di Umberto Veronesi
[da la Repubblica del 24/1/05]
E´ un momento cruciale nella storia dello sviluppo culturale e scientifico di questo Paese. Quelle che sono le tre grandi vie del Nuovo, la ricerca sulle telecomunicazioni, sull´informatica, sulle biotecnologie, procedono ad alta velocità, spinte dalla forza delle idee. Nel passato, materie prime e manodopera a basso costo potevano fare la differenza nello sviluppo economico di una nazione.
Oggi sono le idee, la passione delle nuove generazioni a spingersi sempre oltre, alla esplorazione di nuove frontiere, a distinguere un Paese dall´altro. E´ la ricerca, la capacità che un Paese ha di credere e spendere e investire sulle attività della mente, a creare diverse condizioni sociali e culturali di un popolo.
Ma la ricerca, in Italia, marcia faticosamente. I nostri migliori cervelli scelgono di andare a lavorare all´estero. Le strutture - indispensabili per un ricercatore - sono deficitarie. I soldi che si investono sono pochi. E questo crea un quadro sociale, oltre che politico-economico e, ovviamente, scientifico, che ci deve preoccupare.
Le nuove generazioni di scienziati, quelli più motivati e passionali, vengono mortificate; i risultati dei prodotti della mente, le idee, si fanno progressivamente più scarni. Da condizioni simili - è questo il grande rischio che voglio segnalare - non può che nascere un´Italia culturalmente arretrata, segnata dalla obsolescenza scientifica e tecnologica.
Un Paese zoppo, che nei prossimi anni si ritroverà accanto paesi che invece sono in grado di correre con gambe sempre più potenti ed efficienti.
Sono preoccupato, come scienziato e come italiano, di quanto ci potrebbe accadere se parlamento e governo non decidessero di affrontare questa situazione.
Occorrerebbe in realtà una "Grande Alleanza per la Ricerca", ideare e costruire un progetto ad alto valore scientifico che cominci ad insegnare ai ragazzi delle scuole medie il primato del cervello e delle idee, la cultura della razionalità e della metodologia scientifica, il rifiuto della superstizione e della approssimazione.
Per poi creare una serie di istituti scientifici di ricerca dove i nostri migliori talenti possano dedicarsi al loro lavoro.
Bisognerebbe che ciascun ospedale italiano, così come avviene negli Stati Uniti, avesse un centro per la ricerca, in modo che ogni scoperta possa essere trasmessa al clinico di quell´ospedale, anche al clinico più tradizionalista che non si sposta dalla routine dell´intervento.
All´Istituto europeo di oncologia di Milano, ad esempio, è condizione di qualsiasi assunzione il fatto che la ricerca deve essere parte integrante del lavoro di ciascun professionista. Ogni settimana, alle sette e trenta del mattino, si tiene una conferenza - in lingua inglese - in cui si mette al corrente l´intero staff medico dell´Istituto dei progressi fatti da questa o quella ricerca.
C´è un modello che mi piace segnalare. In Gran Bretagna il governo finanzia la costruzione delle strutture e la messa a disposizione di macchinari, ma spetta al singolo ricercatore - con la qualità dei suoi studi e del suo lavoro - procurarsi i fondi necessari per portare avanti la sua ricerca. Il sistema dei grant, delle elargizioni private, di solito funziona benissimo. Si tratta in sostanza di una piattaforma a doppio binario: lo Stato finanzia le strutture, i privati portano avanti le idee e le ricerche.
Ma anche per avviare il meccanismo di questa strada mediana, occorre un "Grande Progetto". E soprattutto occorre che la politica si convinca della bontà dell´investimento. E´ facile ottenere consenso quando si inaugura un´autostrada o un ospedale, un consenso che paga elettoralmente e in tempi brevi.
E´ difficile ottenere consenso quando si investono energie e denaro sulla ricerca, i cui risultati concreti arrivano a distanza di dieci-quindici anni (io ho pubblicato un paio di mesi fa una mia ricerca iniziata nel 1968...).
