'la situazione non è poi così male, abbiamo fatto una joint venture con l'Iran per il lancio nel 2005 di una macchina rivoluzionaria: la Zigulì'. La General Motors ha pagato un miliardo e mezzo per andarsene, e alla Fiat esultano. Sarebbe come se io andassi a comprare una Fiat Croma, me la offrissero per 10 mila euro e io pagassi non per comprarla, ma per lasciargliela lì. Questi manager andrebbero studiati nelle scuole, per imparare a capire cosa non si deve fare. I capitalisti di oggi non comprano le società: mettono nei consigli d'amministrazione i loro uomini. Le spolpano dall'interno e poi se ne vanno, lasciando debiti spaventosi. Ecco il capitalismo senza capitali. Telecom ha nove volte i debiti di Parmalat. Il 40 per cento delle aziende quotate in Borsa ha cinque consiglieri d'amministrazione in comune. È sempre la stessa gente. Si parla di conflitto d'interessi, ma ormai è un interesse senza conflitto. Berlusconi gestisce, senza possederle, sette società, tra cui Mediaset, Mondadori, Mediolanum, Sirti e Data Service. Ovvero le tv, l'energia, l'informazione. Con questa tecnica Tronchetti Provera ha in mano 41 società. In un pomeriggio, con un mio amico, ho buttato giù il Grillo Index. L'Italia è 74esima come libertà di stampa e 83esima come indice di stabilità ambientale. E con Berlusconi, il 'Portatore Nano di democrazia', l'indice di competitività è franato al 51esimo posto".

Lei è stato attaccato dai ricercatori, ha detto che certa ricerca non va finanziata.

"Non l'ho detto io, l'hanno detto i direttori delle 17 più importanti riviste scientifiche mondiali. I ricercatori puri non esistono più, sono a libro paga delle case farmaceutiche. E le case farmaceutiche hanno bisogno di nuove malattie. I nuovi malati di oggi sono i sani. In America hanno inventato una malattia che colpirebbe i bambini 'sovraeccitati'. Essere casinisti a sei anni è diventata una malattia. A questi bambini danno una pasticca al giorno, il Ritalin della Novartis, che è un metilfemidato, simile all'anfetamina. Senza dirlo a nessuno, nel marzo 2004 un comitato mondiale di saggi, quasi tutti a libro paga dei colossi farmaceutici, ha abbassato la soglia delle tre maggiori patologie: diabete, colesterolo alto, ipertensione. Significa che se tu il 28 febbraio 2004 eri sano, il 2 marzo con le stesse analisi diventavi malato. Così hanno inventato centinaia di milioni di nuovi malati. Solo con la Rete riesci a sapere queste cose. Certi farmaci preventivi sono peggio della guerra preventiva. La prevenzione è il più grande affare della storia, devi essere informato, altrimenti muori come uno stupido. Berlusconi ha donato 10 miliardi per la ricerca sul tumore al pancreas. Bello. Poi però ti informi e scopri che il tumore al pancreas è rarissimo, colpisce 11 casi su 100 mila ed è incurabile. Perché, allora, dovrei farmi il controllo? Dopo i 50 anni ti dicono di fare per forza il Psa, l'esame alla prostata, ma non ti dicono che il Psa nei 50 per cento dei casi sbaglia e non distingue tumore da prostata ingrossata. Quando ti fanno la biopsia, prelevano 18 tessuti diversi dalla prostata, ma non è detto che proprio in quei 18 ci sia il tumore. E 20 persone su cento, dopo la biopsia, restano impotenti. Alle donne dicono di fare la mammografia. Su mille persone, 40 hanno il tumore. A due salverai la vita, alle altre 38 no. Però anche qui non ti dicono che c'è un 10 per cento di falsi negativi e falsi positivi".

Tutte cose che nello spettacolo dice.

"Il mio monologo si chiude così: 'Con la Rete aspetteremo l'avvento di un nuovo Rinascimento'. È una speranza".

06.02.05

Un po' di felicità

di Furio Colombo
[da l'Unita del 6/2/2005]

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Se questo fosse già un Paese normale, con una stampa e una televisione normale, gli italiani avrebbero visto in diretta, e constatato in ogni cronaca, un fenomeno sorprendente:
Silvio Berlusconi è apparso di colpo molto piccolo, un nano (l’affermazione è politica) non solo a confronto con i suoi avversari, ma accanto all’Italia, ai suoi cittadini preoccupati, ai suoi problemi che sembrano ormai sfuggire al controllo, accanto a operai e imprenditori che cercano di capire come mai non si vede il futuro, accanto a studenti, insegnanti, intellettuali, ricercatori che cercano di orientarsi nel vuoto, commercianti e piccole imprese a cui sfugge di mano il filo e il senso del contenitore Italia
, dove la gente non compra, chi produce non vede, chi sa non può condividere il suo sapere, chi è bravo non può fare ricerca, chi costruisce non ha committenti o sostegni, mentre diminuiscono fino a sparire sicurezza e legalità. Ha scritto ieri su “La Repubblica” Michele Serra: «È una brutta cosa che tutto ciò accada. Ma è anche peggio che venga chiamato estremista chi lo racconta».

Ma il precipitare verso misure politicamente irrisorie del capo del governo, di Forza Italia, della coalizione immersa in un continuo, furioso litigio detto "Casa della Libertà", e di una costellazione di grandi aziende mediatiche, pubblicitarie, assicurative, bancarie, si deve prima di tutto a ciò che Berlusconi ha fatto e detto di sua iniziativa negli ultimi tre giorni, che adesso appaiono come una improvvisa rivelazione. È vero, a causa del blocco delle informazioni che incatena l’Italia non tutti, non tanti italiani si sono resi conto in pieno dell’evento.

Ma l'evento ha finito per venire alla luce proprio per la succube fedeltà dei media: Berlusconi ha voluto precipitosamente correre davanti alle telecamere perché temeva di esser oscurato.

Temeva, lo sappiamo, di essere oscurato dal Congresso Ds. No, non ne teme il lavoro, l'impegno, gli argomenti, i programmi, i protagonisti o la retorica politica e neppure le polemiche contro di lui. Berlusconi sa - è il suo problema - di essere superiore a tutto, disprezza apertamente persino i suoi alleati e i suoi diretti dipendenti (che pure lo servono con fervore). Temeva che tutta quella enorme messa in scena di donne e di uomini che si affannano a disegnare un percorso di rinascita per l'Italia, di ritorno alla normalità di un intero Paese deragliato, non lo riguardasse. Dirò meglio: sapeva benissimo che si sarebbe tornati continuamente a lui e al suo nome con un po' di denigrazione, molte accuse di incapacità e frecciate alla sua immagine, ora drammatiche (perché drammatica è la situazione italiana) ora spiritose. Ma la sua vera preoccupazione, un'ansia così incontenibile da spingerlo all'imprudenza, al grave errore mediatico (proprio lui) era l'irrompere, al centro della scena, dei fatti e problemi con cui si dibatte l'Italia. In questo l'unico presidente del Consiglio Europeo che risieda ufficialmente in una villa abusiva, ha avuto fiuto, più fiuto di molti illustri commentatori ed editorialisti che pure gli stanno vicino. Berlusconi ha capito che il Congresso Ds sarebbe stato un lavoro di costruzione e non una rissa. Ha capito che non sarebbe stato un convegno in politichese ma una serie di affermazioni e proposte in chiaro italiano, sul modo di ricostruire l'Italia. Ha capito, da buon Mago di Oz, il pericolo: avrebbero portato in scena l'Italia nelle sue dimensioni reali, devastazioni, problemi, speranze.