E´ difficile, certo, ma è ormai diventata una priorità per ogni nazione industrialmente avanzata se vuole evitare la marginalizzazione scientifica e, di conseguenza, anche economica.
di Ann Zeuner
[da il manifesto di oggi]
Hiv, virus dell'immunodeficienza acquisita, 40 milioni di persone infettate in tutto il mondo. Ebola, virus della febbre emorragica, 89 per cento di vittime fra i contagiati. Sars, virus della sindrome respiratoria grave, 8000 persone infettate e 770 uccise in poco più di un anno.
H5n1, virus dell'influenza dei polli, l'inquietante candidato per una nuova pandemia. Cos'hanno in comune questi virus oltre al fatto di causare malattie fatali per gli esseri umani e dare filo da torcere a medici, scienziati e responsabili della sanità pubblica? Tutti questi virus, per i quali non esiste per ora un vaccino né una cura efficace, derivano dagli animali e sono «saltati» sull'uomo in tempi recenti.
Esistono due immensi serbatoi di virus capaci di trasmettersi all'uomo: gli uccelli e le scimmie. Il virus dell'influenza dei polli è comparso, non a caso, nell'Asia orientale, dove il pollame viene venduto vivo nei mercati. Anche il virus della Sars sembra derivare dagli uccelli, ma è stato individuato anche in altri animali in vendita nel mercato della regione di Guangdong, in Cina, e non è chiaro come si sia trasmesso all'uomo.
Nel caso di Hiv ed Ebola, originari dell'Africa centrale, è stato invece possibile scoprire, grazie al lavoro di scienziati-detective, l'esatta specie animale di origine e la via di trasmissione agli esseri umani.
L'uso di cacciare le scimmie per nutrirsi della loro carne è diffuso fra molte popolazioni africane. La carne di scimpanzè, mandrilli e altre scimmie viene quasi sempre macellata a mani nude, venduta al mercato e mangiata, talvolta cruda.
In questo modo i virus Hiv, Ebola ed altri meno famosi come Htlv (che può causare la leucemia nell'uomo) e Sfv (spumavirus della scimmia, apparentemente innocuo) si sono trasmessi dalle scimmie all'uomo. Infatti questi virus infettano alte percentuali della popolazione di scimmie selvatiche e possono contagiare chi manipola o mangia la loro carne e chi tiene scimmie come animali domestici (come i cacciatori, che spesso portano a casa i cuccioli degli animali uccisi).
Il passaggio di un virus dalla scimmia all'uomo ha conseguenze imprevedibili: alcuni virus, come Ebola, sono mortali sia per la scimmia che per l'uomo mentre altri, come quelli della famiglia dell'Hiv, convivono pacificamente con le scimmie da migliaia di anni ma diventano aggressivi quando infettano un ospite di un'altra specie.
Altri ancora sono innocui, oppure non riescono a trasmettersi efficientemente da un uomo all'altro e quindi la loro diffusione rimane limitata. Tuttavia, data la capacità dei virus di cambiare rapidamente e di incrociarsi tra loro per creare nuove combinazioni, c'è la possibilità che un virus poco nocivo si trasformi in un killer implacabile.
La caccia alle scimmie si è trasformata da un tradizionale mezzo di sussistenza ad un'impresa commerciale di grandi proporzioni, per cui la carne di scimmia viene venduta nei mercati ed esportata in tutte le città del mondo in cui è presente una comunità di immigrati dell'Africa occidentale.
Questa pratica, oltre a mettere a rischio di estinzione molte specie di scimmie, fa sì che ci sia un passaggio continuo dalle scimmie all'uomo di virus potenzialmente pericolosi. Se col maggior consumo di carne di scimmia è aumentato il passaggio di virus all'uomo, la successiva disseminazione dei ceppi più contagiosi è assicurata dalla concentrazione di grandi masse di persone nelle città e, nel caso di virus sessualmente trasmissibili, dalla diffusione della prostituzione.
Gli scienziati stanno continuando a studiare l'infiltrazione di virus provenienti dalle scimmie nelle comunità africane, in modo da poter prevedere l'irruzione nella specie umana di nuove malattie provenienti dalla giungla.