Un capo di governo normale, in una normale democrazia sa di essere esposto a bufere di critiche, chiamate anche “impegno costituzionale della opposizione”. Ma Berlusconi è un Mago di Oz stizzoso e vendicativo, a cui non va giù la critica, neppure la più mite. Lui nutre una sincera adorazione per se stesso che, come sappiamo, gli fa velo (ovvero gli fa perdere il controllo) quando si levano voci di dissenso. Con buon istinto, però, Berlusconi ha visto subito il vero pericolo: non che si parlasse male di lui, che è già inaudito, ma che si parlasse bene dell'Italia, intesa come un Paese carico di energia e di valori che, se governato da gente pulita, competente, normale, può rifiorire. Sperava, come i suoi molti editorialisti, in una bella zuffa a sinistra. Ma ha capito un attimo prima che se lasciava libero il video, molti spettatori avrebbero intravisto come può, in altre mani, rinascere l'Italia e tornare ad essere un libero, normale e prospero protagonista della nuova Europa.
Il leader politico della più grande impresa mediatico-pubblicitaria che abbia mai governato un Paese democratico, non lo poteva permettere. Di qui la corsa a mettere insieme in poche ore una assemblea di impiegati, detto “consiglio nazionale di Forza Italia”, una cosa che nessuno ha mai eletto e che non ha alcuna parentela con la democrazia. Di qui la decisione di far spettacolo, occupando televisioni, radio e giornali, non come lui ritiene giusto (sempre) ma almeno secondo quella «par condicio» che lui detesta e che si appresta a far cancellare dalle leggi italiane.

L'idea era questa: qualunque cosa voi diciate, io griderò «comunisti!», ricorderò Foibe jugoslave e Gulag sovietici come ho fatto nel Giorno della Memoria invece di parlare di Fossoli, della Risiera di S. Saba e dei delitti italiani della Shoah. E poiché sono molti - per ragioni di lavoro - a venirmi dietro, mi basterà denunciare, momento per momento, coloro che osano criticarmi. Se sarà necessaria qualche calunnia non ci tireremo indietro, deve aver detto ai suoi impiegati che hanno compilato e distribuito il «dossier» su l'Unità, altra trovata per deragliare l'attenzione degli italiani dal Congresso Ds.

Dove sta il clamoroso errore mediatico del nostro uomo, motivato, come sempre, da cattive intenzioni ma non furbissimo? Abituato ai suoi circhi di cartapesta, alle sue «Pratiche di mare» con statue finte e giardini di plastica, a ritornare da convegni internazionali assicurandoci di avere sistemato il problema del dollaro, tutto Berlusconi si sognava, tranne che il Congresso Ds, invece di dibattere dei rapporti fra Stalin e Bucharin, si dedicasse a discutere l'Italia trasformando il congresso in tre grandi occasioni: porre fine alle divisioni, mettere il leader di tutta l'opposizione al centro del ruolo e della visibilità, presentare punto per punto, problema per problema, dentro l'Italia e nella politica estera, un vero impegno di governo.

Ecco dove è apparso all'improvviso il problema di Berlusconi. A confronto con fatti veri, la sua figura non si vede. Accanto a un programma che non si occupa del passato ma del futuro, Berlusconi non si nota. Se confrontate veri problemi con un leader invadente, autoritario, intollerante, ma vistosamente incompetente capo di un governo che dovrebbe fermare il rotolare in basso dell'Italia smettendola di mentire, la sua figura scompare. Niente fa pensare che chi ha creato tutti i problemi italiani possa risolverli. Sempre meno cittadini ci credono.

E proprio mentre lui - Berlusconi - voleva attrarre l'attenzione su di sé, ripetendo le sue accuse di comunismo che hanno smesso di fare colore e ormai irritano anche gli alleati (si veda la tempestosa rivolta di molti delegati durante il Congresso del Pri di La Malfa), al Congresso Ds ha cominciato a parlare Romano Prodi. E subito si è sentito il tono adulto, autorevole ma anche equilibrato e normale di quel congresso. C'è un partito che mostra forza e unità, e la capacità di contribuire in modo robusto alla coalizione di opposizione. Questo partito fa spazio e presenta al Paese il leader che guiderà il più importante confronto elettorale che l'Italia abbia mai vissuto.

Per un errore di protagonismo di Berlusconi, la sua voce modesta, risentita, vendicativa, tutta dedicata a un inesistente passato, si è sentita nel suo improvvisato controcongresso. Proprio mentre in un luogo vero, fra gente vera, in circostanze storicamente rilevanti, gli italiani, potevano ascoltare la voce, le idee, i progetti di Prodi, tutti volti al presente drammatico in cui si dibatte il Paese. E ciò avviene non sotto il comunismo ma sotto Berlusconi, ai tempi in cui Gasparri, ministro di Polizia della Informazione, paragona Fassino ai terroristi (dichiarazione all'Ansa, 5 febbraio, ore 20), ai tempi in cui Lunardi, ministro dei Trasporti, dice agli automobilisti congelati della A3 che chiedono aiuto «Arrangiatevi. Io non sono il ministro delle nevicate». Ai tempi in cui il presidente della Regione Sicilia e leader della coalizione berlusconiana nell'isola è coinvolto in un processo di mafia.

Prodi dice: «L'Italia ha bisogno di verità, non di promesse ma di soluzione, di un disegno per tutti che prevalga sugli interessi di parte, perché se si lasciano prevalere gli interessi di pochi si rovina il Paese».

Prodi dice: «Dobbiamo dire tutta la verità al Paese, sul suo stato di salute, sulla sua distanza dal resto dell'Europa. Non si governa affidandosi ai sondaggi. Un leader deve avere il coraggio di prendere anche decisioni sgradite, se è necessario».

Il problema dell'uomo di villa Certosa, residenza abusiva del primo ministro, è di farsi trovare in scena mentre parla Prodi, di farsi cogliere dalle telecamere mentre è intento a fare siparietti sul comunismo senza accorgersi che ha già esaurito sia il suo repertorio di bonomia e barzellette, sia quello di minacce, morte e sangue del suo repertorio tragico. Prepara una scenata contro il socialismo riformista contiguo al comunismo contiguo al terrorismo, affidato, con grave azzardo istituzionale, al ministro degli Interni Pisanu. E tutto ciò mentre Prodi, da adulto, da esperto, da leader, diceva: «Chi si candida al governo deve parlare all'intero Paese. E noi avremo un Paese unito, forte, che si alza in piedi per ricominciare a camminare. Dobbiamo tornare per le vie del mondo per dimostrare che l'Italia è grande e forte».

Sono seguiti sussulti penosi e un po' infantili di rabbia, frasi del tipo «hanno l'unico fine di conquistare il potere. Questa pura eventualità, che resterà tale perché noi la impediremo, getterebbe il Paese nel caos e nella ingovernabilità». Oppure: «I comunisti non sono come prima, sono peggio di prima». Ecco lo scherzo giocato dal vero Congresso Ds al finto congresso aziendale di Berlusconi. I tg comandati da Gasparri c'erano. L'uomo che dovrebbe guidare il Paese fuori dalla rovina che lui ha provocato, è apparso a tutti nelle sue vere dimensioni, rispetto al mondo politico adulto. Piccolo, molto piccolo. Non è una questione di tacchi. Lo ha detto Fassino nel suo discorso di chiusura. «Piccolo, a confronto con un grande disastro».

Giustamente, guardando a questo paesaggio, Romano Prodi ha concluso: «L'Italia merita un po' più di felicità».

03.05.04

Un carabiniere comanda i carabinieri

di Sergio Romano
[dal Corriere della Sera del 30/4/2004]

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Il riconoscimento della quarta forza . La nomina di Gottardo

Non tutti i grandi cambiamenti avvengono con decisioni solenni, leggi costituzionali, elezioni o referendum. Quello che è accaduto ieri nell' Arma dei carabinieri (la nomina di un comandante, il generale Luciano Gottardo, che non proviene da un' altra forza armata) rientra per l' appunto nella categoria delle «rivoluzioni per decreto», vale a dire dei cambiamenti adottati con una semplice decisione governativa.

Dopo essere stati comandati da un «esterno», con poche eccezioni, per quasi 200 anni (l' ultimo strappo alla regola fu nel 1943), i carabinieri avranno un comandante proveniente dai loro ranghi e saranno d' ora in poi, per così dire, autosufficienti. Per meglio comprendere l' importanza del cambiamento occorre ricordare le ragioni per cui l' «autosufficienza» era stata considerata sinora inopportuna, se non addirittura pericolosa.

La principale ragione è la diffidenza del potere per una grande forza di polizia che è al tempo stesso corpo combattente e gendarmeria militare. Quasi tutti i governi italiani, indipendentemente dalla loro maggiore o minore legittimità democratica, si sono preoccupati della necessità di evitare che l' Arma divenisse una potente corporazione, un corpo separato, una specie di «Società di Gesù» all' interno dello Stato, uno strumento al servizio delle personali ambizioni dell' uomo che, venendo dalla gavetta, fosse riuscito a impadronirsi dell' organizzazione.

Per quanto politicamente diversi, i governi italiani dall' unità in poi generalmente non ebbero dubbi: la nomina di un esterno avrebbe permesso all' esecutivo di stroncare sul nascere qualsiasi prospettiva di pronunciamento o colpo di Stato, nello stile dei Paesi iberici o latino-americani. Amata e temuta, l' Arma ha così pagato la propria autorevolezza accettando che il suo comando fosse riservato a un «laico» nominato dal governo e proveniente dall' esterno.

La situazione comincia a cambiare nel corso degli anni Novanta quando cresce fra i carabinieri il desiderio di essere riconosciuti (dopo Esercito, Marina e Aeronautica) come quarta forza armata: uno status simile, per molti aspetti, a quello dei Marines nell' establishment militare americano. La richiesta appare giustificata dalle funzioni che i carabinieri hanno progressivamente assunto nelle missioni umanitarie e di peacekeeping del terzo dopoguerra.

In Bosnia, in Kosovo e ora in Iraq, la vecchia polizia militare, un po' arcigna e scostante, ha imparato a vivere tra le popolazioni, a conquistarne la fiducia, a prevenire anziché reprimere. Presenti da allora in quasi tutte le grandi crisi, i carabinieri sono diventati in tal modo un modello internazionale e il principale strumento di questa nuova diplomazia militare.

Pochi corpi godono nel mondo di tanto credito. Era inevitabile che alle nuove funzioni corrispondesse un nuovo status. Ed era inevitabile che la quarta forza armata dovesse essere governata, prima o dopo, da un uomo che ha sempre vestito l' uniforme del corpo. Ciò che è accaduto ieri era previsto e probabilmente necessario. Ma comporta qualche possibile inconveniente. Nei grandi mutamenti le vecchie istituzioni rischiano sempre di perdere una parte del capitale accumulato nel tempo.

Nel caso dell' Arma questo capitale si compone, per usare una terminologia finanziaria, di tre asset: il presidio del territorio, le attività investigative e, se necessario, il combattimento. Gli italiani si sono abituati bene e vogliono che i carabinieri continuino a tener d' occhio i loro paesi, partecipino alle missioni internazionali e siano sempre in prima linea nella battaglia contro la criminalità organizzata. Al carabiniere che ora comanderà l' Arma chiedono, con gli auguri di rito, che questo capitale non vada disperso e che uno dei tre asset non venga favorito a danno degli altri. Sergio Romano